Commento al Vangelo di oggi, sabato in Albis 11 aprile 2015 – don Antonello Iapicca

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In Cristo, ogni giorno è il giorno nuovo, l’inizio di una vita nuova

[ads2] Anche oggi è per noi l’alba di un nuovo giorno, l’aurora di una vita nuova. La nostra vita, come quella di Maria di Magdala, è una settimana di peccati, sette, e non ne manca nessuno. Sette demoni, la pienezza dei demoni, secondo il significato di questo numero nella Scrittura. Maria aveva sperimentato il tempo senza Cristo, la dura legge di schiavitù di chi è obbligato a servire un padrone che non lascia scampo, che si porta via la vita a brandelli. Sette demoni, sette vizi, peccati capitali. Aristotele li descriveva come “gli abiti del male”: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia. Capo dei capi la superbia, l’idolatria dell’ego; la vita della Maddalena, come la vita di ciascuno di noi, era asservita al proprio ego, a soddisfare le proprie voglie. Dove anche l’amore non è altro che un sentimento catarifrangente, narcisistico, anche quando tocca l’ambito spirituale. La sofferenza dell’uomo è tutta racchiusa in questa innaturale chiusura su se stessi, che macchia anche l’impulso più autentico di donarsi. Maria ha incontrato Cristo, e la sua vita è cambiata; Maria è stata liberata dalle catene dei demoni, era una creatura nuova, primizia e immagine di ogni uomo rinnovato dal potere del Signore. Per questo è a lei che, per prima, Cristo appare risorto, come a sigillare, come una profezia, quanto aveva compiuto in lei. Aveva combattuto e aveva vinto; aveva distrutto il drago dalle sette teste, aveva inaugurato il cammino in una vita nuova, e Maria era la prima discepola ad incamminarsi in quella nuova settimana. Vi è infatti un giorno, il primo dopo il sabato, in cui tutto si fa nuovo, definitivamente nuovo, il giorno di Maria di Magdala, il giorno nel quale ha visto “surrexit Christus spes mea!, risorto Cristo mia speranza”. La schiava aveva sperimentato la speranza che non delude, nel perdono e nella libertà. Ora era lei a correre e ad annunciare che la sua esperienza era ormai un dono accessibile a tutti, che la porta della libertà era spalancata per sempre: Cristo mia speranza è risorto, era tutto vero, era vero il perdono, era vero il suo amore, era vera questa vita liberata dai sette demoni. Era vera e autentica la speranza, ed era per tutti, per i suoi fratelli, per gli apostoli, per ogni uomo, per noi oggi. Ma nella società di duemila anni fa, una donna non aveva alcuna autorità, la sua testimonianza non possedeva valore. Ma, soprattutto, il cuore degli Undici, per il lutto ed il pianto, era indurito, non poteva ascoltare la voce dell’Amato nelle parole appassionate di Maria. Gli undici avevano smesso di sperare, erano ancora sopraffatti dalla superbia che, in un subdolo e malefico narcisismo negativo, gli ributtava in faccia la loro debolezza, il loro tradimento.

E’ la nostra esperienza, quel perverso gioco del demonio che ci inganna e seduce spingendoci a toccare e mangiare dell’albero, che accende la superbia per farci schiavi dei sette demoni; e poi ci lascia nudi, pieni di vergogna inducendoci a disprezzarci e odiarci, facendo proprio del disprezzo di se stessi la carezza avvelenata dell’egoismo più feroce, la stoccata che ci uccide. Ci ritroviamo improvvisamente soli con le nostre debolezze, con i nostri peccati, e ci chiudiamo in una prigione dalla quale è sottratta la speranza. Non cambierò mai, sono debole e incapace, sono solo un uomo, non posso credere a qualcosa che mi faccia superare i miei limiti. E’ la durezza di cuore, di un cuore che non ha conosciuto l’amore inginocchiato, umiliato, crocifisso; la durezza di chi ha perduto la speranza di fronte a tanto male, dentro e fuori di sé: la speranza infatti, “in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana” (Benedetto XVI, Messaggio di Pasqua 2012). La durezza del cuore dei discepoli è quella del dolore sedimentato, delle speranze infrante perché troppo umane, quelle che reclamano la scomparsa del male, la palingenesi di ogni ideologia utopica; la durezza stratificata sul cuore di chi non ha ancora conosciuto la misericordia, che non elimina il male ma lo assume sino a farsene divorare per redimere il malvagio. Un cuore così non può credere all’annuncio sconvolgente di Maria: ella rappresenta, agli occhi della carne, un passato ancora irredento, una speranza infranta, la peccatrice perdonata ma non salvata, una ferita rimarginata mentre il morbo maligno è ancora vivo, proprio perché Colui che l’aveva perdonata giaceva morto in una tomba e con Lui la salvezza e il riscatto definitivi; Maria era stata troppo peccatrice, aveva cambiato vita sì, me era pur sempre lei, come lo continuiamo ad essere noi, era necessario un “troppo” amore, ma era svanito ingoiato da un sepolcro. E’ morto il Maestro, è morta con Lui anche la misericordia, e l’annuncio di Maria non è altro che un vaneggiamento di chi non sa rassegnarsi all’evidenza, la passione di una donna infatuata.

Quante volte ci ritroviamo in questa situazione, incapaci di credere a quanti ci annunciano che Cristo, unica nostra speranza, è risorto, che i peccati sono perdonati, che quella situazione che ci ha fatto piombare in un lutto pieno di lacrime, è redenta nel sangue di Cristo! Ostinati nel pensare che il matrimonio continuerà così, che quel figlio si perderà sempre più, che non saprò mai amare davvero, che continuerò ad offrire tutto a me stesso in un egoismo insaziabile. I sette demoni sono più forti, lo sono stati sino ad oggi… Ma oggi è un nuovo giorno, oggi il Signore appare a ciascuno di noi e illumina il nostro cuore indurito, e lo scioglie nel suo amore. Oggi per noi è il giorno del perdono, l’inizio di una nuova settimana, di una vita assolutamente nuova. Ed una vita immersa nella misericordia è un annuncio, come la vita di Maria. E, come lei, anche gli Undici sono inviati a proclamare la Buona Notizia ad ogni cuore indurito, in lutto e in pianto; la nostra vita, come la loro, come quella di Maria, trasformata nella fornace dell’amore di Cristo, è un Vangelo vivente; è Cristo stesso che appare, vivo, ad ogni uomo. Lo è naturalmente, in forza del suo amore più ostinato della nostra ostinazione, più duro della nostra durezza; lo è per ‘evidenza della sua risurrezione che ci abbraccia mille volte, senza giudicarci, speranza incarnata nelle nostre vite risorte, primizie del Cielo. Capite? Gesù “rimprovera” sì gli apostoli, ma poi li invia ad annunciare il Vangelo! Chi di noi farebbe lo stesso con suo figlio? E’ il mistero di un amore davvero più forte del dubbio, dei peccati, degli errori, e pur “correggendo” con la Verità, pur illuminando la realtà di ciascuno, non disprezza né rifiuta nessuno, anzi. L’amore che si dona e trasforma un debole e codardo in un apostolo. Questa è la Pasqua, l’antidoto al veleno della durezza di cuore, dell’incredulità e della disperazione. Tu, oggi, così come sei, raggiunto da Cristo risorto, perdonato e inondato della sua vita, proprio tu da oggi sarai un apostolo, un testimone, un martire di Cristo. E così tuo figlio perso nella droga, e chiunque altro uomo al quale appaia Cristo risorto attraverso l’annuncio della Chiesa. Che missione abbiamo, fa risuscitare i traditori in una fedeltà sino alla morte, far passare i peccatori alla vita nuova. Coraggio allora perché laddove appare l’amore, appare Cristo risorto; e dove appare Cristo risorto si fa visibile, e afferrabile, la speranza, per tutti.

don Antonello Iapicca