Amnesia

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    Fermarsi all’etimologia o a studi specifici di Medicina e di Psicologia sull’amnesia non permette di toccare aspetti importanti e diffusi di una patologia dai mille risvolti. L’etimologia  rimanda alla parola greca ἀμνησία, composta da ἀ privativo e da μνησις, derivante dal verbo μιμνήσκω (ricordare). Ciò fa dell’amnesia la perdita improvvisa o graduale, parziale o totale, temporanea o definitiva, della memoria, che può essere dovuta a una lesione cerebrale o frutto di una deriva inarrestabile di processi degenerativi.

    L’amnesia può riguardare l’esperienza ordinaria delle persone (dimenticare un oggetto, un nome, un appuntamento) o arrivare, nelle forme più gravi, a gettare una coltre spessa e fitta sulla propria storia personale, sulle relazioni e su progetti che, in altri momenti, hanno assorbito energie ed emozioni. La letteratura conosce esempi celebri di amnesici reali o costruiti che, proprio per questo, non sempre riescono a descrivere il dramma che si consuma in famiglie e comunità che annoverano al loro interno persone segnate da patologie amnesiche.

    Sempre più frequentemente ci si trova a fare i conti con quella che E. de Fontenay chiama “L’amnesia strutturale che avvolge la realtà delle nostre pratiche ordinarie. La loro crudeltà quotidiana – sostiene la filosofa e saggista francese – ha un nome molto semplice: indifferenza”.  Ecco uno dei risvolti che l’etimologia non svela. Come anche non dà ragione dell’amnesia più conosciuta in Psicologia come rimozione. Mentre l’amnesia/indifferenza è di fatto rifiuto di assumersi responsabilità, l’amnesia/rimozione è dimenticare un fatto perché troppo doloroso e perché, oltre a questo, domanda discernimento e necessità di accoglierne o rifiutare le conseguenze.

    La memoria, nel pubblico e nel privato, sta diventando sempre di più uno spazio che imbarazza. Dimenticare, ad esempio, i volti di bambini annegati o denutriti è, talvolta, l’unico modo che ci rimane per andare a dormire con la “coscienza tranquilla”. Questa forma di amnesia può essere il primo passo verso forme di rimozione/negazione della storia che racconta un passato insopportabile perché segnato da tante, troppe vittime. Dimenticando che “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, come si legge nel campo di concentramento di Dachau.

    C’è un’altra forma di amnesia colpevole: dimenticare le promesse. È l’unico modo che permette ad alcuni, e non solo in politica, di continuare a sopravvivere a se stessi, soprattutto quando la stessa amnesia diventa patologia diffusa e tocca anche i destinatari delle promesse.

    Numerosi ricercatori avvertono, infine, che si sta sviluppando sempre più un’amnesia che assomiglia tanto a una forma di autodifesa, quasi una voglia di sopravvivenza di fronte all’assedio di password, pin, codici d’accesso e informazioni più o meno fondate. Ciò sta facendo crescere in maniera esponenziale  la rivendicazione del diritto all’oblio e di libertà di non ricordare.

    Mons. Nunzio Galantino – Abitare le parole