Ipocrisia

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    Nel mondo ellenistico l’ipocrisia non è percepita come comportamento censurabile né l’ipocrita viene presentato come categoria morale. Cosa che invece avviene nell’Ebraismo e nel Nuovo Testamento. Il passaggio è dovuto a un vero e proprio ampliamento semantico della parola ipocrisia.

    A cominciare dal verbo greco dal quale essa deriva (ypokrìnomai), composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di “critica”, nel senso nobile della parola. Il passo ulteriore di quello che ho chiamato ampliamento semantico riguarda la parola ypokritès che, nella Grecia classica, è strettamente legata all’arte drammatica ed indica colui che ha la capacità di interpretare un personaggio. È l’attore.

    Nel passaggio dal greco al latino e successivamente alle lingue romanze – ed è il terzo passaggio – l’hypokritès, dall’essere colui che “recita una parte” in teatro, finisce per essere colui che finge e, quindi, inganna. L’hypokritès diviene così il simulatore. Categoria, questa, molto diffusa tra gli esseri umani, se è vero quello che scrive William Hazlitt: “l’uomo è un animale che finge e non è mai tanto se stesso come quando recita”. Secondo lo scrittore inglese l’ipocrisia, al pari della diplomazia, aiuta l’uomo ad adattarsi e a gestire la complessità delle relazioni sociali.

    Ovviamente non basta questo per autorizzarci a sottacere tutto il negativo che porta con sé l’ipocrisia, atteggiamento tipico di chi finge virtù, sentimenti e buone qualità che non ha. Scambiando semmai l’ipocrisia per genialità o prudenza, con l’obiettivo di ingannare o conseguire benefici altrimenti non raggiungibili. Più realistico di Hazlitt appare quanto E. Goffman scrive in La vita quotidiana come rappresentazione, dove il sociologo canadese sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. In essa, ognuno indossa una maschera e assume un ruolo, a seconda dei diversi contesti; ognuno crea un’immagine di sé da rap/presentare, molto spesso differente da ciò che realmente sente e sa di sé.

    Nella convinzione che, nella grande rappresentazione che è il nostro mondo, bisogna fingere per ottenere dei vantaggi, o più semplicemente per permettere alla propria vita di scorrere in modo più agevole, senza scossoni e colpi di scena. A differenza dell’inquietudine che invece caratterizza la vita del non ipocrita. Questi non dice quanto gli altri vogliono sentirsi dire. Con la sua libertà e con la sua coerenza mette in difficoltà chi si nutre di apparenza interessata e difficilmente crea consenso sincero intorno a sé.

    Il non ipocrita sente rivolte, prima di tutto a sé, le parole di Gesù, che considera l’ipocrisia come categoria (im)morale: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” (Mt 23, 27).

    Mons. Nunzio Galantino – Abitare le parole