Qoèlet – «Tutto è vanità»

132

Vanità delle vanità  dice Qoèlet  vanità delle vanità, tutto è vanità. Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura. Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole?Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità!

Il Qohèlet  o Ecclesiaste  è uno dei più enigmatici e affascinanti libri dell’Antico Testamento. Lo sguardo disinteressato e impietoso del sapiente scruta fino in fondo nelle pieghe più segrete dell’esperienza e smonta sistematicamente ogni illusione. Il ritornello martellante ripete la parola chiave dell’intero libro, hebel: vanità, vuoto, soffio, vapore, inconsistenza…

1-2 – «Vanità delle vanità, tutto è vanità»: è quasi il titolo del libro, dopo l’intestazione («Parole di Qohèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme») con l’attribuzione fittizia a Salomone, figura rappresentativa della sapienza di Israele. «Vanità delle vanità» è, nella forma ebraica, un superlativo. Difficile determinare il senso preciso del vocabolo, per sua natura sfuggente; Ravasi lo traduce con vuoto: «Il termine rimanda ad una realtà fluida ed inconsistente come la nebbiolina dell’alba dissolta dal sole o come una nuvoletta spazzata via dal vento o come una stilla di rugiada che evapora al primo calore o ancora come la scia spumeggiarne della carena di una nave nel mare. subito acquietata» (G. RAVASI, Qohèlet, Paoline 1988. p. 22). Ma rimanda anche all’idolo, inerte e inutile, e all’uomo (cf. il nome di Abele) la cui esistenza è passeggera e labile come un soffio. Accostato a «vanità» c’è kol, che esprime la totalità: il vuoto è totale, assoluto, il non senso è massimo, la miseria suprema.

2,21-23 – Il libro di Qohèlet è tutto un susseguirsi di quadretti in cui le varie situazioni della vita sono portate a esempio e prova della tesi fondamentale. Qui l’argomento è l’inutilità della fatica umana. L’ansia di accumulare ricchezze viene frequentemente stigmatizzata nei testi biblici sapienziali, perché collegata all’ingiustizia e alla mancanza di fede. Qohèlet prescinde dal giudizio morale su come la ricchezza è stata prodotta; in ogni caso il lavoro dell’uomo è inutile, perché anche il sapiente non potrà godere del frutto della sua fatica e dovrà lasciarlo ad altri che non hanno mosso un dito (v. 21).

Qual è allora il guadagno per l’uomo (v. 22)? Sono interrogativi retorici. Qohèlet nega ogni valore a questa fatica, e lo conferma con la cruda descrizione che segue (v. 23). Preoccupazione e affanno senza tregua, neppure di notte: anche questo è vanità. Non ha senso accumulare ricchezze che altri godranno, non ha senso sacrificare al guadagno la serenità dello spirito e il riposo.

Piuttosto che pessimismo, quello di Qohèlet è un sano realismo che ristabilisce la giusta gerarchia di valori: esorta a non sacrificare la qualità della vita all’inganno di un benessere ambiguo, a non considerare perenne ciò che è transitorio, ad accogliere le piccole gioie del quotidiano come un dono.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.