Scheda teologico-pastorale per la XXVIII Giornata Mondiale del Malato 2020

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«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28)

Consolati da Cristo per essere noi stessi consolazione degli afflitti

  1. Andiamo a Lui, noi che siamo affaticati ed Andiamo a Lui, noi che portiamo dei macigni nel cuore, che non capiamo che cosa ci stia accadendo, che non abbiamo ancora saputo risolvere i grandi interrogativi della nostra vita. Andiamo a Lui, noi che siamo sconvolti dalle disgrazie, dalla malattia, dal dolore e dalla sofferenza, dopo averli strenuamente combattuti, dopo averne cercato in ogni modo il «perché» … perché proprio «adesso», perché proprio a me, perché proprio in questo modo.
    Accogliamo l’invito che ci viene dal Vangelo di Matteo in questa XXVIII Giornata Mondiale del Malato: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi da ristoro» e cerchiamo di comprenderne insieme il significato.
    Qual è questo ristoro che Gesù ci offre? Perché dovremmo prestare fede alla sua Parola? Anzitutto perché la sua è una Parola che illumina la mente e apre il cuore. Ci permette l’accettazione della sofferenza con lo stesso spirito con cui egli accettò la sua croce e la morte, ci consente di viverla come tempo di semina condotta nelle lacrime, ma piena di gioia nella raccolta. Inoltre, invita a metterci alla sua sequela, con mitezza e umiltà, per renderci capaci di accogliere con sentimenti di pazienza, dolcezza e perdono anche le situazioni che ci appaiono ingiuste e ingrate, senza lasciarci dominare dalla reazione naturale che induce al rancore, alla rivendicazione, a sentimenti di ostilità. Il dominio su questi moti dello spirito dona tranquillità alla mente e pace al cuore.
    Andiamo a lui: è il Signore l’unico e il solo che offre speranza, che realizza la salvezza in noi. È lui, il Signore, che può offrire una sosta di ristoro nel difficile cammino della vita. E impariamo da lui ad accogliere con mitezza e con umiltà gli eventi, consapevoli dei limiti che la vita porta in sé, dei limiti che portiamo nel nostro cuore. Imitare Cristo è l’obiettivo della nostra vita: imitarlo nella visione del Padre, nella compassione verso gli uomini, verso la lucida consapevolezza di ciò che siamo chiamati a diventare e a essere. Imitare Cristo significa, concretamente, conoscerlo, far diventare il Vangelo metro di giudizio per ciò che scegliamo e che diciamo.
  1. In secondo luogo, la Parola ci rivela che il Signore rimane sempre fedele al suo amore per noi, non si stanca di E si prende cura di noi, ricoprendo le nostre ferite con la carezza della sua misericordia. Non si stanca neanche di consolarci!
    “Consolare” significa rassicurare, incoraggiare qualcuno aiutandolo a rivolgere il suo sguardo oltre le prove contingenti, verso il Signore, ricordandogli le promesse di Dio, che mai ci dimentica e che mai ci abbandona1. Chi si trova nella prova ha bisogno di questa speranza, ha bisogno di questa pace e della consapevolezza che il Signore conosce tutte le nostre difficoltà, che non ci lascia mai soli e non ci abbandona mai. Se noi abbiamo questa consapevolezza per esperienza, allora siamo in grado di incoraggiare altri a fare lo stesso.
    In questa prospettiva si comprende l’affermazione dell’Apostolo: «Noi che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi»2. Questa espressione «noi che siamo i forti» potrebbe sembrare presuntuosa, ma nella logica del Vangelo sappiamo che non è così, anzi, è proprio il contrario, perché la nostra forza non viene da noi, ma dal Signore.
  1. Il primo passo per diventare noi i forti è quello di saper accogliere la nostra vita così come il Signore ha voluto donarcela: con i suoi carismi, ma anche con i suoi limiti, con le sue gioie, ma anche con le sue sofferenze, con le sue croci buie, ma illuminate dalla luce del
    Sappiamo, infatti, per esperienza, che se alle volte è faticoso prendersi cura dell’altro, ancora più difficile è lasciarsi curare; se alle volte facciamo fatica a consolare i fratelli, molto spesso ci ribelliamo interiormente fino a rifiutare ogni forma di consolazione che ci venga offerta.
    Chi sperimenta nella propria vita l’amore fedele di Dio e la sua consolazione è in grado e in dovere di stare vicino ai fratelli più deboli e di farsi carico delle loro fragilità. Se siamo vicini al Signore, avremo quella fortezza per essere accanto ai più deboli, consolarli e dar loro forza. Questo noi possiamo farlo senza compiacere noi stessi, sentendoci semplicemente come un canale attraverso il quale il Signore riversa i suoi doni sull’umanità sofferente e divenendo, in tale modo, seminatori di speranza.
    Non possiamo aiutare gli altri se noi non siamo “qualcuno”; un semplice discorso fatto agli altri non aiuta. Non si formula, non è proposto al momento giusto se noi non siamo e non ci identifichiamo con quello che diciamo. Quando noi ci identifichiamo con quello che diciamo? Quando ciò che diciamo è quello che veramente pensiamo, quello che portiamo dentro: è l’esperienza che noi quotidianamente viviamo… È quel tesoro in vasi di argilla!
  1. Non dobbiamo illuderci che relazionarsi con la sofferenza, in particolare con le persone ammalate, non comporti difficoltà; d’altro canto non esiste nessuna tecnica di avvicinamento che possa supplire la verità della nostra persona quando parliamo con un ammalato. Dobbiamo essere veri e dobbiamo essere convinti di quello che diciamo, al punto da viverlo nella nostra persona: in questo modo abbiamo una possibilità in più di essere d’aiuto.
    Di fronte all’ammalato è di consolazione non necessariamente il sacerdote, non per forza il professionista, ma chi sa proferire la parola giusta, nel modo e nel momento giusto, perché “consolare” non significa saper affrontare il problema a livello scientifico, religioso o psicologico. Consolare significa dire ad un’altra persona quella parola che lo aiuta veramente a vivere, che le propone un valore autentico per il quale vale la pena di resistere e lottare con perseveranza.
  1. Non si consola un ammalto dicendogli «guarda che potrai anche guarire», nascondendogli in questo modo una parte della verità, ma si consola l’ammalato dicendogli delle parole vere.
    Le parole del Vangelo  sono sempre vere e noi dobbiamo avere il coraggio di  non dire parole nostre, ma di dire, con la nostra vita, le parole del Vangelo, anche   se possono sembrare assurde agli occhi degli uomini. Se vogliamo essere credibili, dobbiamo diventare noi stessi dei vangeli viventi.
    Bisogna far capire ad una persona che sta cambiando, che può cambiare3. Bisogna avere il coraggio di dire che la malattia è una grazia4 e il dolore è un mezzo che ci mette in comunicazione con il nostro corpo:
    «ho sempre considerato il corpo come l’espressione visibile dell’essere che c’è in ogni persona, comunque sia il corpo: sofferente e deformato o contorto. Un corpo che comunica, che ha un linguaggio fatto di posizioni, attitudini, movimenti, dolori. Sta a noi sapere decodificare il linguaggio, il messaggio che l’essere ci vuole trasmettere. Questo ci obbliga ad ascoltare per poter comprendere quello che ci vuole dire»5.
  1. Nel dolore vengono inoltre alla luce la malattia e la morte, cui la malattia rimanda. È la minaccia di morte che desta nell’uomo una condizione di dolore che egli non è in grado di eliminare.
    L’uomo che non raggiunge la serena accettazione del dolore e della sofferenza è un uomo che non riuscirà ad entrare in dialogo con il proprio corpo: così facendo non entrerà in dialogo con se stesso, ma nemmeno con gli altri, compreso quel totalmente Altro che è Dio. Sarà un uomo che ascolta poco e parla molto. Sarà un uomo totalmente incapace di accogliere ed ammaestrare l’altro, perché per trasmettere qualcosa a qualcuno bisogna anzitutto saperlo ascoltare.
    Oggi viviamo in un mondo in cui tutti si sforzano di parlare sempre di più e la virtù dell’ascolto sembra stia andando smarrendosi. È comune esperienza che spesso siamo maggiormente edificati dal silenzio accogliente di una persona che per amore dignitosamente accetta la propria sofferenza, che dai tanti discorsi di colui in cui domina solamente lo stridore dei suoi pensieri. Il piacere imprigiona l’uomo nel proprio corpo e perciò non può essere epifania della verità dell’essere umano. Il dolore e la sofferenza, invece, aprono l’uomo alla communio personarum6.
  1. Nell’immagine scelta quest’anno dell’Ultima Cena di Giotto è la fisicità del corpo che Giuda, con l’aureola sbiadita, intinge il boccone nel piatto con il Maestro; Gesù, guardando gli Apostoli, offre anche a ciascuno di noi un abbraccio che è al tempo stesso fisico ed eucaristico, ed è dono; ma soprattutto Giovanni, apostolo prediletto, trova riposo nell’abbraccio accogliente di Cristo. Consolazione e ristoro attingono all’Eucaristia.
  2. La Giornata Mondiale del Malato ha «lo scopo manifesto di sensibilizzare il popolo di Dio e, di conseguenza, le molteplici istituzioni sanitarie cattoliche e la stessa società civile, alla necessità di assicurare la migliore assistenza agli infermi; di aiutare chi è ammalato a valorizzare, sul piano umano e soprattutto su quello soprannaturale, la sofferenza; a coinvolgere in maniera particolare le diocesi, le comunità cristiane, le Famiglie religiose nella pastorale sanitaria; a favorire l’impegno sempre più prezioso del volontariato; a richiamare l’importanza della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari e, infine, a far meglio comprendere l’importanza dell’assistenza religiosa agli infermi da parte dei sacerdoti diocesani e regolari, nonché di quanti vivono ed operano accanto a chi soffre»7.
    Oggi, undici febbraio, la memoria liturgica di Nostra Signora di Lourdes ci riporta nella piccola località ai piedi dei Pirenei, scelta da Maria per manifestare all’umanità intera la sua materna sollecitudine nei confronti dei malati. Lì, nella grotta di Massabielle, ai piedi della Vergine Immacolata, ogni uomo e ad ogni donna segnati dalla sofferenza e dalla malattia, così come coloro che se ne prendono cura, hanno quotidianamente la possibilità di sperimentare quella consolazione spirituale e quella grazia rigeneratrice che Dio concede, per mezzo di Maria, a quanti la implorano con fede sincera.

A cura dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI

NOTE

  1. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
  2. Rm 15,1.
  3. E. Corecco, Sulla malattia e sulla sofferenza, Quaderni Caritas Ticino, Lugano (CH), 1995.
  4. San Giovanni Paolo II insegna che «Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti Santi, come ad esempio San Francesco d’Assisi, Sant’Ignazio di Loyola, Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione», Giovanni Paolo II, Salvifici doloris (11.2.1984), n. 26.
  5. L. Bertelè, Il tuo corpo ti parla, Baldini & Castoldi, Milano 1995, 64.
  6. P. Bonini, H. Quiròs Quintéro, Se tu vuoi, puoi guarirmi!, CISU, Roma 2012, pp. 51-56.
  7. Giovanni Paolo II, Lettera per l’istituzione della Giornata Mondiale del Malato (13.5.1992), 2.

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