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Commento al Vangelo del 21 maggio 2017 . p. Silvano Fausti

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Messaggio nel contesto

“Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola”: è il ritornello che, con variazioni, Gesù ripete ai suoi discepoli (cf. vv. 15.21.23.24).

Amare Gesù, il Signore, è il centro del cristianesimo, compimento del precetto: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,5). Ora i discepoli sono in grado di amarlo. Hanno visto come lui li ama con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze: si è fatto loro servo e ha dato la vita per loro, anche se lo rinnegano e tradiscono.

Egli è fedele a noi e ci ama di amore eterno (Sal 117; Ger 31,3). Il nostro amore per lui è risposta al suo per noi, che ci vuole simile a lui. Amare lui significa, in concreto,  accogliere e vivere la sua parola.

Gesù tra poche ore offrirà la vita per noi. È bene per noi che se ne vada (16,7). Proprio così ci prepara il posto e ci apre la via della verità e della vita, per essere anche noi dove lui è (vv. 1-14). Per questo ci manda, insieme al Padre, il Paraclito (v.16).

Non ci lascia quindi soli. Se lo amiamo, lo portiamo nel cuore e lui abita. Il Signore non è più solo con noi e presso di noi, ma addirittura in noi. Questo è il suo ritorno definitivo a noi. Con il suo andarsene inizia la sua nuova presenza, l’alleanza nuova ed eterna che i profeti hanno promesso. Il tema dell’alleanza fa da sottofondo al discorso di congedo di Gesù. Mai nominata esplicitamente, è descritta attraverso le sue caratteristiche: amore e osservanza della Parola, presenza ed immanenza reciproca, dono dello Spirito e di un cuore nuovo.

Queste parole di Gesù sono difficili da spiegare, perché semplici come l’acqua e il pane: le conosce chi ne gusta. Esse si riferiscono a ciò che costituisce ogni relazione positiva tra le persone: amare e osservare la parola, dimorare con/presso/in e vedere, vivere e conoscere, manifestare e dire, ricordare e insegnare, pace e gioia. I termini sono collegati tra di loro. Infatti chi ama osserva la parola dell’amato, dimora con/presso/in lui e quindi lo vede, vive di lui e quindi lo conosce. La parola che lo manifesta, insegnata e ricordata, è per lui fonte di pace e di gioia.

Il tessuto connettivo del testo è il verbo “amare”, ripetuto dieci volte, che descrive la relazione del discepolo con Gesù e con il Padre. L’amore per Gesù ci fa entrare nella nuova alleanza, stabilendo un rapporto con Dio fondato sul suo amore di Padre, che il Figlio è venuto a comunicarci. Dio non è più lontano: è “con” e “presso” di noi, addirittura “in” noi mediante il suo Spirito, che ci riempie della sua conoscenza e ci fa sua dimora. L’andarsene di Gesù è la glorificazione del Figlio dell’uomo e di ogni figlio d’uomo, reso partecipe dell’amore reciproco tra Padre e Figlio.

Lo Spirito, che tra poco ci donerà, diventerà il principio della nostra esistenza di figli di Dio e di fratelli tra di noi: ci farà capire e ci suggerirà dal di dentro ciò che il Figlio ha detto, perché viviamo del suo amore, fonte di pace e di gioia.

Tutto il discorso mostra qual è il frutto dell’amore di Gesù: la comunione con lui, il Figlio, ci fa entrare in relazione con il Padre e ci fa vivere del loro amore reciproco. Innanzi tutto si specifica che amare Gesù è osservare la sua parola, che ci dona lo Spirito della verità (vv. 15-18). Anche se egli se ne va, chi lo ama lo vede, perché partecipa della sua stessa vita (vv. 19-21).  Il mondo non ha questa conoscenza perché non lo ama e non conosce la sua parola: ignorando il Figlio, non ha lo Spirito della verità che gli fa conoscere il Padre (vv. 22-24). Tutto ciò che Gesù ha detto quando era tra noi, ci verrà fatto comprendere e ricordare dallo Spirito (vv. 25-26). Gesù non ci abbandona, ma compie il senso della sua venuta tra noi: ci lascia la sua pace e la sua gioia, frutto dello Spirito di amore (vv. 27-28). Gesù ha predetto tutto, perché crediamo che il suo andarsene non è un morire, ma un tornare a noi e in noi con la sua presenza di amore, che vince il male e mostra al mondo chi è il Padre (vv. 29-31).

Gesù è il Signore che ci ama: amare lui è il comando che ci rende simili a lui.

La Chiesa nasce dall’amore di Gesù per lei, che diventa il suo stesso amore per lui. Non si tratta di un sentire vago o estatico, ma di un conoscere e mettere in pratica le sue parole.

Lettura del testo

15: Se mi amate. Nel c. 13 Gesù ci ha lasciato in eredità il comando di amarci gli uni gli altri. Qui va più a monte: ci dice di amare lui. Il fine dell’amore è la reciprocità, per la quale uno diventa vita dell’altro. Amando lui, diventiamo anche noi ciò che lui è – l’amato è vita di chi lo ama! – e possiamo amare i fratelli con il suo amore, che è lo stesso del Padre.

Il cristianesimo è innanzi tutto amore per Gesù, che  ci assimila a lui, il Figlio, dandoci il suo stesso amore verso il Padre e i fratelli.

osserverete i miei comandi. L’amore non è solo un sentimento. Coinvolge tutta la persona, dandole un nuovo modo di essere: informa il suo capire, volere e agire. È un’unione di intelletto, di volontà e di azione, che trasforma chi ama nell’amato. Concretamente si ama con i fatti e nella verità (1Gv 3,18).

“Osservare” significa guardare con cura, custodire, praticare, eseguire. Osservare i suoi comandi è la condizione per  rimanere nell’alleanza del Dio fedele, che ci ha amati, scelti e liberati. Si possono osservare per dovere, da schiavi, come fa il fratello maggiore (cf. Lc 15,29), oppure per amore, da figli. Per Gesù il principio dell’osservanza è l’amore di un cuore che si sa amato, il cuore nuovo dell’alleanza nuova.

Gesù parla di “miei comandi”, alludendo ai vari precetti della legge, che assume come propri. Non ne vanifica nessuno, ma li compie tutti (cf. Mt 5,17s). Li chiama “miei”, perché di lui parlano le Scritture e Mosè (cf. 5,39.46); e parla di “comandi”, al plurale, perché il suo comando, pur essendo uno solo (cf. 13,34), è anche molteplice. L’amore infatti si esprime in ogni singola azione e fa discernere, qui e ora, cosa è meglio fare.

Non in forza della legge, ma in piena libertà, l’amore è legge a se stesso: in ogni circostanza sa riconoscere e fare ciò che è buono e giusto. Per questo l’amore è compimento della legge (Rm 13,10b), con tutti i suoi vari precetti.

“Ama e fa’ ciò che vuoi” (S. Agostino) non significa che chi ama si permette tutto, ma che l’amore non fa male ad alcuno (Rm 13,10a) e guida spontaneamente la volontà a fare ciò che è bene. Chi fa il male, non ama.

16: io pregherò il Padre. Gesù, con il suo andarsene, diventa il pontefice tra noi e Dio, il fratello intercessore presso il Padre, colui che ci apre l’accesso a lui e ai suoi doni. I numerosi verbi al futuro indicano ciò che avverrà presto: l’innalzamento del Figlio dell’uomo aprirà all’uomo il suo futuro definitivo.

e vi darà. Gesù chiede per noi al Padre il dono definitivo. Egli ottiene tutto ciò che chiede (11,42). Per questo il Consolatore ci è certamente dato. Noi preghiamo non perché lui ce lo dia, ma per disporci a riceverlo.

un altro Consolatore. La parola greca è Paraclito, che esce solo nel corpo giovanneo (Gv 14,16.26; 15,26; 16,7; 1Gv 2,1). Significa ad-vocatus (= chiamato-presso), colui che assiste e soccorre nel processo. Èl’avvocato difensore, che si oppone all’accusatore (= satana).

Abbiamo tradotto Consolatore, perché “con-solare” significa stare con uno che è solo, in modo che non sia più solo. Il Consolatore è colui che sta “con” noi, offrendoci quella compagnia che vince la nostra solitudine radicale.

Questo Consolatore è “un altro” rispetto a Gesù, che ormai se ne va. È dato dal Padre a chi ama il Figlio e osserva i suoi comandi.

Le sue caratteristiche sono descritte attraverso le sue azioni: è “con” noi in eterno (v. 16b), è “lo Spirito della verità”, dimora “presso” di noi in Gesù, sarà “in” noi dopo il suo andarsene (v. 17), ci insegnerà e farà ricordare quanto Gesù ha detto (v. 26).

affinché sia con voi in eterno. Il Consolatore è descritto innanzi tutto come compagnia: è l’essere per sempre con–noi. Non siamo mai più soli.

17: lo Spirito della verità. Lo Spirito è vita; Spirito della verità si può tradurre anche come “vita vera, autentica”, quella di Dio. Questa ci è restituita dalla verità che ci libera dalla menzogna e ci fa vivere nell’amore del Padre. Lo Spirito della verità è il contrario dello spirito di menzogna, che ci ha fatto fuggire da lui e vivere nella schiavitù dell’egoismo.

Lo Spirito della verità è lo Spirito di Gesù, che ha detto a Tommaso: “Io-Sono la verità e la vita” (v.6).

che il mondo non può accogliere. Il mondo, in quanto sta sotto il dominio della menzogna, non può ancora ricevere lo Spirito della verità. Solo dopo la croce potrà conoscere Gesù (cf. v. 31).

perché non lo vede né lo conosce. Lo Spirito della verità del Padre è visibile e conoscibile nel Figlio: chi vede lui, vede il Padre (cf. v. 9). Il mondo non può riceverlo, perché è incapace di vederlo e conoscerlo. Infatti, tra poche ore, prenderà e appenderà al legno il Signore della gloria. Lo farà per cecità (cf. 1Cor 2,8): “Non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

voi lo conoscete. I discepoli conoscono questo Spirito contemplando quanto Gesù ha appena fatto. Lavando i piedi a Pietro che rinnega e dando il boccone a Giuda che tradisce, ha rivelato l’amore compiuto (13,1), quel Dio che è amore (cf. 1Gv 4,8).

perché dimora presso di voi. Questo amore ha preso dimora presso di noi in Gesù, il Figlio che vive nei nostri confronti l’amore stesso del Padre: in lui abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv. 4,16a). Gesù, stando con noi e presso di noi, ci ha fatto conoscere lo Spirito della verità.

sarà in voi. Tra poche ore, quell’amore che era “con” e “presso di” noi, “sarà” in noi. Questo è il dono supremo che il Figlio ci comunica dalla croce, dove “tutto” è compiuto e consegna il suo Spirito (19,30).

Noi siamo da sempre in Dio, che ci ama con fedeltà eterna (cf. Sal 117,2; Ger 31,3b). Infatti chi ama ha nel cuore l’amato: è abitato dalla sua presenza. Accogliendo il suo amore, pure noi lo amiamo. Allora, nell’amore reciproco, anche lui è in noi come noi in lui.

18: non vi lascerò orfani. Orfana è una persona orbata, derubata di ciò che di sua natura le spetta, come un figlio privato del padre, un amico dell’amico, una sposa dello sposo, e viceversa. Non è solo un’esperienza di abbandono. È solitudine e smarrimento di sé: perdita di identità, scomparsa di ciò che fa essere ciò che si è.

I discepoli, con la morte di Gesù, non sono lasciati orfani. Anzi, ritrovano il loro posto presso il Padre, perché ricevono l’amore stesso del Figlio.

vengo a voi. Il suo andarsene è in realtà il suo venire a noi, anzi il suo essere in noi con il suo Spirito che ci fa figli, in comunione con lui e con il Padre.

19: ancora un poco e il mondo non mi vede più. Il mondo, che ora non vede lo Spirito della verità in Gesù, tra poco non vedrà più neppure Gesù: lo eliminerà fisicamente.

ma voi mi vedete. I discepoli continueranno a vederlo. Ma lo vedranno in modo nuovo: attraverso le ferite delle mani e del fianco, che mostrano il suo amore, sorgente di gioia e di pace (cf. 20,20).

perché io vivo e voi vivrete. Gesù ha in se stesso la vita (5,26) che vince la morte (11,25). Tra poco, quando noi gli avremo preso e lui ci avrà dato la vita, erediteremo la stessa vita che egli da sempre vive: quella di Figlio amato, che ama il Padre e i fratelli.

Continueremo a vederlo anche in futuro, ma in modo più profondo, perché lui sarà la nostra vita. Vedremo lui in noi e noi in lui. Questa nuova vita sarà visibile anche agli altri, attraverso il frutto abbondante che produce in noi (cf. 15,1ss; Gal 5,22).

20: in quel giorno. “Quel giorno”, nell’AT, è quello in cui il Signore viene, rivelando la sua gloria e salvando l’uomo. È il giorno della risurrezione, quando il Risorto si farà vedere ai discepoli e donerà loro il suo Spirito (20,19ss). È il giorno definitivo in cui, finita la notte, inizia la luce senza tramonto. Allora il Signore, che prima era con noi e presso di noi nella carne, sarà in noi mediante il suo Spirito.

voi conoscerete che io (sono) nel Padre mio, voi in me e io in voi (cf. vv. 7-11). Si parla della nostra comunione con Dio in termini di conoscenza e di immanenza, propria dell’amore: l’amato abita in chi lo ama. Nel giorno di Pasqua conosceremo che Gesù è nel Padre, che lo ama e lo fa risorgere; conosceremo pure che noi siamo nel Figlio, perché ci ha amato e ha dato la vita per noi; conosceremo infine che lui è in noi, perché lo amiamo e osserviamo le sue parole. Attraverso l’immanenza reciproca di noi nel Figlio e del Figlio in noi, conosciamo che il Figlio è nel Padre e il Padre nel Figlio. “Nessuno conosce chi è il Figlio se non il Padre e chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelare” (Lc 10,22). In quel giorno il Figlio ci darà la sua stessa conoscenza reciproca con il Padre: avremo parte alla vita di Dio.

21: chi ha i miei comandi e li osserva. “Avere” i comandi di Gesù significa farli propri e viverli. Ascoltare la Parola e non osservarla è l’empietà denunciata dai profeti. Si può infatti ascoltare il profeta con piacere, “come una canzone d’amore”, senza fare ciò che dice (Ez 33,30-33); si può addirittura ucciderlo, come fa Erode con il Battista (Mc 6,20.27). Ascoltare la Parola e non farla è stoltezza e rovina (Mt 7,26s).

quegli è chi mi ama. Nel v. 15 Gesù diceva che chi lo ama, osserva i suoi comandi; qui dice che chi osserva i suoi comandi, lo ama. L’amore è principio e fine dell’osservare i suoi comandamenti: se l’amore fa vivere come lui, vivere come lui realizza l’amore.

chi mi ama sarà amato dal Padre mio. Il Padre ama tutti gli uomini, anche se lo ignorano e rifiutano. Ma solo chi ama il Figlio e osserva i suoi comandi, ha il Figlio dentro di sé e sperimenta l’amore del Padre verso di lui.

Accettare l’amore gratuito del Padre è l’atto di libertà che ci fa essere ciò che siamo: figli che rispondono con amore all’amore del Padre.

io amerò lui. Il Figlio ci ama da sempre, come il Padre, anche se lo rinneghiamo con Pietro e lo tradiamo con Giuda. Il fatto che ci ami così, ci permetterà di fare esperienza del suo amore per noi.

a lui mi manifesterò. Solo chi ama conosce l’amore con cui è amato. Senza amore per Gesù, non c’è conoscenza né di lui né del Padre né dello Spirito: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8).

Qui si parla di amore e manifestazione di Gesù al futuro: anche se è una realtà già presente (cf. v. 17b), essa si manifesterà in “quel giorno” e crescerà sempre di più, all’infinito.

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 21 maggio 2017 anche qui.

VI Domenica del Tempo di Pasqua

Gv 14, 15-21

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

C: Parola del Signore.

A: Lode a Te o Cristo.

  • 21 – 27 Maggio 2017
  • Tempo di Pasqua VI, Colore – Bianco
  • Lezionario: Ciclo A | Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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