Pianto

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    L’esplosione che consola

    Uno dei versetti più brevi della Bibbia riporta la reazione di Gesù davanti al corpo senza vita dell’amico Lazzaro e davanti all’indicibile sofferenza delle sorelle: “ἐδάκρυσεν ὁ Ἰησοῦς” (Gesù scoppiò in pianto). Lacrime simili, le sue, alle lacrime che ognuno di noi versa per amore o per empatia. Con buona pace della concezione patriarcale, che considera il pianto come segno di vulnerabilità e quindi come tabù, Gesù non nasconde, qui come in altre circostanze, le sue emozioni e i suoi sentimenti. Per dirci che anche su di essi si fonda l’equilibrio personale e quello di una comunità sana. “Gesù scoppiò in pianto”, senza che ciò ne avesse diminuito la grandezza. Dev’essere stato vero anche per lui quello che l’Abbé Prévost scriverà diciassette secoli dopo: “La più dolce consolazione di un grande dolore è avere la libertà di piangere”. La stessa che talvolta è negata, sospesa o pudicamente nascosta. Come capita a chi non ha più notizie della persona cara o è impossibilitato ad accompagnarne gli ultimi momenti di vita. Con scene lontane da quella rappresentata nella Deposizione di Rogier van der Weyden. Vicinanza fisica, indicibile sofferenza e lacrime che scendono, abbondanti, sui volti e sui vestiti di tutti.
    Dal latino planctus – derivato dal verbo plangĕre e dal greco πλάζειν (percuotere con rumore) – il pianto richiama, in origine, il gesto – non del tutto scomparso presso alcune culture – di chi per il dolore si percuote la fronte o l’anca.

    La cultura classica ci restituisce un aspetto inedito ed altalenante nella concezione del pianto. Nell’antica Roma, Ovidio (Tristia) e Virgilio (Eneide) considerano il pianto, soprattutto quello maschile, come strumento di seduzione. Nella Grecia di Omero, le lacrime rigano il volto degli eroi. Achille piange per la morte di Patroclo, Ulisse piange per nostalgia.

    Il pianto sincero è frutto di emozione, provocato da una vasta gamma di sentimenti: il dolore, la rabbia, la sorpresa, la gioia, l’empatia. Sempre il pianto sincero esprime partecipazione intensa. E comunica in maniera non verbale il bisogno di aiuto, la richiesta di attenzione e il desiderio di comunicazione emotiva ed affettiva. Non si è mai abbastanza maturi per fare a meno di questo modo di comunicare agli altri, coinvolgendoli, le proprie vicende interiori. Il linguaggio concettuale o razionale è un rilevatore inadeguato degli stati d’animo più intensi; al contrario del linguaggio delle lacrime. E il gesto di asciugarle con delicatezza, semmai con le proprie dita, realizza un’intima partecipazione alla sofferenza o alla gioia dell’altro/a. Gli occhi dai quali sgorgano quelle lacrime diventano feritoie che permettono di entrare in una relazione profonda, senza bisogno di parole che ne dicano l’intensità. Poiché, com’ebbe a dire papa Francesco ai giovani universitari di Manila: “Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime”. Tra queste realtà, il cuore e l’intimità di ognuno di noi.

    A cura di mons. Nunzio Galantino