Dolore

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    «Date parole al dolore; la sofferenza interiore che non parla sussurra al cuore troppo gonfio fino a quando si spezza». Le parole dello shakespeariano Macbeth, mentre dicono la forza devastante che può accompagnare l’esperienza del dolore, indicano anche la strada per non soccombere di fronte a questo predatore della serenità e della gioia di vivere. È difficile però, come chiede Macbeth, dare al dolore parole che valgano per tutti e per le tante forme in cui questa spiacevole esperienza sensoriale ed emozionale si presenta.

    Essa può spezzare, è vero, un cuore sovraccarico, ma talvolta può aprire varchi nuovi e imprevedibili nella vita. Sono tanti, infatti, e contrastanti gli esiti del dolore, esperienza che tocca tutto l’uomo nella sua dimensione fisica e in quella mentale e spirituale. Ne è consapevole Nietzsche che, ne Il crepuscolo degli dei, afferma: «Il divenire e il crescere, tutto ciò che garantisce il futuro, postula il dolore». La cosa può segnare in maniera decisa il modo di abitare il proprio presente, lacerare la coscienza e schiacciare l’uomo privandolo di ogni prospettiva.

    L’esperienza del dolore proprio o altrui è indice, il più delle volte, del fallimento della parola e del pensiero. Al loro posto, grido, lamento, pianto, silenzio e, molto spesso, preghiera accorata. Per questo va abbandonata ogni pretesa di analisi esaustive che presumono di incatenare il dolore perché non faccia più male.

    Oltre che dal verbo latino dolere e dal sostantivo dolor, far derivare la parola dolore dalla radice “dar, dal, dol” – col significato di lacerare, spezzare, scindere – rimanda all’effetto provocato dal dolore, che spezza l’armonia fisica o psichica del vivere quotidiano, fino a provocarne il respingimento e portare alla ribellione o all’indifferenza. A volte, soprattutto nel linguaggio della medicina, il riferimento a forme specifiche di dolore viene reso con parole di origine greca, come algo e algia. La nevralgia, ad esempio, è un dolore dovuto a una irritazione dei nervi.

    Il dolore è uno dei più importanti strumenti di comunicazione del corpo, con funzione di allarme difensivo. Parafrasando il filosofo F. Orestano, si può dire che il dolore sorveglia l’esistenza umana. A volte, arrivando a farne smarrire il senso; altre volte, contribuendo a farlo ritrovare, al di là di facili illusioni e di insostenibili forme di autosufficienza. Quest’ultima possibilità non autorizza a coltivare il dolore per se stesso. Sarebbe una deformazione inaccettabile. Nessun contesto religioso può coltivare, o invitare a coltivare, un dolorismo fatalistico. E non è certo questo il senso che il dolore ha nell’esperienza cristiana. Anzi, di fronte al diffuso tentativo di innalzare la soglia del “dolore sociale” – anticamera di noncuranza – disseminando il linguaggio di insopportabili anestetizzanti, la storia, compresa quella religiosa, suggerisce piuttosto di abbassare la soglia (di percezione) del dolore. Unico positivo modo per non contribuire ad erigere muri di cinica indifferenza.

    Mons. Nunzio Galantino