Qoèlet – «Tutto è vanità»

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Vanità delle vanità  dice Qoèlet  vanità delle vanità, tutto è vanità. Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura. Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole?Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità!

Il Qohèlet  o Ecclesiaste  è uno dei più enigmatici e affascinanti libri dell’Antico Testamento. Lo sguardo disinteressato e impietoso del sapiente scruta fino in fondo nelle pieghe più segrete dell’esperienza e smonta sistematicamente ogni illusione. Il ritornello martellante ripete la parola chiave dell’intero libro, hebel: vanità, vuoto, soffio, vapore, inconsistenza…

1-2 – «Vanità delle vanità, tutto è vanità»: è quasi il titolo del libro, dopo l’intestazione («Parole di Qohèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme») con l’attribuzione fittizia a Salomone, figura rappresentativa della sapienza di Israele. «Vanità delle vanità» è, nella forma ebraica, un superlativo. Difficile determinare il senso preciso del vocabolo, per sua natura sfuggente; Ravasi lo traduce con vuoto: «Il termine rimanda ad una realtà fluida ed inconsistente come la nebbiolina dell’alba dissolta dal sole o come una nuvoletta spazzata via dal vento o come una stilla di rugiada che evapora al primo calore o ancora come la scia spumeggiarne della carena di una nave nel mare. subito acquietata» (G. RAVASI, Qohèlet, Paoline 1988. p. 22). Ma rimanda anche all’idolo, inerte e inutile, e all’uomo (cf. il nome di Abele) la cui esistenza è passeggera e labile come un soffio. Accostato a «vanità» c’è kol, che esprime la totalità: il vuoto è totale, assoluto, il non senso è massimo, la miseria suprema.

2,21-23 – Il libro di Qohèlet è tutto un susseguirsi di quadretti in cui le varie situazioni della vita sono portate a esempio e prova della tesi fondamentale. Qui l’argomento è l’inutilità della fatica umana. L’ansia di accumulare ricchezze viene frequentemente stigmatizzata nei testi biblici sapienziali, perché collegata all’ingiustizia e alla mancanza di fede. Qohèlet prescinde dal giudizio morale su come la ricchezza è stata prodotta; in ogni caso il lavoro dell’uomo è inutile, perché anche il sapiente non potrà godere del frutto della sua fatica e dovrà lasciarlo ad altri che non hanno mosso un dito (v. 21).

Qual è allora il guadagno per l’uomo (v. 22)? Sono interrogativi retorici. Qohèlet nega ogni valore a questa fatica, e lo conferma con la cruda descrizione che segue (v. 23). Preoccupazione e affanno senza tregua, neppure di notte: anche questo è vanità. Non ha senso accumulare ricchezze che altri godranno, non ha senso sacrificare al guadagno la serenità dello spirito e il riposo.

Piuttosto che pessimismo, quello di Qohèlet è un sano realismo che ristabilisce la giusta gerarchia di valori: esorta a non sacrificare la qualità della vita all’inganno di un benessere ambiguo, a non considerare perenne ciò che è transitorio, ad accogliere le piccole gioie del quotidiano come un dono.