Dono

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    L’episodicità non appartiene al dono. Gli appartengono invece come caratteristiche, in maniera e per motivi diversi, la costanza nel donare e la reciprocità alla quale apre ogni dono autentico. La costanza è caratteristica principale del dono perché la cultura del dono non si improvvisa e di norma non nasce come risposta a una richiesta.

    Alla cultura del dono ci si forma. È una cultura eversiva. Non è erba spontanea. Soprattutto in un mondo retto dalla ragioneria della partita doppia dare/avere e che ha come soggetto prevalente l’uomo, essere calcolante, al quale interessano più le cose che circolano che le persone alle quali esse sono destinate.

    E poi, la reciprocità. Intesa non come pretesa che al dono donato corrisponda sempre e comunque una restituzione; ma nel senso che il dono, sempre, apre la strada a uno scambio relazionale, che va oltre le cose date e ricevute. Le persone non avide amano e apprezzano solo doni, segni concreti di una grammatica relazionale. Quella che mette in moto esperienze di reciprocità, che non si nutrono necessariamente di scambi materiali. Questi valgono e ricevono senso solo grazie all’intenzione che li accompagna. La reciprocità alla quale schiude la strada il dono esige un coinvolgimento che provoca cambiamento e contaminazione. Anche al di là dei protagonisti diretti del dono.

    Il termine tedesco Gegenseitigkeit, che traduce l’italiano “reciprocità”, contiene la necessità del cambiamento nei soggetti che vivono l’esperienza della reciprocità, tanto che il termine tedesco può essere così reso: io non sono più quello che ero prima di incontrare te, tu non sei più quello che eri prima di incontrare me. Il dono quindi, quello vero, apre orizzonti imprevisti e orienta progettualità sorprendenti, per lo più frutti maturi di percorsi relazionali e di reciprocità. Al di fuori dell’esperienza di reciprocità, l’atto del donare è fortemente esposto alla banalizzazione e alla sua contraffazione semantica: crea soltanto vincoli, soggezione e dipendenze. Può addirittura finire per stabilire un potere sul destinatario del dono.

    Il non semplice e delicato percorso etimologico della parola dono produce inevitabilmente effetti anche sul suo percorso semantico, non nascondendo le ambiguità che accompagnano la parola dono. Di immediata intuizione è la derivazione dal latino dōnum e donatio (“dono” e anche “atto del donare”), derivati dal sanscrito dāna e dalla radice dā (effetto dell’azione della luce). Fondata sulla derivazione dal sanscrito, è la suggestiva osservazione di chi ritiene che, nella trasformazione del termine dāna nelle varie lingue, sia andato purtroppo perduto il significato originario del dono come effetto dell’azione della luce o, meglio, come “propagazione del divino”. Ma non va nemmeno dimenticata la tradizione greca intorno al dono che, tra l’altro, troviamo condensata nel virgiliano Timeo Danaos et dona ferentes (Eneide, Libro II, 49) e nella iconografia di Apollo, rappresentato con una mano che dona e l’altra che trafigge.

    Mons. Nunzio Galantino – Abitare le parole