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Approfondimenti

card. Gianfranco Ravasi – Mosè e la presa della mano di Dio

«Quando si dà la mano a Dio, egli non lascia tanto facilmente la presa!». Così confessava lo scrittore francese Julien Green, rievocando la sua conversione, nell’opera autobiografica Terra lontana (1966). Qualcosa del genere tremila anni prima avrebbe potuto dire un personaggio capitale nella Bibbia, la cui tormentata vocazione abbiamo riservato per questo mese “sinodale”. È, infatti, Mosè che vorremmo idealmente far parlare per narrare la sua storia di chiamato renitente. Sì, perché colui che sarà la guida di Israele nella marcia verso la terra promessa della libertà, aveva alle spalle un inizio molto esitante e incerto.

Dio non si era lasciato scoraggiare e, pur rispettando i tempi e i ritmi della libertà umana, non aveva mollato la presa su questo ebreo dalle origini prodigiose, dalla strana giovinezza di principe e di perseguitato e dalla vocazione scandita a lungo da un’obiezione, eretta come paravento per evitare la risposta positiva. Come dicevamo, lasceremo la parola a lui, affidandoci alle pagine del libro dell’Esodo.

Ora, è noto che questo testo biblico è simile a un tessuto la cui trama è tracciata con fili dai diversi colori e spessori. Sono le cosiddette “tradizioni” che recano nomi assegnati dagli studiosi: “Jahvista” a causa dell’uso del nome sacro Jahweh; “Elohista” perché Dio è chiamato con il termine più comune ’Elohîm; infine, la “Sacerdotale” perché forse furono i sacerdoti a conservare la memoria della storia ebraica durante l’esilio a Babilonia nel VI sec. a.C. Ascoltiamo, dunque, la voce di Mosè che per tre volte, secondo le diverse narrazioni parallele, cerca di esimersi da una vocazione vissuta come un impegno da incubo.

Ecco la “Tradizione Elohista” con la relazione più netta nel capitolo 3 dell’Esodo. La chiamata: «Dio lo chiamò dal roveto ardente: Mosè, Mosè!… Va’, io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti». L’obiezione di Mosè: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». La protezione, espressione dell’insistenza divina: «Io sarò con te. Eccoti un segno…».

Passiamo alla “Tradizione Jahvista” negli elementi essenziali, con l’obiezione che domina: «Non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce… Non sono un buon parlatore, non lo sono mai stato… Sono impacciato di bocca e di lingua… Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Ma Dio non si rassegna: «Chi ha dato la bocca all’uomo? Non sono forse io, il Signore? Io sarò nella tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire!… Ma poi non vi è forse tuo fratello Aronne? Io so che sa parlare bene… Tu gli parlerai e io sarò con la tua e la sua bocca… Parlerà lui al popolo per te» (si legga Esodo 4,10-17).

Infine, la “Tradizione Sacerdotale”. La chiamata divina: «Va’ e parla al faraone, perché lasci partire dal suo paese gli Israeliti!». L’obiezione di Mosè: «Gli Israeliti non mi ascoltano, come vorrà ascoltarmi il faraone, considerato il fatto che ho le labbra impacciate?» (6,10-12). La figura più alta dell’Antica Alleanza rivela, quindi, la sua incertezza e fragilità. Eppure sarà lui il condottiero, anzi, il mediatore tra Dio e Israele, «l’uomo di fiducia di tutta la mia casa, colui con il quale parlo bocca a bocca, contemplando l’immagine del Signore», pur essendo o forse proprio perché era «un uomo assai umile, più di chiunque altro sulla terra» (Numeri 12,3.7-8).

Fonte

Pensare e pregare ogni frase del Padre Nostro con i bambini

La preghiera di Gesù

Gesù pregava spesso.

Un giorno i suoi amici gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare».

Gesù rispose: «Quando pregate, dite così:

Padre Nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo Nome,
venga il tuo Regno,
sia fatta la tua Volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo
ai nostri debitori,
e non c’indurre in tentazione,
ma liberaci dal Male.
Amen».

La preghiera di tutti i cristiani

Il Padre Nostro è diventato la preghiera più importante dei cristiani di tutto il mondo.

Perché è stata donata da Gesù stesso. Molte persone la recitano al mattino e alla sera.

Gli incontri dei cristiani incominciano spesso con questa preghiera. Tante famiglie, alla sera, la recitano tutti insieme. Alcuni la meditano in silenzio in campagna, in città, per la strada o durante il lavoro.

È una preghiera bellissima, ma non sempre facile da comprendere.

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PADRE

IL PRIMO FIORE

In un paesino di montagna c’era  un’usanza molto bella. Ogni primavera si svolgeva una gara fra tutti gli abitanti. Chi riusciva a trovare il primo fiore sarebbe stato il re di tutte le feste dell’anno. Per questo partecipavano tutti, giovani e vecchi. Un anno, appena la neve cominciò a fondere, partirono tutti alla ricerca del primo fiore. Per ore e ore, cercarono in alto e in basso. Stavano già abbandonando l’impresa, quando udirono la voce di un bambino. «È qui! L’ho trovato!». Corsero tutti da lui. Il bambino indicava con il dito il primo fiore. Era sbocciato in mezzo alle rocce, qualche metro sotto il ciglio di un terribile dirupo. La bocca spalancata del burrone faceva paura. Il bambino scoppiò in pianto. Voleva il fiore, ma aveva paura del precipizio. Tutti gli altri erano gentili, lo volevano aiutare. Cinque uomini forti portarono una corda. «Ti legheremo e ti caleremo giù», dissero. «No, no», piangeva il bambino. «Ho paura!».

Si misero in quindici, i più forti del paese:

“Ti terremo noi!». Niente da fare. Poi, ad un tratto, il bambino smise di piangere. Con una mano si asciugò le lacrime. Tutti fecero silenzio. «Va bene», disse il bambino. «Andrò giù… andrò giù se terrà la corda mio padre». Avere un papà è sapere che c’è qualcuno vicino, pronto ad aiutarci perché ci vuole bene.

Quando diciamo papà e mamma, pensiamo a parole calde, braccia accoglienti, profumo di buono, sguardi teneri e sicurezza e aiuto. A qualcuno che ci dice: «Qualunque cosa capiti, puoi sempre contare su di me». Così vuol essere Dio per noi. «Dio è un papà che ci vuole bene come una mamma», ha scritto una bambina sul suo quaderno di catechismo.

NOSTRO

I DUE UOMINI CHE VIDERO DIO

In un villaggio, che sorgeva ai piedi di un’alta montagna, vivevano due vicini di casa che litigavano dal attino alla sera. Si facevano dispetti, vendette, ripicche. Erano veramente insopportabili: per colpa loro, nel villaggio non c’era mai un giorno di pace.

Un anziano decise di mettere fine alla cosa. Prese in disparte uno dei due e gli disse: «Vai sulla montagna a incontrarti con Dio». L’uomo si mise in marcia e, dopo molti giorni di fatica, giunse in cima alla montagna. Dio era là che lo aspettava. Fu proprio una sorpresa: l’uomo si stropicciò gli occhi invano; non c’era alcun dubbio: Dio aveva la faccia del suo vicino antipatico e rissoso. Ciò che Dio gli disse, nessuno lo sa.

Ma al ritorno nel villaggio non era più lo stesso uomo. L’altro però continuava ad inventare pretesti per litigare. Cosi gli anziani si dissero: “E meglio che anche lui vada a vedere Dio». Così anche il secondo uomo salì sulla montagna. E lassù scopri che Dio aveva il volto del suo vicino… Da quel giorno tutto è cambiato e la pace regna nel villaggio.

Quando diciamo che Dio è Padre nostro» riconosciamo che apparteniamo a Lui in un modo speciale e che facciamo parte della sua famiglia. E che tutti gli esseri umani sono nostri fratelli e sorelle. E siccome tutti i figli assomigliano un po’ al papà, nel volto di tutti quelli che incontriamo, se lo vogliamo, possiamo vedere un po’ di Dio.

CHE SEI NEI CIELI

DOVE ABITA DIO

una comitiva di zingari si fermò al pozzo di un cascinale. Un bambino di circa cinque anni uscì nel cortile, osservandoli incuriosito. Uno zingaro in particolare lo affascinava. Era gigantesco: aveva attinto un secchio d’acqua dal pozzo e beveva direttamente dal secchio, reggendolo come fosse una tazza. Un filo d’acqua gli scorreva giù per la barba di fuoco. Finito che ebbe, si tolse la fusciacca multicolore e con quella si asciugò la faccia. Poi si chinò e scrutò in fondo al pozzo. Incuriosito, il bambino si alzò in punta di piedi per guardare anche lui oltre l’orlo del pozzo.

Il gigante si accorse del bambino e sorridendo lo prese in braccio. «Sai chi ci sta laggiù?», chiese. Il bambino cosse il capo.

«Ci sta Dio», disse lo zingaro. «Guarda!», aggiunse, e tenne il bambino sull’orlo del pozzo. Là, al fondo, nell’acqua ferma come uno specchio, il bambino vide riflessa la propria immagine. “Ma quello sono io!». «Ah!», esclamò lo zingaro, rimettendolo con dolcezza a terra. «Ora sai dove sta Dio».

«Gesù è in cielo», dice la mamma. Domenico, sette anni: «No, Gesù non sta in cielo. E nel mio cuore».

La mamma gli spiega che il cielo non è un luogo e che Gesù sta anche nel suo cuore.

«No, mamma. Gesù non sta in cielo, sta nel mio cuore, e nel mio cuore è il cielo». Dio abita dove viene accolto, dove lo si lascia entrare. E dove Dio è accolto sboccia sulla terra un pezzo di Cielo.

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

LA CITTÀ SMEMORATA

Una volta, in una piccola città, uguale a tante altre, cominciarono a succedere dei fatti strani. I bambini dimenticavano di fare i compiti, i grandi si dimenticavano di togliersi le scarpe prima di andare a dormire, nessuno si salutava più. Le porte della chiesa rimanevano chiuse. Le campane non suonavano più. Nessuno sapeva più le preghiere.

Un lunedì mattina, però, un maestro domandò ai suoi alunni: «Perché ieri non siete venuti a scuola?».

«Ma ieri era domenica!», risposero gli scolari. «La domenica non c’è scuola».

«Perché?», chiese il maestro. Gli alunni non seppero che cosa rispondere. Si avvicinava il Natale. «Perché suonano questa musica dolce?». «Perché sull’albero ci sono le candele?». Nessuno lo sapeva.

Due amici avevano litigato: si erano insultati, fino a diventare rauchi. «Ora non ho più nessun amico», pensava tristemente uno di loro il giorno dopo. E non sapeva che cosa fare. La piccola città si faceva sempre più grigia e triste. La gente diventava ogni giorno più egoista e litigiosa.

“Ho l’impressione di aver dimenticato qualcosa», ripetevano tutti. Un giorno soffiava un forte vento tra i tetti, così forte da smuovere le campane della chiesa. La campana più piccola suonò. Improvvisamente la gente si fermò e guardò in alto. E un uomo per tutti esclamò: «Ecco che cosa abbiamo dimenticato: Dio!».

Se c’è speranza in questo mondo è solo perché risuona ancora il nome di Dio. Milioni e milioni di persone gettano su questo nome le gioie e le paure della propria esistenza. È l’unico nome che porta su di sé il peso dell’umanità e che dà un senso a tutto. Anche per questo non possiamo rinunciare a pronunciarlo con rispetto e fiducia.

VENGA IL TUO REGNO

IL SEME PIÙ PICCOLO

Non si sa come fosse capitato là, ma nella manciata di grossi e lucidi grani di frumento c’era un granellino nero nero, cosi piccolo che era quasi invisibile. II contadino buttò la manciata di semi nella terra aperta dall’aratro. I semi di grano si sistemarono con molta dignità nei loro lettini di buona e profumata terra.

Ma quando arrivò il semino nero, scoppiò tra le zolle una gran risata. «Pussa via, sgorbietto inutile!», brontolò stizzito un grasso seme di frumento che si era ricevuto il semino proprio sulla pancia.

«Chiedo Scusa, signore», mormorò il granellino. «Sono spiacente».
«E’ il seme più ridicolo che mi sia capitato di vedere!», sbraitò il bulbo di una cipolla selvatica.

Il piccolo seme si senti avvilito da quelle voci di disprezzo. Ma mentre gli altri semi si crogiolavano pigramente prendendolo in giro per la sua piccolezza, affondò subito le radici nel terreno umido.

Fu un inverno faticosissimo per lui. Gli altri semi si godevano il tepore profumato della terra, giocavano a carte o agli indovinelli per passare il tempo. II piccolo seme si impegnava con tutte le sue forze.

Venne l’estate.

I viandanti che percorrevano la stradina accanto al campo di grano si fermavano e additavano meravigliati una pianta alta e rigogliosa che dominava la distesa del grano.

Un mattino dorato passò anche Gesù. Chiacchierava con i suoi amici, ma giunto davanti alla pianta si fermò e la guardò con intensità. I passerotti smisero di far chiasso e anche il vento, che si divertiva a far frusciare gli steli del grano e ad arruffare l’erba del fosso, tacque sospeso. Gesù sapeva l’enorme fatica del piccolo seme nell’inverno e volle coronare la fiducia che aveva avuto in se stesso. Disse: «Guardate il granello di senape. È il più piccolo di tutti i semi, ma quando è cresciuto, è più grande di tutte le piante dell’orto. Diventa un albero, tanto grande che gli uccelli vengono a fare il nido in mezzo ai suoi rami».

Il frumento che si aspettava qualche elogio sulla sua importanza, quasi seccò per l’invidia. Il piccolo seme, là sotto, moriva di gioia.

II Regno di Dio è un seme piccolo affidato a tutti gli uomini. È il più piccolo di tutti, ma ha dentro la forza per diventare la pianta più grande. Quando sei stato battezzato hai ricevuto anche tu il seme del Regno di Dio. Se intorno a te aumentano il perdono, l’amore e la pace, il piccolo seme sta crescendo.

SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSÌ IN TERRA

IL RAGNO DISTRATTO

Una bella mattina di settembre, dei fili leggeri, lucidi come seta, ondulavano nell’ aria. Solo il vento sapeva da dove venivano. Uno di quei fili approdò in cima ad un albero e l’aeronauta, un ragnetto giallo e nero, lasciò la sua leggera navicella e si attaccò alle foglie. Si mise subito al lavoro e costruì una bella ragnatela, tutta ricamata.

Il giorno dopo, la rugiada ornò i nodini della ragnatela con i suoi diamanti iridescenti. Mosche e moscerini, curiosi e sventati, vi incapparono in gran numero. Così il ragnetto si fece grande e grosso. Un mattino, però, si svegliò di cattivo umore o forse scese dal letto con le quattro zampe sbagliate.

Fece un giro della ragnatela per far colazione con qualche moscerino, ma non ne trovò. Decise di ispezionare la sua tela e, gira e rigira, fini col notare un filo strano. Apparentemente non si attaccava da nessuna parte. Sembrava finisse nelle nuvole. Più Io guardava, più si arrabbiava.

«Sta a vedere», brontolò, «che da quel filo vengono giù dei concorrenti a mangiarsi le mie prede… È uno stupido filo buono a nulla!».

E con un colpo secco Io tagliò. Subito la sua meravigliosa tela cedette e si trasformò in un misero cencio che lo avviluppava. Troppo tardi il povero ragnetto si ricordò che, in un sereno giorno di settembre, era sceso giù proprio da quel filo e che solo partendo da quel filo aveva costruito la sua ragnatela.

La volontà di Dio unisce la terra con il cielo e fa sì che l’uomo possa compiere la sua meravigliosa missione quaggiù. “Senza di me non potete far nulla», ha detto Gesù.

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

LA RONDINE E LO SPAVENTAPASSERI

Una volta una rondine fu ferita da un cacciatore. Quando arrivò l’autunno non poté cosi partire con le altre sue compagne per paesi più caldi. Per qualche tempo riuscì a sopravvivere con quello che trovava nei campi. Poi, terribile e gelido, arrivò l’inverno. Un freddo mattino, cercando qualcosa da mettere nel becco, la rondine si posò su uno spaventapasseri. Era uno spaventapasseri molto distinto, grande amico di gazze, cornacchie e volatili vari. Aveva il corpo di paglia infagottato in un vecchio abito da sera; la testa era una grossa zucca arancione; i denti erano fatti con granelli di mais; per naso aveva una carota e due noci per occhi.

«Che ti capita, rondinella?», chiese Io spaventapasseri, gentile come sempre. «Va male», sospirò la rondine. «Il freddo mi sta uccidendo e non ho un rifugio. Per non parlare del cibo. Penso che non rivedrò la primavera».

«Non avere paura. Rifugiati qui sotto la giacca. La mia paglia è asciutta e calda».

Cosi la rondine trovò una casa nel cuore di paglia dello spaventapasseri. Restava il problema del cibo. Era sempre più difficile per la rondine trovare bacche o semi. Un giorno in cui tutto rabbrividiva sotto il velo gelido della brina, lo spaventapasseri disse dolcemente alla rondine:

«Rondinella, mangia i miei denti: sono ottimi granelli di mais».

«Ma tu resterai senza bocca».

«Sembrerò molto più saggio».

Lo spaventapasseri rimase senza bocca, ma era contento che la sua piccola amica vivesse. E le sorrideva con gli occhi di noce.

Dopo qualche giorno, fu la volta del naso di carota.

«Mangialo. È ricco di vitamine», diceva lo spaventapasseri alla rondine.

Toccò poi alle noci che servivano da occhi. «Mi basteranno i tuoi racconti», diceva lui. Infine, lo spaventapasseri offrì alla rondine anche la zucca che gli faceva da testa.

Quando arrivò la primavera, lo spaventapasseri non c’era più. Si era sacrificato per far vivere la rondine.

Come ogni papà, Dio provvede che non manchi mai ciò che ci serve per vivere. Lo fa attraverso il lavoro di tanti uomini. A Lui chiediamo il coraggio di guadagnare insieme il nostro pane e di condividerlo con quelli che non ne hanno. Ma Dio ha fatto di più. Perché capissimo quanto ci vuole bene, ha voluto Lui stesso diventare pane per noi, nell’Eucaristia.

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI

LA CIPOLLA DELLA SIGNORA AVARA

Una signora ricca ma molto avara, appena morta, si trovò davanti un diavolaccio che la gettò nel mare di fuoco dell’inferno. Il suo angelo custode cominciò disperatamente a pensare se per caso non esisteva qualche motivo che poteva salvarla. Finalmente si ricordò di un lontano avvenimento e disse a Dio:

«Una volta la mia signora regalò una cipolla del suo orto ad un mendicante».

Dio sorrise all’angelo: «Bene. Grazie a quella cipolla si potrà salvare. Prendi la cipolla e sporgiti sul mare di fuoco in modo che la signora possa afferrarla, poi tirala su. Se la tua signora rimarrà saldamente attaccata alla sua unica opera buona potrà essere tirata fino in paradiso».

L’angelo si sporse più che poté sul mare di fuoco e gridò alla signora: «Presto, attaccati alla cipolla».

La donna si aggrappò alla cipolla e subito cominciò a salire verso il cielo. Ma uno dei condannati si afferrò all’orlo del suo vestito e fu sollevato in alto con lei; un altro si attaccò al piede del primo e salì anche lui. Presto si formò una lunga coda di persone che salivano verso il paradiso aggrappate alla signora che si teneva alla cipolla tenuta dall’angelo.

I diavoli erano preoccupatissimi, perché l’inferno si stava praticamente svuotando. La lunghissima fila arrivò fino ai cancelli del paradiso. La signora però era proprio un’avaraccia incorreggibile e, in quel momento, si accorse della fila di peccatori attaccati al suo vestito e strillò irritata:

«La cipolla è mia! Solo mia! Lasciatemi…».

In quel preciso istante la cipolla si spappolò e la donna, con tutto il suo seguito, precipitò nel mare di fuoco. Davanti ai cancelli del paradiso, sconsolato e in lacrime, rimase solo l’angelo custode.

Dio pensa agli uomini come ad una grande famiglia. Una famiglia di persone che si vogliono bene e si aiutano. Come fossero una lunga fila che si tiene per mano.

Sa che la cosa più importante di cui abbiamo bisogno è la capacità di perdonarci gli uni gli altri e ci insegna a chiederla dopo il pane quotidiano. Perché ne abbiamo bisogno come del cibo.

E NON CI INDURRE IN TENTAZIONE

COME SI CATTURANO LE SCIMMIE

I cacciatori di scimmie hanno inventato un metodo infallibile per catturarle. Quando hanno scoperto la zona della foresta dove più spesso si radunano, affondano nel terreno delle noci di cocco in cui hanno praticato una piccola apertura, sufficiente a lasciar passare la mano delle scimmie.

Poi mettono nelle noci qualche manciata di riso e bacche, che per le scimmie sono ghiottonerie prelibate.

Appena i cacciatori se ne sono andati, le scimmie ritornano. Curiose come sono, esaminano le noci di cocco e, quando si accorgono delle buone cose che contengono, infilano la mano dentro il piccolo foro e abbrancano una grossa manata di cibo, la più grossa possibile. Ma il foro nella noce di cocco è praticato in modo astuto. Una mano vuota vi scivola dentro, una mano piena non può assolutamente venire fuori. E le scimmie tirano, tirano.

Si dibattono con tutte le loro forze, ma non le sfiora neppure per un attimo il pensiero di aprire la mano e abbandonare ciò che stringono in pugno. E il momento atteso dai cacciatori, nascosti nei paraggi. Si precipitano sulle scimmie e le catturano facilmente.

Quanta gente smarrisce la vera vita per la paura di allentare i pugni con cui stringe ciò che crede indispensabile e che invece è inutile. Eleganti e sorridenti, i cacciatori sono sempre in azione: nascondono le loro trappole sulle riviste colorate, nei teleschermi e agli angoli delle strade. È così che nasce un popolo dai pugni chiusi e il cuore spento. Ma i figli di Dio non cadranno in trappola.

MA LIBERACI DAL MALE

I DUE SPECCHI

Una volta, il diavolo passò davanti ad uno specchio. Vedendo la sua brutta faccia riflessa, cominciò a farsi ogni sorta di smorfie e boccacce. La cosa Io divertiva moltissimo, tanto che cominciò a sghignazzare.

Si contorceva tanto per il gran ridere che urtò Io specchio e lo fece cadere. Lo specchio che rifletteva l’immagine del diavolo piombò sulla terra e si frantumò in milioni di pezzi. Un uragano potente e maligno fece volare i frammenti dello specchio del diavolo in tutto il mondo. Alcuni frammenti erano più piccoli di granelli di sabbia ed entrarono negli occhi di molte persone.

Queste persone cominciarono a vedere solo più ciò che era cattivo e maligno. Altre schegge diventarono lenti per occhiali. La gente che usava quegli occhiali non riusciva più a vedere ciò che era giusto. Altri pezzi diventarono vetri di finestre. I poveretti che guardavano da quelle finestre vedevano solo vicini di casa antipatici e delinquenti per la strada. Altri frammenti dello specchio del diavolo si ficcarono negli schermi televisivi, che cominciarono a trasmettere solo catastrofi e delitti.

Quando il Signore vide questo disastro decise di aiutare gli uomini. Buttò sulla terra uno specchio che rifletteva la sua immagine di Bontà e di Giustizia. Lo specchio si ruppe in miliardi di frammenti e il vento buono dello Spirito li soffiò dappertutto.

Chi riceve anche una piccolissima scintilla di questo specchio negli occhi comincia a vedere il bene e la bontà; vede negli altri la giustizia e la generosità, la gioia e le speranze. E se si accorge di qualche male, vede il modo di eliminarlo.

È Gesù lo specchio di Dio, la sua immagine vera. Se ascoltiamo le sue parole e facciamo come Lui sapremo vincere sempre il male.

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Il Santo Rosario per i bambini

Modo di recitare il Santo Rosario

  1. Segno della Croce
  2. Credo
  3. Si annuncia il primo Mistero del giorno
    • Padre Nostro
    • Dieci Ave Maria
    • Gloria
  4. Si continua fino a completare cinque misteri del giorno
  5. Preghiera finale alla Madonna

Il Segno della Croce

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Credo

Io credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu  concepito  dallo Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò da morte. Salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente, di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Padre Nostro

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

Ave Maria

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.

Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Gloria

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

Preghiera di Fatima

O Gesù mio, perdona le nostre colpe; preservaci dal fuoco dell’inferno; porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia.

Rosario gioioso per bambini – Misteri

  1. Gesù, che Tu, Maria Vergine, hai concepito dallo Spirito Santo.
    L’arcangelo Gabriele fu mandato da Dio a Maria nella città di  Nazareth, per chiederle se voleva divenire la madre di Gesù. Egli le spiegò che Dio stesso sarebbe stato padre del bambino. Poiché Maria credeva che Dio può tutto, rispose di “sì”.
    Madre di Dio, noi ti preghiamo, dona a noi la Tua fede perché impariamo ad ascoltare sempre Dio e a mettere in pratica tutto quello che ci chiede di fare.
  2. Gesù, che Tu, Maria Vergine, hai portato a Elisabetta.
    L’angelo Gabriele aveva inoltre detto a Maria che anche la  sua paren te Elisabetta aspettava un bambino. Allora Maria si mise subito in viaggio per portarle il suo aiuto. Quando si salutarono, Elisabetta sentì subito il bambino sussultarle per la gioia nel grembo. Lo Spirito Santo illuminò Elisabetta che seppe così del segreto della Madre di Dio ed esclamò dalla gioia: “Beata sei Tu, Maria, perché hai creduto.”
    Madre di Dio, noi Ti preghiamo per tutti i missionari che vogliono portare agli uomini la parola di Dio. Fai che trovino cuori aperti ad accogliere con gioia il messaggio di Gesù e a credere in Lui.
  3. Gesù, che Tu, Maria Vergine, hai dato la luce a Betlemme.
    Quando Giuseppe e Maria giunsero a Betlemme, furono costretti a riparare in una stalla, perché non c’era posto per loro nell’albergo. Lì nacque il Bambin Gesù. I primi che vennero ad adorare il bambinello erano dei pastori. Angeli avevano detto loro che era nato il Messia, il Salvatore.
    Madre di Dio, noi Ti preghiamo per tutti i bambini e le famiglie che non possiedono una casa, perché l’hanno perduta in guerra o a causa di catastrofi naturali. Manda loro persone che si prendano cura di loro e che portino loro la pace di Dio.
  4. Gesù, che Tu, Maria Vergine, hai presentato al Tempio.
    40 giorni dopo, Maria e Giuseppe portarono il Bambin Gesù al Tempio a Gerusalemme, come voleva la legge degli Ebrei. Anche Simeone, un anziano giusto, venne al Tempio. Lo Spirito Santo gli aveva rivelato chi era il bambino ed egli, pieno di gioia, prese Gesù tra le sue braccia e gridò: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, la luce che illumina tutti.”
    Gesù, noi Ti preghiamo per tutti coloro che ancora non Ti conoscono. Dona loro la possibilità di sapere di Te e di capire che solo Tu sei la luce e la salvezza del mondo.
  5. Gesù, che Tu, Maria Vergine, hai ritrovato al Tempio.
    Quando Gesù aveva 12 anni, si recò assieme ai genitori al Tempio di Gerusalemme per la festa di Pasqua. Egli rimase lì e parlava ai maestri di Dio, Suo padre. Maria e Giuseppe, nel frattempo, si erano rimessi in cammino verso casa. Improvvisamente si resero conto che Gesù non era nel gruppo che tornava a Nazareth e, pieni di angoscia, si misero alla sua ricerca fino a quando lo ritrovarono.
    Padre divino, Ti preghiamo per tutti i genitori che hanno perso i propri fig  li, che si prendono cura dei loro figli o che aspettano un figlio e guardano con paura al loro futuro. Aiutali a confidare che Tu sei al loro fianco in qualsiasi situazione.

Fonte: Il Rosario dei bambini – Aiuto alla Chiesa che Soffre

Rosario dei bambini per l’unità e la pace

Un milione di bambini che recitano insieme il Rosario per l’unità e la pace. È l’invito che il 18 ottobre, ormai da tredici anni, Aiuto alla Chiesa che Soffre rivolge ai bambini di tutto il mondo.

L’iniziativa, chiamata “Un milione di Bambini in Preghiera”, è nata nel 2005 a Caracas in Venezuela. Mentre un gruppo di bambini pregava, alcune donne presenti hanno avvertito la presenza della Vergine. Una di loro si è ricordata allora della promessa di Padre Pio: «Se un milione di bambini pregheranno insieme il Rosario, il mondo cambierà».

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La fede ha un senso? E quale sicurezza offre?

Spesso nella quotidianità sperimentiamo di non poter fare affidamento sugli altri. Uno ci ha giurato eterna fiducia, e tuttavia ci lascia. Un altro sembra essere solido e avere una posizione certa, ma poi si lascia coinvolgere in scandali. I politici si orientano secondo il vento che tira.

Proprio in questa situazione è importante non reagire in modo cinico, ironico o addirittura con rassegnazione. Continuano a esserci persone sulle quali si può fare davvero affidamento, che non promettono troppo, che sono sincere e contemporaneamente fedeli. E c’è un fondamento ultimo della mia vita, sul quale posso fare affidamento: persino quando abbandono me stesso, perché non riesco più a sopportarmi, Dio non mi abbandona.

Per i bambini è particolarmente importante l’affidabilità. Per loro è importante potersi fidare e credere che il loro angelo non li abbandona, anche se i genitori li abbandonano; che il loro angelo è con loro e li sostiene, anche là dove non riescono più a farlo loro stessi. Una fiducia così profonda fa in modo che loro tengano fede a se stessi e che possano sviluppare la propria personalità. Solo una fiducia del genere dà loro solidità in mezzo a un mondo insicuro.

[…] L’esperienza mostra che nessuno può vivere senza fiducia. Persino chi è stato continuamente deluso dagli altri, desidera intensamente avere persone di cui ci si può fidare. Ha dentro di sé la sensazione di aver bisogno di questa fiducia per avere un punto fermo in questo mondo. E se gli altri lo deludono continuamente, allora cerca un altro sostegno. Anche la fiducia in Dio normalmente ha bisogno dell’esperienza della fiducia umana. Ma si fa anche esperienza che la mancanza di fiducia umana ci porta a porre la nostra fiducia in Dio. Ciascuno ha in sé il desiderio intenso di potersi fidare. E nel desiderio intenso di fiducia si presenta già l’inizio della fiducia in noi.

Quale sicurezza offre la fede?

Un aspetto ulteriore della fede non punta al sapere e all’interpretazione, ma all’atteggiamento. Credo a qualcuno. Fede è fiducia in una persona. Anche se questa fiducia, in ultima analisi, ritiene che Dio sia il sostegno vero e proprio della nostra vita, per molti non è possibile confidare in Dio, che appare così lontano. E tuttavia, si sentono in qualche modo sostenuti.

Dietrich Bonhoeffer, nella famosa poesia composta prima di venire ucciso in campo di concentramento, ha parlato delle forze amiche che ci sostengono: “Da forze amiche meravigliosamente avvolti, attendiamo consolati quello che verrà. Dio è con noi di sera e di mattina, sarà con noi in ogni nuovo giorno”. A queste parole possono ricorrere anche coloro che hanno difficoltà a riconoscere Dio come il fondamento della loro fiducia.

Anselm GRÜN, Il libro delle risposte

Aforismi per domenica 21 Ottobre 2018

AUTORITARIO O AUTOREVOLE?

  • Un grande pensatore francese, Emmanuel Mounier, la cui filosofia è conosciuta come “personalismo cristiano”, ha insegnato a distinguere tra due profili umani: la persona autorevole, e la persona solo investita di autorità.
  • La persona investita di autorità ha ricevuto la sua carica dall’esterno, da un decreto, una nomina, o magari l’ha carpita con l’astuzia e la forza.
  • Invece la persona autorevole emerge per le sue qualità morali, perchè ci sa fare, ha capacità di amare e di donarsi agli altri. E per questo viene stimata, accettata e obbedita.
  • Gesù non era persona investita di autorità, almeno secondo le gerarchie umane. Ma era autorevole. Così si aspetta che siano i cristiani.

UN CERTO MODO DI COMANDARE

  • Tutti gli uomini sarebbero tiranni, se potessero. Daniel Defoe
  • A che mi servirebbe il potere, se non ne abusassi? Edmond Audran
  • I governanti hanno un braccio lungo e uno corto. Quello lungo serve a prendere, e arriva dappertutto. Quello corto serve a dare, e non raggiunge che i più vicini. Ignazio Silone
  • Un uomo può costruirsi un trono di baionette, ma non può sedercisi sopra. William Ralph Inge
  • È difficile applaudire chi ti ha legato le mani. Stanislaw J. Lec
  • Bisogna riconoscerlo: sotto le dittature non ci sono più ladri, né delinquenti. A parte i dittatori. Anonimo
  • Un parlamento democratico in genere è formato da due camere, e da molte anticamere. Ernesto Carletti
    – Parlamento: parlo e mento. Anonimo
  • I tiranni sono assassinati sempre troppo tardi. Èmile Cioran
  • Il solo tiranno che accetto in questo mondo è la piccola voce silenziosa che parla dentro di me. Gandhi

IL COMANDARE SECONDO GESÙ

  • Non c’è superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio. Alessandro Manzoni
  • L’autorità è soprattutto una forza morale. Giovanni XXIII
  • Credevamo che un pascià fosse un pascià, invece è soltanto un uomo. Proverbio libanese
  • Un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto, soltanto quando lo sta aiutando a rialzarsi. Gabriel Garcìa Marquez
    – I re sono fatti per i popoli, e non i popoli per i re. François Fénelon
  • Il più grande principe è quello che si fabbrica un trono nel cuore degli uomini. Theodor Korner
  • Stendi la carità sul mondo intero se vuoi amare Cristo, poichè le membra di Cristo sono sparse in tutto il mondo. Sant’Agostino

Fonte

Luciano Manicardi – Il Servo del Signore

L’accostamento del testo di Isaia a quello di Marco ha come esito la rivelazione che Gesù è il Servo del Signore. Ovvero, l’obbediente alla volontà del Signore che ha donato se stesso per gli uomini vivendo la sua esistenza facendosi loro servo. La domanda di Giacomo e Giovanni (“Noi vogliamo che tu ci faccia ciò che ti chiederemo”) esprime la distorsione più frequente della preghiera cristiana: se la preghiera, come appare dal Padre nostro, porta il discepolo a fare la volontà del Signore (“sia fatta la tua volontà”: Mt 6,10), la domanda dei due discepoli va nel senso contrario. Si chiede che Dio faccia ciò che noi vogliamo. La preghiera allora non è più dialogo tra due libertà, ma imposizione umana a un Dio che non è più il Signore, ma un idolo.

Occorre che il cristiano impari a domandare, perché la domanda esaudita è quella che chiede “nel nome del Signore”: “Tutto ciò che dobbiamo chiedere a Dio e dobbiamo attendere da lui si trova in Gesù Cristo. Occorre cercare di introdurci nella vita, nelle parole, negli atti, nelle sofferenze, nella morte di Gesù, per riconoscere ciò che Dio ha promesso e realizza sempre per noi. Dio infatti non realizza tutti i nostri desideri, ma realizza le sue promesse” (Dietrich Bonhoeffer).

Con la loro incosciente richiesta, i due figli di Zebedeo dimostrano, da un lato, la loro incomprensione delle parole che Gesù ha appena pronunciato sul suo futuro di sofferenza e morte (cf. Mc 10,32-34) e, dall’altro, rivelano di vivere la comunità come finalizzata alla loro personale riuscita: essi devono ancora operare il passaggio da “la comunità per me” (“per noi”: Mc 10,35) a “io per la comunità”, e devono ancora imparare che non la comunità in quanto tale può essere il fine cui tendono, ma il Regno che va oltre la comunità stessa. La scorretta o parziale comprensione di Cristo diviene distorsione ecclesiologica. Il richiamo di Gesù alla coppa da bere e all’immersione da ricevere, cioè alla morte cruenta che lo attende, corregge la comprensione che essi hanno di lui, ma ricorda anche che la chiesa vive del suo innesto nella morte vivificante di Cristo grazie al battesimo e all’eucaristia. Innesto che le conferisce una forma altra rispetto alle istituzioni mondane: non il potere, ma il servizio è la sua logica interna.

Da Gesù Servo nasce una chiesa serva. L’iniziativa dei due fratelli suscita un conflitto all’interno della comunità: “gli altri dieci si sdegnarono con loro” (Mc 10,41). Concorrenzialità e clericalismo ante litteram sono già presenti nel gruppo dei Dodici, tanto che Gesù li convoca e li istruisce sulla logica che deve abitare le comunità cristiane, opposta a quella che vige nei poteri di questo mondo.

“Tra voi non è così”: questa parola di Gesù pone un criterio discriminante tra chiesa e non-chiesa. La prima testimonianza politica della chiesa consiste nella sua strutturazione interna, nell’organizzazione delle sue strutture di autorità e nel modo di vivere l’autorità, che dev’essere conforme a quanto vissuto da Cristo e da lui richiesto ai discepoli.

La parola di Gesù stigmatizza le logiche dei poteri mondani, ma soprattutto si rivolge alla chiesa: alla tentazione della mimesi dei meccanismi mondani, Gesù oppone la differenza cristiana fondata sul farsi servi gli uni degli altri. Se la chiesa è la testimone di Cristo Servo nella storia tra la croce e la parusia, allora la sua forma la mostra quale comunità non omologata, né asservita. Insomma, con una battuta, la chiesa non è uno Stato: “Tra voi, non è così”. Essa invece è, secondo le belle parole del Card. Carlo Maria Martini, “comunità alternativa”: “La chiesa si sente spinta non solo a formare i suoi figli, ma a lasciarsi formare essa stessa vivendo al suo interno secondo modellini relazioni fondate sul vangelo, secondo quelle modalità che sono capaci di esprimere una comunità alternativa. Cioè una comunità che, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprima la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco”.

Luciano MANICARDI

San Giovanni Paolo II: 40 anni fa la sua elezione al soglio pontificio

Il 16 ottobre 1978, quarant’anni fa, – alle 18,18 – arrivò la fumata bianca, dopo appena due giorni di conclave. Alle 18,45 il cardinale protodiacono Pericle Felici, dalla loggia delle benedizioni della Patriarcale Basilica di San Pietro, dette l’annuncio che il cardinale Karol Wojtyła, arcivescovo di Cracovia, era stato eletto 264° Papa.

Dopo il brevissimo pontificato – trentatré giorni – di Giovanni Paolo I -, veniva eletto al soglio pontificio, e dunque successore dell’apostolo Pietro, un vescovo proveniente «da un paese lontano». Per quasi ventisette anni Giovanni Paolo II ha guidato la Chiesa cattolica e, ad appena nove anni dalla sua morte – 2 aprile 2005 -, il 27 aprile 2014, festa della Divina Misericordia, è stato canonizzato da Papa Francesco, presente alla celebrazione anche il Papa emerito Benedetto XVI.

Quando il protodiacono Pericle Felici pronunciò quel nome, Wojtyła, sconosciuto ai più, alcuni pensarono ad un Papa africano. Poi, la sorpresa: un Papa “giovane” che ruppe fin da subito i rigidi protocolli della Santa Sede, salutando e scherzando con i tanti fedeli che si erano riuniti in piazza San Pietro.

“Gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete”.

“Se mi sbaglio mi corrigerete”. Si presentò così al mondo Karol Wojtyła. Venuto “da un Paese lontano”, quale era la Polonia in quegli anni. Giovanni Paolo II è stato il primo Pontefice non italiano dopo quasi mezzo millennio.

Pochi giorni dopo quel saluto così spontaneo, durante la sua prima messa da Papa – 22 ottobre 1978 -, pronunciò in Piazza San Pietro, quello che si potrebbe definire la somma del suo pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!».

In quella stessa piazza, all’ombra del colonnato del Bernini, il 13 maggio 1981 subì un attentato quasi mortale da parte di Mehmet Ali Agca, un killer professionista turco, che sparò al Papa tre colpi di pistola, pochi minuti dopo che egli era entrato nella piazza per un’udienza generale, colpendolo all’addome. Wojtyła fu presto soccorso e sopravvisse. Dopo l’attentato fu sottoposto ad un intervento della durata di 5 ore e 30 minuti.

Due anni dopo, nel Natale del 1983, volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione è rimasta privata. Il Papa disse poi dell’incontro: «Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui». Successivamente PapaWojtyła disse: “Una mano ha sparato, e un’altra ha deviato”, attribuendo il salvataggio della sua vita alla Vergine Maria.

Ma San Giovanni Paolo è da ricordare anche per l’amicizia con gli ebrei e le sue “scappate” dal Vaticano per andare a sciare, l’amore per i giovani che lo portò ad inventare le Giornate Mondiali della Gioventù. Fu il primo Papa a pronunciare una “scomunica” nei confronti dei mafiosi.

Giovanni Paolo II, il pontefice che dopo l’attentato del 1981 avrebbe abbattuto il muro di Berlino, permettendo all’Europa di respirare finalmente a due polmoni, avrebbe viaggiato più di tutti i suoi predecessori messi insieme, annunciando il Vangelo veramente fino agli estremi confini della Terra, avrebbe creato ponti verso i giovani, avrebbe inaugurato un’epoca nuova di rapporti con gli ebrei e aperto strade mai percorse prima al dialogo interreligioso.

Dopo 40 anni dall’anniversario della sua elezione, possiamo davvero affermare che “Il Papa che voleva essere ‘corretto’ e che invece ha corretto la storia continua ad essere presente nella comunione dei santi”.

don Lucio d’Abbraccio

Gesù si rivela come “Io sono”

 

«Gesù cammina sulle acque». Come nella Bibbia Dio mostra il suo dominio sulle forze della natura (fuoco, vento, tempesta), così Gesù rivela lo stesso potere camminando sulle acque del mare in tempesta. Gesù va incontro ai discepoli impauriti e a Pietro che dubita, e li rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27).

Questa particolare rivelazione che Gesù fa di se stesso («Io Sono»), ci riporta alla rivelazione del nome di Dio, come appare in Es 3,14-16: «Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: Così dirai agli Israeliti: “Io sono mi ha mandato a voi”… Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

Attribuendo alla sua persona questo titolo, Gesù esprime la consapevolezza di essere uguale al Padre («Io e il Padre siamo una cosa sola»; Gv 10,30) e di essere lui stesso Dio («Chi ha visto me ha visto il Padre»; Gv 14,9).
A volte questo titolo appare nella formulazione «Sono io», come in Mt 14,27: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Nel Vangelo secondo Giovanni, invece, è sempre presente sulle labbra di Gesù la formulazione «Io Sono».
Essa ricorre con una particolare frequenza nel capitolo 8 di questo Vangelo: «Se non credete che Io Sono – dice Gesù ai suoi avversari – morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24); «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo – dice ancora agli stessi – allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28). E, rivolgendosi sempre a loro, afferma: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse Io Sono» (Gv 8,58).

L’espressione «Io Sono» non va compresa in senso astratto, intellettualistico, ma come la piena partecipazione di Dio alla nostra umanità, cui dona la sua salvezza.

Don Primo Gironi, ssp, biblista

Martirologio Romano del 12 Ottobre 2018

1. A Roma sulla via Laurentina, sant’Edisto, martire.

2. Ad Ainvarza in Cilicia, nell’odierna Turchia, santa Domnina, martire, che si tramanda abbia patito molte torture
sotto l’imperatore Diocleziano e il governatore Licia e abbia reso in carcere lo spirito a Dio.

3. Commemorazione dei santi quattromilanovecentosessantasei martiri e confessori della fede: vescovi, sacerdoti e diaconi della Chiesa di Dio insieme a una folla immensa di fedeli, durante la persecuzione vandalica in Africa, per ordine del re ariano Unnerico, furono esiliati in odio alla verità cattolica in un orrendo deserto e celebrarono, infine, il martirio dopo varie torture. Erano tra loro Cipriano e Felice, vescovi, insigni sacerdoti del Signore.

4*. A Piacenza, sant’Opilione, diacono.

5. A Roma, san Felice IV, papa, che trasformò due templi del Foro romano in una chiesa in onore dei santi Cosma e
Damiano e si adoperò molto per la retta fede.

6. Nel territorio dell’odierna Austria, san Massimiliano, che si ritiene sia stato vescovo di Lorch.

7*. A Pavia, san Rodobaldo, vescovo, uomo di esemplare spirito di penitenza, che si impegnò molto per il culto divino e nella ricerca di reliquie dei santi.

8. Ad Ascoli, san Serafino da Montegranaro (Felice) de Nicola, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini,
che, vero povero, rifulse per umiltà e pietà.

9*. A Londra in Inghilterra, beato Tommaso Bullaker, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori e martire, che, arrestato
sotto il regno di Carlo I nel momento stesso in cui celebrava la Messa, morì impiccato a Tyburn per il suo sacerdozio e sventrato mentre era ancora vivo.

10*. Nel villaggio di Ribarroja de Turía nel territorio di Valencia in Spagna, beato Giuseppe González Huguet, sacerdote e martire, che, durante la persecuzione contro la fede, portò a termine il glorioso combattimento per Cristo.

11*. Nel villaggio di Massamagrel nello stesso territorio in Spagna, beato Pacifico (Pietro) Salcedo Puchades, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e martire, che nella medesima persecuzione si conformò alla passione di Cristo.

12*. Nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, beato Romano Sitko, sacerdote e martire, che, durante l’occupazione della Polonia nel corso della guerra, crudelmente torturato dai persecutori della dignità umana e della fede, passò alla visione della beatitudine eterna.