Sulle orme di Santa Rita

975

BREVE COMPENDIO DELLA VITA DI S. RITA

Perché tu possa venerare con sempre mag­gior devozione, invocare con sempre mag­gior fiducia e imitare con sempre maggiore impegno santa Rita, ho creduto opportuno mettere in principio di questo piccolo ma­nuale di pietà un cenno della Sua mirabile vita.

I — NASCITA

Santa Rita, decoro della verde e mistica Umbria, gloria fulgidissima dell’Ordine ago­stiniano e della diocesi Nursina, nacque nel 1381 in Roccaporena di Cascia, piccolo villag­gio situato in una meravigliosa chiostra di monti lungo la vallata del Corno a circa un’ora e mezzo di cammino dal capoluogo.

I suoi genitori, Antonio Mancini ed Amata Ferri, poveri di averi ma ricchi di virtù, era­no molto stimati dai conterranei che si ri­volgevano a loro ogni qualvolta vi era da comporre una lite, cosa abbastanza frequente in quei tempi assai turbolenti.

Privi di prole per molti anni, avevano ac­colto questa bambina come un dono del cie­lo e Dio l’aveva loro concessa per esaudire le loro incessanti; preghiere e per premiare la loro bontà.

Per un’interna ispirazione o, come vuole la tradizione, per un ordine ricevuto dall’alto le imposero al fonte battesimale il nome di Margherita quasi a presagire la preziosità dei suoi meriti e il candore della sua anima, ma con l’uso venne accorciato, come suole accadere, in quello di Rita.

II — ALBORI DI SANTITÀ

La madre era meravigliata vedendo che la sua cara figlioletta non prendeva latte più di tre volte al giorno e se ne asteneva affatto nel venerdì; segni rivelatori di quella mor­tificazione e di quell’amore alla Passione di Gesù, che ¡’avrebbero accompagnata in tut­ta la vita.

Un giorno i genitori l’avevano adagiata in un canestro di vimini e poco lontano da es­sa se ne stavano lavorando il loro campo. Mentre levava le sue manine verso il cielo e sorrideva con gli angeli, api misteriose dal colore bianchiccio depongono nella sua boc­cuccia di rosa un miele soavissimo forse ad indicare la sua eroica dolcezza, che avreb­be ammansito e attirato al Signore anime superbe e colleriche. In quel frattempo un mietitore, che passava di lì per andare a medicarsi una profonda ferita, temendo che quelle api la pungessero si sforzò di allontanarle, ma con sua grande meraviglia e con­solazione, condivisa poi dai genitori di Rita e da quanti conobbero il prodigio, riscon­trò intatto il viso della bambina e la ferita del suo braccio perfettamente risanata. Cre­do che i testimoni del fatto avranno ripetuto in cuor loro le parole dei parenti e dei conoscenti alla nascita del Battista: Chi sa­rà dunque questa bambina giacché vediamo che con lei è la mano di Dio?

Cosi cominciava Rita la sua potenza taumaturga in aiuto dì coloro che soffrono.

III — PRIMI PROFUMI DI PIETÀ

Crebbe docile e pia, specialmente dopo il suo primo amplesso con Gesù. I futili tra­stulli non l’attraevano ma trovava le sue deli­zie nel raccoglimento e nella preghiera; e quando la madre (anche quelle buone talora con le figliuole perdono il giudizio) volle a – domarla con veste troppo appariscente ella, tremebonda per il suo candore, con deferen­za sì ma con fermezza vi si oppose.

Il tempo libero dalle faccende domestiche, alle quali accudiva con prontezza e diligen­za, lo passava in un cantuccio appartato del­la casa meditando i misteri dolorosi del suo caro appassionato Signore, verso il quale si sentiva sempre più attratta fino a concepire il desiderio di consacrarsi interamente a lui nella solitudine del chiostro.

In seguito le parve che quel nascondiglio non fosse abbastanza raccolto e allora co­minciò le sue ascese alla vetta dello Scoglio che si eleva granitica piramide in mezzo a quella corona di monti; e lassù, inginocchia­ta sul nudo sasso, che conserva ancora le orme del suo corpo, levava la sua anima a Dio. Su queiraltura le appariva sempre più chiara la piccolezza delle cose, terrene, sen­tiva sempre più viva la nostalgia, del cielo e attirava sopra di sé e sopra il suo paesello le benedizioni del Signore.

E i paesani, vedendola così pia, umile, mortificata e caritatevole, ne invidiavano i fortunati genitori e l’additavano come esem­pio alle loro figliuole; ed esse stando con lei e ascoltando i suoi amichevoli e saggi consigli si sentivano attratte verso il bene. Tanto può Tapostolato della parola quando è unito a quello di una vita esemplare.

IV — SPOSA E MADRE

Mentre Rita sospirava il ritiro nel chio­stro come la colomba il rifugio nei forami delle pietre, Antonio ed Amata avevano po­sto rocchio su di un giovane, Paolo di Ferdi­nando, che l’aveva chiesta in isposa, ed era sembrato a loro un buon partito per la loro cara figliuola. Ai suoi desideri della vita clau­strale seppero essi opporre così bene le loro ragioni che Rita, dubbiosa dello stato a cui la chiamava il Signore, raddoppiò le sue pre­ghiere e le sue penitenze per ottenere che Dio le facesse conoscere la sua volontà. Se la no­stra gioventù la imitasse, quanti meno sbagli si farebbero nella scelta dello stato e con quanta maggiore preparazione si entrerebbe nella via, alla quale chiama il Signore.

A chi umilmente la domanda Dio non ri­cusa la sua luce. Rita, destinata dalla divina provvidenza a modello d’ogni stato di vita, riconobbe in quella dei genitori la voce di Dio e, offrendo a lui l’olocausto del più ar­dente desiderio, con ima vita pura e con ora­zioni e digiuni (imparino le giovani) si pre­parò al Sacramento grande, che simboleggia l’unione di Cristo con la sua Chiesa, e dinan­zi all’altare si legò indissolubilmente a Pao­lo di Ferdinando come al compagno provvi­denziale della sua vita.

Frutto di un amore puro benedetto da Dio, nacquero due figli, Giangiacomo e Paolo Ma­ria. Rita li accolse non come un peso indesiderato ma come un regalo della divina bon­tà. Madre fervidamente cristiana li nutrì nel corpo col suo latte e con la sua fatica e nell’anima con la sua pietà; e alla scuola dei suoi solidi insegnamenti, convalidati (lo intendano i genitori) da una vita edificante, i due fanciulli crebbero innocenti e timorati di Dio.

V — PAZIENZA VITTORIOSA

L’uomo, che Antonio ed Amata avevano creduto un ottimo sposo per la loro Rita, si manifestò presto diverso da quello che appariva.

Poco amante delle pareti domestiche, tra­scurato verso la sposa ed i figli, collerico e violento, non contento d’oltraggiarla con le parole giunse più volte a percuoterla. Rita (e qui imparino tante spose) non lo maledi­ceva ma pregava per lui; non gli risponde­va rabbiosamente ma soffriva in silenzio; non lo fuggiva disgustata ma gli si mostra­va docile ed amorosa; non lo ripagava con la medesima moneta ma studiava ogni dì nuovi modi per farlo contento. I maltratta­menti sopportati da Gesù erano la sua forza e la sua consolazione in quegli anni di vero martirio.

E la sua pazienza trionfò.

Paolo di Ferdinando riconobbe a poco a poco i suoi torti, capì quale tesoro di sposa gli aveva dato il Signore, si pentì dei suoi falli e vincendo il suo carattere impetuoso divenne mansueto ed affabile.

Nella casa di Rita alle scandalose scenate era subentrata la pace; pareva vi fosse pe­netrato un raggio di sole e un profumo simi­le a quello delle rose che ella coltivava con tanto amore nel suo piccolo orto.

VI — DELITTO E PERDONO

Ma la gioia e la felicità non durano a lungo su questa terra, dove le rose non sono mai senza spine mentre abbondano le spine senza le rose. Ed è bene che sia così, altri­menti ci si attaccherebbe troppo alle cose ca­duche di questo misero mondo e non ci da­remmo pensiero di guadagnarci il Paradiso.

Una melanconica sera di novembre Paolo tornava da Cascia dove era andato per al­cuni suoi affari. Giunto sotto Collegiacone (era già calata la notte, resa più buia da una nebbia assai folta) fu improvvisamente as­salito da uomini mascherati. Invano egli in­vocò «pietà e misericordia per Iddio Signor nostro», invano si raccomandava per la spo­sa ed i figli. Lampeggiarono i pugnali contro di lui, che non portava alcuna arma. «Mio Dio, muoio!» furono le sue ultime parole.

Un contadino, passando più tardi con in mano una lanterna, scoprì il cadavere, lo riconobbe e corse a dame il triste annunzio a Roccaporena.

Rita, quasi presaga di una grave disgrazia, quella sera non si sentiva tranquilla ed ave­va provato il bisogno d’inginocchiarsi e pre­gare. Dopo qualche ora vennero a bussare alla sua porta; con pietose menzogne cerca­rono di nasconderle tutta la cruda realtà; ma essa intuì; prese i figli che piangevano perché vedevano piangere la madre e in ca­po alla comitiva giunse sul luogo del delitto.

Scena straziante. Rita, che aveva sperato r almeno di trovarlo ancora vivo, non poté che abbracciarne il cadavere. Nel sommo del­l’angoscia si strinse al seno i due orfanelli,

li raccomandò al Padre celeste giacché non avevano più padre sulla terra e insieme con loro invocò la pace eterna per l’amato suo Paolo. Non serbò rancore per gli assassini, di cui venne a conoscere il nome, ma prima in cuor suo e poi con atto pubblico li per­donò per amore del suo Gesù crocifisso, che sulla croce morì perdonando.

Donna veramente forte, poiché nel perdo­no e non nella vendetta sta il vero eroismo; donna veramente santa perché uniformata alla volontà di Dio nel momento terribile di un acerbo dolore.

VII — IL VERO AMORE MATERNO

Giangiacomo e Paolo Maria, fatti ormai grandicelli, eccitati forse da chi (e se ne tro­vano sempre) vuol mettere il naso, e non sempre a fin di bene, nelle cose degli altri, meditavano di nascosto propositi di vendet­ta. Ma che può sfuggire ad una madre accor­ta e vigilante come Rita?

Vedendo che né le sue esortazioni né le sue lacrime riuscivano ad allontanare dalla loro mente quel sogno di sangue, rivolta a Crocifisso, che teneva nella sua camera: «0 Gesù, disse gemendo, o piegate l’animo dei miei figli o fateli morire e attirateli a voi mentre sono ancora innocenti».

Preghiera crudele? No, atto di vero amore materno, che ad un prolungamento dannoso della vita terrena preferisce per i figli il be­ne infinitamente più grande della vita eter­na. Così pregava Bianca di Castiglia quando, tenendo sulle ginocchia il suo piccolo Luigi, gli diceva: piuttosto che vederti macchiato di peccato, preferirei vederti morto.

Il Signore esaudì la domanda di Rita e dentro lo spazio di un anno i due figlioli, l’un dopo l’altro, se ne volarono al cielo.

VIII — INGRESSO MIRACOLOSO NEL MONASTERO

Libera ormai dai legami del sangue Rita ritorna volentieri ai primi pensieri della sua giovinezza.

Raddoppia le penitenze, gli atti di carità e le ore di profonda orazione in chiesa di­nanzi al divin Tabernacolo e nella solitudine dell’amato suo Scoglio; e chiede a Gesù che, passando sopra alla sua indegnità, rac­colga misericordioso come sua sposa nel mo­nastero di S. Maria Maddalena in Cascia.

Vedendo per due volte opposto un rifiuto alla sua domanda, perché la Regola non am­metteva l’ingresso alle vedove, ricorse ai suoi Santi Patroni Giovanni il Battista, il grande Dottore S. Agostino e il taumaturgo Niccolò da Tolentino; ed essi ima notte di maggio dell’anno 1416 ravvolgono in una nube d’ar­gento, la introducono a porte chiuse nel chio­stro e la lasciano nel coro al posto delle No­vizie, ,

Immaginarsi lo stupore della Madre Ab- badessa e di tutte le suore quando, andate al mattino alla recita dell’Uffizio, trovarono Rita in devoto atteggiamento di preghiera! Fatte le debite indagini, dovettero ammette­re come vero l’umile e semplice racconto di Rita; e vedendo in tutto questo il chiaro suggello della divina volontà, l’accettarono ammirate e festanti per loro consorella.

IX — A PASSI DI GIGANTE PER LA VIA DELLA PERFEZIONE

Grata a Dio che in un modo così prodigio­so aveva appagato i suoi voti, Rita si studiò di corrispondere generosamente alla santa vocazione incamminandosi con maggiore ala­crità per la via della santità.

Si distinse in modo particolare nell’umil­tà, che ne e il fondamento, e ritenendosi in­feriore alle altre monache sceglieva per sé gli uffici più bassi e le vesti più povere e volle abitare in una delle celle più anguste.

Aumentò le sue mortificazioni. Dormiva spesso sulla nuda terra e lacerava il suo cor­po con un crudo cilizio e con una tunica in­tessuta di spine.

Mirabile fu pure la sua obbedienza £ Dio volle premiarla con un prodigio. Avendole or­dinato la superiora, per provarla, d’innaffia­re mattina e sera un palo secco piantato nel­l’orto, ella ne eseguì puntualmente il coman­do e alla primavera il palo secco mise le gemme e venne fuori la bella e robusta vite, che ancora dopo tanti secoli si può ammira­re protetta nel fusto da una gabbia di ferro; essa, ogni anno, senza essere medicata come le altre, si adorna di pampini e di bel­lissimi grappoli d’un gustoso sapore. Così volle manifestare il Signore quanto gli sia grata la virtù dell’obbedienza e quanto siano numerosi e soavi i frutti, che essa produce nelle anime.

La sua devozione più cara rimase sempre quella verso la Passione di Gesù. La medita­zione sui Misteri dolorosi l’assorbiva talmen­te che talora vi passava le intere notti e non rare volte le consorelle la trovavano sfinita dal dolore e dal pianto o rapita fuori di sé e sollevata mirabilmente da terra.

X — IL DONO DELLA SPINA

Più volte Rita aveva chiesto al Signore di esser messa a parte dei dolori da lui sofferti per noi. Un giorno mentre rinnovava più ar­dentemente questa domanda innanzi ad una immagine del Crocifisso, si staccò ima spina dalla sua corona e andò a conficcarsi sulla fronte di Rita causandole una dolorosa e fe­tida piaga, che, rimarginatasi solo per darle la possibilità d’andare a Roma con le altre consorelle per lucrare il S. Giubileo nel 1450, l’accompagnò fino alla morte.

Rita, non solo la sopportò sempre pazien­temente ma l’amò come ima gemma prezio­sa del suo Sposo divino. Quanto lontani dal­la sua virtù siamo noi che al più piccolo sa­crificio ci lamentiamo della bontà del Si­gnore!

XI — LA RÒSA BOCCIATA E I FICHI MATURATI NEL PIENO INVERNO

Nel cuor dell’inverno del 1457, mentre Rita giaceva nel suo lettuccio estenuata di forze per le penitenze e il dolore della sua piaga, venne a visitarla una sua parente da Roccaporena; ed avendole domandato se aveva bisogno di qualche cosa, Rita rispose che desiderava quell’unica rosa che era sboccia­ta nel piccolo giardino della sua casa. Si credé che ella delirasse. Com’era infatti pos­sibile che fiorisse una rosa in mezzo alle ne­vi ed al gelo? Tornò la donna a Roccaporena e quale non fu la sua meraviglia, quando en­trata per curiosità nell’orto di Rita vide sul

più alto stelo del roseto una rosa rubiconda, che spiccava bellamente tra il bianco lenzuo­lo che ricopriva il terreno! La colse con ma­no tremante dalla commozione e corse a de­porla nelle mani dell’inferma, che odoratala ringraziò il Signore di questo conforto. Poi rivolta alla parente continuò: «Voi che siete stata così buona da portarmi la ‘rosa, recate­mi ora, ve ne prego, quei fichi, che Dio ha fatto maturare per me nel mio medesimo orto». Questa volta la donna non ebbe esitazione, corse al paese, entrò nell’orto, colse i due fichi prodigiosi e corse nuovamente al letto di Rita. Così in mèzzo alle pene, Dio, Padre amoroso, non nega ai suoi servi, preludio del­iri gioie eterne, anche qualche umano sollievo.

XII — TRAMONTO SERENO

L’inverno se ne andava coi primi tepori di primavera, più lenti a venire sulle nostre montagne, ed anche per Rita stava per fini­re l’inverno della vita presente e si avvicina­va l’eterna primavera dei cieli.

Ormai non viveva, si può dire, che del Pane eucaristico e il suo spirito si ricreava nelle frequenti sovrumane visioni. In una di esse le apparve Gesù assiso sopra un trono luminoso, con a lato la sua SS. Madre, e le disse: «Rita, consolati; fra tre giorni sarai in Paradiso». Esultò a quell’annunzio di san­ta allegrezza e andò incontro alla morte co­me ad una festa solenne. Con serenità di volto e di spirito e con una commovente pie­tà ricevé gli ultimi Sacramenti circondata dalle consorelle, che pregavamo e piangeva­no. Poi incrociò le braccia, chinò il capo co­me a dare l’assenso ad un invito, sorrise bea­ta e soavemente spirò. Era il 22 maggio 1457. Rita aveva 76 anni.

Com’è bella è preziosa la morte dei santi! Imitiamoli nella vita e sarà tranquillo e gio­ioso anche il nostro tramonto.

XIII — AUREOLA DI GLORIA

Appena si diffuse per Cascia e nei paesi vicini la notizia della morte di Rita, annun­ziata anche dal suono festivo delle campane prodigiosamente suonate, fu un accorrere continuo di persone di ogni ceto e condizione a venerare la salma, dalla quale si diffu­se per tutto il monastero una fragranza di paradiso.

Rita appariva circonfusa di sovrumana bel­lezza e la piaga della sua fronte, cancrenosa e fetente, parve prendere la forma di un rilucente rubino.

Venne anche la parente che le aveva por­tato la rosa ed i fichi nel rigor dell’inverno e il suo braccio paralizzato ritornò agile e sano tosto che ella nella foga dell’affetto cercò d’abbracciare quel corpo olezzante.

Quantunque esso si mantenesse intatto e flessibile, si dovette pensare a, rinchiuderlo.

Se fossi libero, disse un falegname che si trovava in mezzo alla folla e che aveva le mani rattrappite, farei io volentieri la cassa. Non aveva terminato di pronunciare queste parole che le mani gli si aprirono ed egli pieno di riconoscenza si attinse subito all’opera.

Vedendo le attestazioni che della santità di Rita si facevamo da Dio e dagli uomini, Urbano VIII nel 1627 la dichiarò Beata e concesse, a tutta la diocesi Spoletina (che allora comprendeva anche quella di Nor­cia) e ai Religiosi e Religiose dell’Ordine di S. Agostino di celebrare in suo onore l’Ufficio e la Messa ai 22 di maggio.

Continuando e moltiplicandosi i miracoli operati da Dio per sua intercessione, il 24 maggio dell’anno 1900 (festa dell’Ascensio­ne) Leone XIII nella maestà del rito e nel­lo splendore dell’apparato alla presenza di Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, Abati e Su­periori di Ordini, col suo infallibile oracolo la ascrisse nel catalogo dei santi, insieme a San Giovanni Battista de La Salle, chiaman­dola, nell’elogio che ne fece dopo il S. Van­gelo, « decoro dell’Umbria » Tra la folla dei fedeli che stipava il maggior tempio della cristianità si trovavano in apposite tribune numerosi rappresentanti dell’Ordine Agosti­niano e molti, sacerdoti e fedeli di Spoleto e di Norcia.

Così si avverava un’altra volta la parola di Gesù Cristo: «chi si umilia sarà esalta­to»; ed avevano la loro conferma i due mot­ti comuni : « Per aspera ad astra – Per crucem ad lucem ».

O Santa Rita, beata nella visione di Dio, getta petali di rose celesti in mèzzo alle spi­ne di questa valle del pianto. Aiutaci a li­berarci dai lacci della colpa e accendi nei nostri cuori, freddi ed egoisti, il fuoco della carità. Attraici dietro a te col profumo del­le tue virtù affinché dopo averti venerata sulla terra possiamo esserti compagni nella gloria del cielo.