Confronto

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    Nel Dialogo del conforto nelle tribolazioni di Tommaso Moro, la parola conforto – derivata dal tardo latino confortare, composto da con e un derivato di fortis (rendere forte/vigoroso) – è la vicinanza che sostiene e rafforza qualcuno perché non soccomba nella sofferenza e non ceda ai compromessi. Nello svolgimento del Dialogo tra l’anziano Antonio e il nipote Vincenzo il conforto non si riduce a qualche parola buttata lì senza guardare negli occhi e senza mettersi in ascolto dell’altro.

    A conferire maggiore ricchezza di senso alla parola conforto contribuisce la sua riconducibilità, secondo alcuni, alla radice ebraica nhm, che significa respirare profondamente e, nel senso causativo, far tirare fiato, portare sollievo in una situazione di dolore o di paura. Solo in un secondo momento la parola conforto è stata accostata all’inglese comfort (comodità), evidentemente lontano dal significato etimologico della parola conforto.
    Di conforto non ha bisogno solo la persona segnata da una particolare sofferenza, che mi sta di fronte. Di conforto ho bisogno anch’io e la comunità della quale mi sento parte. Confortare chi si trova in difficoltà può risultare abbastanza spontaneo e gratificante. Lo è meno confortare se stessi. Per farlo bisogna conoscersi davvero, accettarsi sinceramente ed essere disposti, all’occorrenza, a prendere atto dell’inefficacia degli sforzi profusi per venire a capo dei propri limiti. Essere buoni samaritani di se stessi non è essere compiacenti nei propri confronti né rassegnati di fronte ai propri limiti. Vuol dire piuttosto riconoscere ed accettare, soprattutto in alcuni momenti, il bisogno di tenerezza e di accoglienza, senza che questo si trasformi in rinunzia a combattere, vestendo i panni della vittima incompresa.

    Il conforto dato agli altri è presenza! Mai invadente e sempre rispettosa, fino a saper vestire i panni del silenzio. Chi conforta si merita le belle parole che san Paolo dice, sotto forma di preghiera, del suo amico e discepolo Onesiforo: “Conceda il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché mi ha molte volte confortato e non si è vergognato della mia catena… mi ha cercato con premura e mi ha trovato” (2 Tim 1, 16-18).
    Chi ha allenato la propria sensibilità al bisogno di conforto proprio e degli altri non farà fatica ad accorgersi del bisogno di conforto della propria comunità. Questa può essere resa sofferente da interessi di parte e umiliata dall’arroganza volgare di chi le cava dalle vene il sangue vivo della condivisione sostituendolo con il mortifero veleno del rancore e del rifiuto.

    Mons. Nunzio Galantino

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