don Fabio Rosini – Le ultime parole di Gesù sulla croce – Quinta Parte

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Catechesi di don Fabio Rosini sulle sette parole di Cristo sulla Croce.

Don Fabio Rosini, Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, ci accompagna nella meditazione delle ultime frasi del Signore Gesù, per entrare nell’atto d’amore più grande con la chiave delle Sue stesse parole e accogliere la rivelazione del Suo cuore di Figlio e di Redentore.

https://youtu.be/5gjdFAMD_pw

Le ultime parole di Gesù sono sette frasi che i vangeli attribuiscono a Gesù durante la sua passione in croce:

  • 1a parola  – “Padre, perdona loro,perché non sanno quello che fanno.”  Lc 23,34
  • 2a parola – “In verità ti dico oggi sarai con me in paradiso.” Lc 23,43
  • 3a parola – “Donna ecco tuo figlio. Figlio ecco tua madre.” Gv 19,26-27
  • 4a parola – Ho sete” Gv 19, 28
  • 5a parola – “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato ?”  Mc 15,34
  • 6a parola – “Tutto è compiuto”  Gv 19,30
  • 7a parola  – “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” Lc 23,46 

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Le singole parole

Perché mi hai abbandonato?
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; cfr. Sal 22[21],2)[2]

Il grido di Gesù è riportato da Mc e Mt in aramaico e tradotto in greco, e anche se le due fonti presentano variazioni fonetiche ininfluenti (Elì/Eloì; lamà/lemà) appaiono chiaramente coincidenti con il passo del salmo 22[21],2 secondo la versione aramaica del targum (in ebraico: Elì, Elì, lamà azabtànì).

L’invocazione disperata di Gesù abbandonato, sofferente e morente, appare particolarmente toccante e “scandalosa”, anche perché secondo l’Antico Testamento Dio non abbandona il giusto sfiduciato (Sal 9,11; 16[15],10; 37[36],25.28; 94[93],14). Non a caso, complice il fatto che usualmente Gesù non invoca “Dio” ma il “Padre/Abbà”, in passato sono stati numerosi i tentativi artificiosi di devoti copisti, padri ed esegeti per edulcorare questa potenziale bestemmia. È stato così ipotizzato come testo originario: “Perché mi hai consegnato”, o dimenticato, o sacrificato, o insultato, o lodato.[3] Secondo una diversa ipotesi Gesù non pronunciò tale frase ma gli fu attribuita dagli evangelisti che avevano a mente il salmo. Una diversa interpretazione[4] ipotizza il grido effettivamente pronunciato da Gesù come: Elì attà, “tu sei il mio Dio”, ricorrente nell’Antico Testamento (Sal 22[21],11; 63[62],2; 118[117],28; 140[139],7; Is 44,17), che fu frainteso dagli uditori con l’omofono Elia tà, “Elia vieni” (cf. Mt 27,47; Mc 15,35: “Chiama Elia!”).[5]

Ma la disperazione dell’uomo Gesù appare reale e plausibile nel contesto della crocifissione, espressa nella lingua quotidiana (l’aramaico), e deve portare a rigettare queste congetture. Questa parola ci attesta che Gesù trascorre le ore drammatiche della croce in preghiera, recitando il Salmi 22[21] (profetizzato in vista della sua passione?). Il salmo esprime angoscia e sfinimento, sperimentati come assenza e silenzio del Padre, ma anche confidenza incrollabile e lieto fine (22[21],22 e seguenti).

Padre perdona loro
“Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)[6]

La frase è testualmente molto incerta, essendo al contempo presente e assente in autorevoli testimoni antichi. Non è possibile arrivare a una soluzione certa, se cioè sia stata effettivamente pronunciata da Gesù, o inserita da Luca (cf. Lc 6,27-29) e successivamente rimossa da copisti (cfr. Lc 23,29-31), o inserita da un copista successivo (cf. 1Cor 2,7-8). Secondo Brown, “stimerei più semplice affermare che il brano fu scritto da Luca ed espunto per ragioni teologiche da un copista tardivo” (p. 1103), ma non si pronuncia chiaramente sull’effettiva storicità del detto gesuano.

Sebbene Lc non citi mai i romani come protagonisti materiali della sua passione, ricordando solo il ruolo attivo delle autorità ebraiche (Lc 23,21), tacito oggetto del perdono di Gesù sono sia i soldati romani che lo hanno crocifisso, sia le autorità giudaiche che ne hanno decretato la condanna a morte. Il perdono appare umanamente paradossale, dato che i primi erano pienamente consapevoli del suo reato di lesa maestà (essersi fatto re dei giudei), e i secondi della sua bestemmia (essersi equiparato a Dio).

Gesù perdona quanti lo hanno crocifisso e, crocifisso lo deridono e oltraggiano. Quel perdono non è diretto soltanto ai diretti responsabili della sua morte, ma a tutta l’umanità, poiché, come egli stesso aveva affermato nell’Ultima Cena, il suo sangue è “versato per la moltitudine” (Mt 26,28).

Oggi sarai con me in paradiso

Per approfondire, vedi la voce Buon ladrone.
“In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso” (Lc 23,43)[7]

Oltre che in Lc, la presenza dei briganti (“ladroni”) crocifissi è in maniera concorde testimoniata dagli altri tre vangeli. Mt (Mt 27,44) e Mc (Mc 15,32) riferiscono che entrambi i briganti insultavano Gesù. Il solo Lc limita l’astio verso Gesù a un solo brigante, con l’altro (il “buon ladrone”) che si mostra capace di comprendere l’ingiustizia della condanna di Gesù. Dai tempi patristici si cerca di armonizzare le narrazioni evangeliche,[8] e similmente gli esegeti contemporanei cercano di appurare se si tratti di un’aggiunta di Luca, in linea con la teologia che presenta (4,18), o di una riproposizione di una fonte precedente.[9]

Il Signore in risposta alla stima del buon ladrone gli garantisce la salvezza, con la precisazione di un “oggi” che non è tanto cronologico ma indicazione di un momento escatologico di salvezza (cf. Lc 2,11; 4,21; 19,9).

Gesù annuncia che in paradiso con lui ci sarà quel malfattore appeso accanto a lui, che sulla soglia estrema della morte ne ha riconosciuto l’innocenza e si è affidato a lui.

Nelle tue mani consegno il mio spirito
“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46; cfr. Sal 31[30],6)[10]

È l’ultima “parola” di Gesù riportata da Lc, gridata “a gran voce”, perché tutti la udissero; professa il totale affidamento di Gesù al Padre, la sua incrollabile confidenza in lui. Nel Padre Gesù trova la sua pace, riponendo in lui senza riserve tutto il senso della sua vita (originata dallo Spirito) e della sua missione (accompagnata dallo Spirito).[11] E il Padre accoglie quell’affidamento, e vi risponderà risuscitandolo il terzo giorno e facendolo sedere alla sua destra nella gloria.

Ecco tuo figlio
“Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre” (Gv 19,26-27)[12]

La storicità della frase può essere messa in discussione dall’assenza, nei racconti sinottici, sia di Maria che di Giovanni. Alcune fonti romane testimoniano poi la proibizione del lutto dei parenti presso i condannati a morte e anche la loro presenza, divieti che potevano avevare un’applicazione variabile e non rigorosa. D’altro canto proprio la citazione dell’evangelista può fare intendere il racconto come autobiografico e dunque storico.[13]

Il breve dialogo, o meglio le due direttive di Gesù rivolte a sua madre e al discepolo che egli amava, possono essere interpretate a un duplice livello: più immediato e concreto; in senso più simbolico e spirituale.[14]

A un livello più immediato, l’episodio è segno della preoccupazione per Gesù morente per il futuro della madre, che si ritroverà vedova e senza altri figli che ne possano garantire il sostegno e mantenimento economico. La conclusione dell’episodio (“il discepolo l’accolse con sé”, lett. “prese lei tra le proprie cose”) mostra l’adempimento del comando del Signore.

A un livello più teologico e spirituale, Gesù estende la maternità della Vergine a tutti gli uomini, affidandoli alla sua custodia e alla sua tenerezza: Maria appare la nuova Eva, ed essa diviene Madre della Chiesa.

Ho sete
“Ho sete!” (Gv 19,28)[15]

Questo lamento di Gesù è riportato dal solo Gv ma sembra tacitamente presupposto anche dagli altri evangelisti, che ricordano come i soldati gli diedero da bere aceto tramite una spugna su una canna (Mt 27,48; Mc 15,36; Lc 23,36; Gv 19,29).

La storicità è plausibile, dato che i crocifissi sperimentavano una tremenda sete anche per le perdite di sangue (cf. la sete volumetrica). Il gesto dei soldati può essere inteso come di scherno ulteriore (cf. Sal 69[68],22, dove il giusto sofferente ricorda: “quando avevo sete mi hanno dato aceto”). D’altro canto il vino acidulo (òxos) poteva rappresentare anche una bevanda piacevole sia tra gli ebrei (Nm 6,3; Rut 2,14) che i romani (Plutarco, Vita di Catone 1,7), cosa che renderebbe il gesto come frutto di compassione.[16]

Un’interpretazione spirituale evidenzia come la sete espressa da Cristo fosse di altra natura: il suo cibo consisteva nel fare la volontà del Padre e portare a termine la sua opera; ugualmente egli attingeva e sorbiva la sua bevanda dal calice che lo stesso Padre gli porgeva (cfr. Gv 4,34; 18,11).

È compiuto
“È compiuto” (Gv 19,30)[17]

Questa parola segue immediatamente la precedente nel quarto Vangelo. Va contestualizzata con la frase “sapendo che ormai tutto era compiuto” (Gv 19,28), che richiama un tema ricorrente nel vangelo di Gv, quello della piena consapevolezza e padronanza di Gesù negli avvenimenti che lo coinvolgono (Gv 13,1; 18,4).

Morendo Gesù suggella il compito assegnatogli dal Padre, e così si avvera la Scrittura, dove quella morte in croce era iscritta e preannunciata.

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