Prepariamoci all’Avvento

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Prima domenica di Avvento

Con l’inizio del tempo di Avvento si apre l’Anno della Chie­sa, l’Anno liturgico come tempo di attesa e di speranza. L’umanità ha sempre bisogno di sperare, e oggi ne sentiamo l’esigenza in modo del tutto particolare. Non si possono dimenticare le profetiche parole del Concilio Vaticano II: «Il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio» (GS 9). La Liturgia però ci sollecita anche a «rendere ragione della nostra speranza» diventando coraggiosi testimoni della fede: in un mon­do confuso e disorientato, indifferente e facile preda di fanatismi, un mondo in cui tutto, anche in ambito religioso, viene livellato sulla base di interessi spesso poco nobili, i cristiani sono chiamati a dire con fran­chezza, con le parole e con le opere, la radice di quella fede da cui nasce anche la loro speranza.

Con l’inizio dell’Anno liturgico la Chiesa ci conduce per mano in una riflessione continua sul senso del “tempo” come spazio di vita e di salvezza che Dio ci dona. Il tempo della nostra esistenza viene così collocato tra la prima venuta del Cristo (attesa e vissuta) e la seconda e definitiva, che porterà tutti e tutto alla sua pienezza. Questo percorso ha diversi modelli, da Abramo ai profeti, da Maria a Giovanni Battista. Tutti possono aiutarci a mantenere viva la memoria di una Presenza che dà vita e gioia alla quotidianità concreta. La memoria, in particolare, è atto liturgico fondamentale: essa è principio della nostra vera identità, fa prendere coscienza dei valori che possono rendere piena e buona la vita, ci richiama agli impegni assunti, si fa garanzia del compimento promesso e sperato. Questa memoria, che contraddistingue l’orientamento cristiano, può diventare il vero antidoto contro la tentazione di cercare surrogati facili e alla fine deludenti della nostra ricerca di senso e di felicità.

È «sempre tempo di avvento»!, come recita la Ballata della speranza di David Maria Turoldo (da O sensi miei…), un testo che esprime in modo poetico, intenso e orante lo spirito del tempo di Avvento. Infatti, celebriamo sempre «nell’attesa della tua venuta», come preghiamo durante la preghiera eucaristica. La Bibbia si conclude con la promessa di Gesù: «“Sì, vengo presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

Ogni Anno liturgico inizia con il tempo di Avvento e questo non è casuale poiché lega strettamente il tempo della Liturgia che è sempre un “oggi” della salvezza, con i tempi degli uomini scanditi da orologi e calendari. Potremmo sintetizzare che “il nostro problema” sia proprio vivere il tempo. La grammatica dell’Avvento ci pone davanti a parole ed esperienze come: tempo, durata, attesa, promessa, speranza-disperazione, pazienza, compimento. Ma sono addirittura il senso della Liturgia e l’intera esperienza della fede ad essere innervati da queste parole. L’orazione dopo la Comunione sintetizza tutto questo: «La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga…».

Da una parte l’inizio dell’Anno liturgico e dall’altra la conclusione dell’anno civile costituiscono il momento adatto per un’attenzione alla dimensione escatologica della fede. Negli ultimi anni è emerso inoltre più volte un riferimento alla speranza in ambito europeo e italiano. Si vedano l’esortazione Ecclesia in Europa del 2003, il Convegno di Verona del 2006, Testimoni di Gesù Risorto, speranza per il mondo, l’enciclica Spe Salvi del 2007, fino all’imperativo di papa Francesco: «Non lasciamoci rubare la speranza!» (Evangelii gaudium, 86). È bene prendere sul serio questa accentuazione propria dell’Avvento e avere il coraggio di impegnarsi in una riflessione sulla speranza.

Nell’Anno liturgico Cristo, Figlio di Dio, sta all’inizio (Natale), è al centro della storia (Pasqua), ci sarà alla fine (Cristo Re dell’universo). La traduzione letterale del termine “avvento” significa “venuta”. In questo contesto si coglie subito una compenetrazione di presente e di futuro: l’esistenza è già data ed è sempre da ricevere. Si celebra la memoria dell’incarnazione del Verbo di Dio, che è già avvenuta nel passato, è presente nell’oggi, permane nel futuro e si compirà ritornando sulla terra. Dio assicura la sua presenza, viene a noi e arriva per noi, sempre più si “abbassa” in modo da raggiungerci. Si rivela attraverso il creato, poi diventa Compagno di viaggio per Israele, parla attraverso i profeti, infine mostra al mondo il suo volto umano in Gesù fattosi carne. Il “venire di Dio” si realizza, in modo speciale, nell’assemblea riunita per la preghiera comunitaria: «Dove due o più persone si riuniscono nel mio nome, io sono presente in mezzo a loro», in ogni Sacramento celebrato dalla Chiesa e nell’uomo che soffre e che ama.

Abitualmente, quando si parla di Avvento, si pensa al periodo di preparazione al Natale. La Liturgia della Prima Domenica richiama alla vigilanza perché Cristo può ritornare sulla terra in qualsiasi momento. In genere, si parla poco del ritorno glorioso del Signore pur essendo una costante della vita cristiana: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando è il momento» (Mc 13,33). Il pensiero e la consapevolezza del ritorno di Cristo evitano il rischio di chiudersi nel presente e in ogni tipo di egoismo. La vita odierna, con tutte le sue gioie e i suoi dolori, è “penultima” e non costituisce la fase definitiva. Ogni figlio di Dio è un pellegrino e, camminando, vive questa consapevolezza: Cristo è già con noi, ogni giorno, fino alla fine dei tempi; Lui è già presente e attivo nella storia dell’umanità. Noi non aspettiamo la fine del tempo, ma il ritorno di una precisa Persona. Illuminanti, in tal senso, le parole di A.M. Besnard: «Un cristianesimo che diventa insensibile all’attesa del ritorno di Cristo perde tutto il suo mordente… Non si può vedere proprio in questa lacuna una delle spiegazioni fondamentali dell’attuale scarsa vitalità del cristianesimo in molti di coloro che lo professano? Sono cristiani a causa di un certo passato, ma non a causa di un certo avvenire». Il ritorno del Signore coincide con la sua manifestazione piena: in quell’occasione tutti gli uomini saranno giudicati sull’amore. La parabola di Matteo 25,31-46 (ascoltata Domenica scorsa) indica il modo in cui stare svegli per attendere il Signore: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero malato e mi avete visitato…». Occorre saper riconoscere Gesù nei fratelli e sorelle che sono affamati, assetati, nudi, ammalati, forestieri. La vigilanza consiste nell’ascolto della Parola che spinge ad aprirsi al fratello che è dimenticato, prendendolo a cuore. Accogliere il Signore oggi significa in modo particolare aprire il cuore, la casa, le strutture sociali ed ecclesiali a coloro che fuggono dai propri Paesi perché non hanno lavoro o perché la loro vita è esposta a tiranni che ledono ogni libertà e giustizia… Il Signore assicura un ritorno in cui libererà tutta l’umanità: l’amore e la giustizia trionferanno.

In una società secolarizzata come la nostra, quale può essere la forza del segno trasmesso dal radunarsi dei cristiani? Formare un’assemblea fa parte delle abitudini e della vita dei credenti e costituisce già un’azione dal significato religioso. Non è la stessa cosa trovarsi insieme per una riunione condominiale o sociale. E’ il Risorto che convoca la Chiesa a celebrare la dimensione comunitaria che le è propria. Il radunarsi dei credenti avviene nel segno della fede e non corrisponde a un incontro meramente umano: dal chiasso e dalle preoccupazioni della vita si giunge a un luogo sacro, dove i battezzati incontrano il Signore, si pongono in ascolto e comunicano con lui; in quel luogo parole e gesti rendono presente il Risorto che edifica il suo popolo. All’assemblea è richiesta concentrazione su ciò che compie nel momento in cui si trova radunata. La vita sociale comporta forme di preparazione silenziosa, come in occasione di concerti o rappresentazioni teatrali: similmente, la Liturgia richiede un certo raccoglimento perché si possa creare l’ambiente adatto, anche perché il passaggio dalla quotidianità al raccoglimento e all’ascolto non è automatico. Se, mentre l’Eucaristia inizia e prosegue, si aggiungono in ritardo altri fedeli, ciò non solo reca disturbo, ma impedisce all’assemblea di essere tale e di compiere, come comunità, riti importanti: l’accoglienza, la confessione dei peccati, la preghiera iniziale, le Letture… (quando si intraprende un viaggio non si arriva alla stazione cinque o sei minuti dopo l’orario di partenza!!!). Possono sempre succedere dei contrattempi, ma quando il ritardo è abituale, non c’è scusante. Romano Guardini ricorda: «La liturgia è possibile soltanto con e dalla riflessione. Non importa molto che si parli di testi sacri, di simboli profondi e di rinnovamento liturgico della vita, quando mancano le prime condizioni per concepire seriamente queste cose. In questo modo anche la Liturgia diventa soltanto una cosa assai interessante, una moda, per la quale per un po’ si è entusiasti, ma dopo non ci si bada più. Tra le prime condizioni necessarie per celebrare veramente la Liturgia, si richiede che ognuno rientri in sé, ma questo raccoglimento non viene naturalmente, è necessario volerlo fare, come il silenzio». Favorire la partecipazione dell’assemblea all’azione liturgica è un servizio delicato che aiuta l’unità nella diversità. A volte si è tentati di pensare l’unità come uniformità; la diversità, al contrario, è da considerarsi come una ricchezza da cui può scaturire l’armonia. Immagine del popolo di Dio non è solo il canto all’unisono, ma anche la polifonia. Per questo i riti d’ingresso e di accoglienza rappresentano un momento importante di avvio a tutta la celebrazione.

La preparazione all’Eucaristia è come un grande cantiere aperto a molti, ministri ordinati e laici. Ogni battezzato deve considerare come un onore, una gioia e anche una responsabilità collaborare alla realizzazione dell’obiettivo chiaramente indicato dal rinnovamento conciliare: la partecipazione consapevole, piena, attiva e fruttuosa di tutti all’azione liturgica, cosa che, in forza del Battesimo, è diritto e dovere di tutto il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9). La posta in gioco è enorme: un’assemblea che celebra è «vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi, finché ci sia un solo ovile e un solo pastore» (SC 2). Chiesa una e diversa, una e multiforme, che accoglie nel suo cuore l’arcobaleno delle nostre differenze. Tutte queste “premesse” saranno un modo efficace per intraprendere con serietà il cammino del nuovo Anno liturgico, che il Signore ci dona, e dell’Avvento!

E’ con una preghiera, con un’invocazione accorata, che si apre la Liturgia della Parola di questa Domenica: «Se tu squar­ciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (Prima Lettura). Sono parole che sgorgano da una certezza, fondata su un’esperienza: «Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore». Ma perché si richiede l’intervento di Dio? Che cosa ci si attende da lui? Certo, la situazione è difficile, segnata dall’in­giustizia sociale e dalla sperequazione economica. Non è sugli effetti, però, che ci si attarda, ma sulla causa di ogni male: un cuore indurito, insensibile, impermeabile ai richiami della co­scienza, incapace di discernere tra buono e cattivo, tra giusto e ingiusto, tra bello e brutto. Tutto, a questo punto, viene pietrifi­cato in una generica superficialità, finché tutto alla fine va bene perché tutto è indifferente. La voce del profeta, dunque, ci se­gnala un pericolo e ci fornisce una diagnosi lucida. I discepoli di Gesù sanno che Dio ha mantenuto le promesse: nel suo Figlio ha offerto misericordia e grazia. Mediante lui ha “riscattato” gli uomini dal potere del male e del peccato. Colui che è venuto nella carne ritornerà per portare a compimento il piano del Padre. Proprio per questo bisogna restare vigilanti, “vegliare”, ”fare attenzione” (Vangelo). Non si tratta di uno sforzo eroico, che ognuno conduce in so­litario, ma piuttosto di assecondare l’opera di Dio, la sua grazia, e di condividere la ricchezza dei suoi doni per far crescere la Co­munità (Seconda Lettura).

L’Avvento domanda di essere rilevato attraverso un duplice registro. Da una parte la preparazione alle feste natalizie (Natale, Epifania, Battesimo del Signore) e, quindi, la memoria solenne dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Dall’altra si è invi­tati a vivere l’attesa del ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi con occhi aperti, cuore desto, mani generose. Per questo, celebrare l’Avvento è cercare di risvegliare e rinnovare l’attesa del Signore, prendendo anche consapevolezza di altre attese e paure che ci abitano e che possono fare da schermo e impedirci di riconoscere il Signore che viene. Se gli incontri catechistici e formativi dell’Avvento riuscissero nei vari gruppi parrocchiali a far emergere almeno alcune di queste reali attese e paure, le Celebrazioni potrebbero essere il luogo in cui purificare l’intenzione, riaccendere il desiderio e rinsaldare la fiducia nella venuta di Colui che non viene a togliere, distruggere o punire, ma a donare, guarire e perdonare. Si potrebbe provare durante la settimana a rispondere — molto semplicemente — a domande del tipo: «Cosa desidero? Cosa cerco? Cosa aspetto? Cosa temo?» e poi cercare di capire se e in quale modo le risposte c’entrano con l’attesa e la venuta del Signore nella nostra vita, facendo confluire questo percorso formativo nelle parole e nei gesti della Liturgia.

L’Avvento non è un tempo propriamente penitenziale, come lo è invece la Quaresima… il colore liturgico (viola) non ci porti fuori strada!!! La venuta del Signore, il suo trionfo finale non è per i credenti motivo di paura ma di amorosa e fervida attesa. Nelle quattro Domeniche di Avvento si omette il canto del Gloria, perché questo inno angelico risuoni solenne nella notte di Natale.

All’inizio del nuovo Anno liturgico siamo invitati a rimetterci in cammino con un atteggiamento di sobrietà e di vigilanza. La processione introitale sottolinea questi due aspetti che l’Avvento ci chiama a vivere — un nuovo inizio e il cammino — e quindi va curata con particolare attenzione.

In questo giorno in cui la Chiesa celebra il suo “capodanno”, la Liturgia abbia decisamente un’impronta solenne. Se non lo si fa già, può essere il momento opportuno per iniziare a cantare i testi eucologici (orazioni, prefazio, benedizione solenne) e tutte quelle parti della Liturgia che si esprimono in canto (Kyrie eleison, Anamnesi e Dossologia della Prece Eucaristica, litanie per la frazione del pane…).

Si cerchi di valorizzare anche il canto del Salmo responsoriale. In molti casi è la parte della Liturgia della Parola più trascurata e corre il rischio di essere una quarta lettura sbiadita. Ci si dimentica che il Salmo non è un testo devozionale da biascicare, ma un canto interlezionario (= tra le letture), quindi, da cantare (con arte) e non da recitare!

Nel tempo liturgico di Avvento-Natale un posto particolare viene riservato dalla Liturgia alla Parola che si fa carne. E’ opportuno, in ogni celebrazione domenicale, portare il libro della Parola processionalmente con ceri e incenso all’altare e venerarlo specie alla proclamazione del Vangelo.

Laddove se ne vede l’esigenza pastorale si può preparare la corona dell’Avvento che annuncia l’avvicinarsi del Natale. Questo segno, richiamandoci la progressiva vittoria della luce sulle tenebre, ci invita a camminare incontro al Cristo, vera luce che viene a vincere le tenebre del male e della morte. Originariamente il colore delle candele prevedeva che tre fossero di colore viola e una di colore rosa; quest’ultima serviva per la terza domenica di Avvento — detta Gaudete, Rallegratevi — in segno di gioia per l’imminente nascita di Gesù. Per la collocazione della corona occorre è bene valutare gli spazi a disposizione. Questo segno deve comunque essere ben visibile a tutti e adeguatamente valorizzato, ma senza oscurare mai l’altare e/o l’ambone.

La scelta dei canti deve tener presente il tempo liturgico, incentrato sull’incoraggiamento, sulla consolazione e sulla speranza. Per questo, siano “propri” del tempo di Avvento!

Seconda domenica di Avvento

 

La speranza cristiana non è attesa vuota, la certezza di avere dalla nostra parte un Salvatore non lascia nell’indifferenza e nell’inerzia. Tutta la Parola che anima la Liturgia odierna parla di conversione, di cambiamento. La preghiera autentica, che chiede la venuta del Signore, si confronta necessariamente con la vita quotidiana e con i gesti che possono esprimere la densità dell’incontro atteso: condividere, perdonare, accogliere, aiutare… diventano allora i verbi di una vita di fede che prepara la strada al Signore che viene a salvarci. La conversione cristiana è un cammino di maturazione continua e di trasfigurazione della sua quotidianità alla luce della grazia.

 

La Seconda Domenica di Avvento da una parte richiama l’attesa del Signore e di «cie­li nuovi e terra nuova», dall’altra risponde alla domanda: «Nel frattempo, cosa fare?». A partire dalle letture bibliche possiamo, infatti, comporre un vademecum per il presente come frattempo, tra il tempo “realizzato” in Gesù e i tempi “in fase di realizzazio­ne” degli uomini. Sia la Colletta che l’Orazione dopo la Comu­nione chiedono di sbilanciare l’attenzione verso il compimento di Dio: «fa’ che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio» e «insegnaci a valutare con sapien­za i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo». La prospettiva è volutamente sbilanciata verso il futuro rispet­to all’impegno presente perché questo è il senso dell’Avvento nell’invito ad alzare il nostro sguardo per intravvedere «il Si­gnore che viene!».

 

L’esistenza cristiana si radica nell’intreccio tra cielo e terra, tra impegno nella creazione e attesa della nuova creazione, tra cura per questo cielo e questa terra e speranza di nuovi cieli e una terra nuova, tra la passione per la giustizia possibile nella storia e il compimento della profezia straordinaria contenuta nel Salmo 84/85: «Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno». L’esistenza cristiana è come «il dito di Gio­vanni Battista» (H. U. von Balthasar), che indica continuamen­te il Messia, sempre sbilanciata su Gesù, «Colui che era, che è e che viene». Il messaggio centrale della Liturgia è sempre di spe­ranza poiché annuncia la fine delle tribolazioni e l’arrivo di Dio (Prima Lettura), rinfranca la Comunità nella fatica dell’attesa (Se­conda Lettura) e presenta il precursore del Messia che arriverà «più forte di lui» (Vangelo).

 

È assente la piena consapevolezza dell’avvento “presente” che non si ripeterà più nel prossimo anno poiché sarà diverso. Illuminante è san Bernardo che parla di “tre avventi” di Cristo: il primo è quello dell’incarnazione di Gesù nel grembo di Maria; il terzo è l’avvento che porterà Cristo giudice alla fine dei tempi per convalidare le scelte che l’uomo ha realizzato durante la vita terrena. Il secondo, quello centrale e anche il più importante per noi oggi, è la presenza di Cristo in noi, legata al riconoscimento della sua esistenza, del suo passaggio attraverso le nostre stesse vite. Pensando all’avvento passato e a quello futuro s’impara a riscoprire l’avvento presente, che è dentro la quotidianità di persone sempre in ricerca e in cammino. Ogni nostra azione troverà spazio nel giudizio finale di colui che si è fatto uomo, ma se entriamo nel cammino tracciato e vissuto da Cristo, il suo giudizio diventa liberante. Cogliere la presenza di Cristo in noi apre l’oggi e il domani alla speranza, in quanto rivela il volto del Padre nel quotidiano. La speranza cammina accanto alla consolazione: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (Is 40,1). Dio Padre non abbandona mai il suo popolo anche quando si smarrisce nell’infedeltà, nell’egoismo e si prostituisce ad altri dei. Dio invia i profeti per annunciare il suo amore e per consolare. Anche oggi nella Chiesa ci sono uomini e donne che hanno il dono della consolazione ma spesso non li riconosciamo o non li ascoltiamo! Un giorno un vescovo disse: «Poco alla volta, ho capito che il mio compito principale era quello di “consolare”: consolare i preti, consolare i cristiani, consolare le persone, consolare. Quando tu mi hai conosciuto ero ancora molto critico, ero portato a vedere le cose che non andavano. Adesso ho capito che la critica verso gli altri era lo sfogo del mio non essere in pace con me stesso. La più grande conquista è avere la pace dentro. La pace con me stesso mi fa guardare con serenità agli altri e mi aiuta a portare la pace, a consolare». La Chiesa ha bisogno di pastori umili: di maestri ce ne sono molti ma ciò che fa breccia nel mondo sono i testimoni che rendono presente Cristo, ebbe a dire il beato Paolo VI! Cristo è con noi e in mezzo a noi proprio per consolare e dare speranza. Il suo è un “Vangelo”, una buona notizia, un annuncio che risolleva l’umanità smarrita e disorientata. Anche Giovanni Battista annuncia la buona novella (Lc 3,18), l’inizio di un tempo di misericordia e di pace. Non è più tempo di falsità, d’inganni e di ipocrite sicurezze; quello che conta è ciò che c’è dentro il cuore dell’uomo: la capacità di amare, di meravigliarsi, di scoprire che Dio non si stanca mai dell’uomo, di essere consapevoli che siamo immagine sua, proprio perché Lui si è incarnato condividendo la nostra storia.

 

Il modello di attesa proposto dalla Liturgia è oggi Giovanni il Battista. Egli annuncia il Messia come fine a cui tende l’Antico Testamento e la storia umana. Nel segno del battesimo egli invita alla conversione per avere il perdono dei peccati. È così profeta di un tempo nuovo, il tempo opportuno per la nostra salvezza. I cristiani sono chiamati a vivere con una rinnovata scelta il proprio Battesimo, poiché il Signore che viene chiede conto oggi personalmente ad ognuno di quell’impegno assunto un giorno per amore e in nome nostro.

 

Dio incarnandosi tiene conto dell’uomo, della sua crescita e del suo comportamento, non lo guarisce senza la fede, senza la conversione; prende il tempo necessario per condividere la vita col suo interlocutore (cfr. Sap 11,23-26; Ez 18,23). In un mondo votato al cambiamento ed all’attesa del “Giorno di Dio” che realizzerà «nuovi cieli e una terra nuova», la “santità della vita” e la “pietà” danno sicurezza e tranquillità di fronte agli elementi che si “dissolvono” e si “fondono” (Seconda Lettura). La santità della vita non è solo oggetto del giudizio finale, ma già prepara questo giudizio; la preghiera che sale dal cuore non chiede soltanto la venuta del Signore come un avvenimento improvviso, ma già lo legge negli episodi della storia umana.

 

Giovanni il Precursore, nel compiersi del tempo messianico, invita ad esprimere, attraverso un segno che non è soltanto cerimoniale, la volontà di conversione e la speranza dei tempi nuovi, caratterizzati dall’effusione dello Spirito Santo. In questi tempi nuovi, che per noi sono già cominciati, anche se non ancora del tutto realizzati, l’invito alla conversione sfocia necessariamente in gesti significativi, “sacramentali” nel senso più ampio della parola. Tra essi vi sono certamente il Battesimo e la Penitenza, momenti privilegiati d’incontro con il Dio che salva e che perdona, ma anche gli atteggiamenti concreti della Comunità e dei singoli (condividere, perdonare, accogliere…) da cui traspare la realtà di un cuore nuovo. Sono quelli indicati nell’immagine del «preparare la strada» (Vangelo). Forse, visti con occhi profani, possono apparire come povere, inutili cose; in realtà, invece, nei gesti di un uomo e di una Comunità rinnovati, chi sa leggere intravede «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (Seconda Lettura).

 

Nel linguaggio comune il Sacramento della Penitenza si identifica con la “confessione”. In realtà, la confessione è solo un elemento del Sacramento e non ne è certo il primo. Vi è una mentalità formalistica ed esteriorizzante nei riguardi di questo che è uno dei Sacramenti cardine della vita cristiana, minacciato di scivolare lentamente in una crisi sconcertante. Le motivazioni hanno una gamma molto ampia: vanno dal rifiuto del confessore, distributore automatico di assoluzioni, al rifiuto del confessore psicanalista… L’accusa individuale dei peccati, seguita dal perdono di Dio e da una penitenza spesso insignificante, è una soluzione troppo facile, troppo meccanica: può avere senso solo se è un segno personale ed ecclesiale di conversione e di riconciliazione. Un ripensamento sulla giusta forma della penitenza e della confessione è, quindi, giustificato: tutto deve diventare più autentico, più profondo, più vivo e più efficace. La conversione cristiana è una maturazione continua, una crescita, uno sviluppo… spesso un atto difficile, uno scavare la strada per Dio nella propria carne, distacco dal comodo e dall’abitudinario: è cambiare vita “sul serio”. E’, in fondo, “con-crocifiggersi” con Cristo: in lui è la sorgente del perdono. Egli sulla croce ha espiato tutti i nostri peccati e dopo la sua risurrezione ha partecipato alla Chiesa la facoltà di perdonare i peccati. La celebrazione del Sacramento della Penitenza non può essere “privatizzata”: avviene sempre nell’ambito di una “Comunità di credenti”; è un gesto insieme comunitario e personale, come comunitario e personale è il peccato. Il nuovo Rito della Penitenza ricorda che «la celebrazione comune manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della penitenza. I fedeli infatti ascoltano tutti insieme la parola di Dio, che proclama la sua misericordia e li invita alla conversione, confrontano la loro vita con la parola stessa, e si aiutano a vicenda con la preghiera» (n. 22).

 

Un’azione liturgica non è qualcosa di privato ma un atto che costituisce una comunità e il cui soggetto agente è, per sua natura, ecclesiale: l’assemblea radunata nella pluralità, diversità, complementarità dei ministeri; una comunità che, riunendosi per celebrare, è convinta di non essere lei stessa ad autoconvocarsi. Essa risponde all’iniziativa di Dio che convoca e raduna. Per questo motivo l’assemblea liturgica è presieduta dal Signore, primo e unico convocatore e presidente; il ministro ordinato è il segno sacramentale che rende visibile tale convocazione e presidenza. L’utilizzo del termine “celebrante” rileva il ruolo del presbitero all’interno di un’azione partecipata, ma si impone una domanda: è lui che “celebra” o non piuttosto l’assemblea tutta? Il rinnovamento liturgico conciliare ha apportato un profondo cambiamento di mentalità: è tutta la comunità che è resa da Cristo “assemblea sacerdotale” e, come tale, è soggetto della celebrazione. Il sacerdote è il ministro ordinato che presiede l’assemblea liturgica. Il termine “presidente” è antico e tradizionale e si trova già in san Paolo: «I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano considerati meritevoli di un duplice riconoscimento» (1 Tm 5,17). Nell’anno 150 san Giustino, nella più antica descrizione di una celebrazione liturgica, parla di «colui che presiede…». Il servizio del presiedere – “essere posti davanti a, al posto di” – è riferito a Cristo, al ministero da lui posto in atto con la sua vita e la sua morte, e che egli, da Risorto, continua nella Chiesa e per mezzo della Chiesa. Il presidente dell’Eucaristia è servitore di un “Altro”, non ha potere proprio. Siede di fronte all’assemblea come Cristo, capo del corpo che è la Chiesa; siede simbolicamente e sacramentalmente al Suo posto. Il Concilio rileva che il sacerdote, in ogni celebrazione liturgica, esercita un ministero pastorale. Chi presiede è un fedele, uno dell’assemblea che è ordinato per rappresentare Cristo pastore tra i suoi fratelli; egli è insieme membro dell’assemblea e posto di fronte a essa, come Cristo è presente nella sua Chiesa che prega e canta. Questo “stare di fronte” non è un segno di superiorità, ma di servizio. Caratteristica propria del pastore è di agire a favore della comunità: egli insegna, nutre, veglia, com-patisce, edifica. La presidenza che esercita è il culmine e la fonte di tutto il suo servizio pastorale; gli dà senso, è un servizio legato all’organizzazione, perché tutti possano partecipare, e non un monopolio del ministro come uomo tuttofare e attore principale. La prima attenzione di chi presiede è far sì che la partecipazione dell’assemblea sia piena, attiva, consapevole, comunitaria. Dal modo di esercitare la presidenza dipendono l’edificazione e la costruzione della comunità, e si esprime quale servizio si presta dentro la comunità e quale tipo di prete emerge nella stessa comunità ecclesiale. Diversi sono i modi di celebrare e, nella maggior parte dei casi, essi sono legati alla sensibilità e alla struttura mentale del celebrante. Un primo modo di presiedere consiste nel mettere in primo piano la dimensione mistica della fede, l’esperienza intima vissuta dal celebrante. La Liturgia è sentita come momento forte di raccoglimento. Il rischio, però, è quello di un fervore intimistico, di un’effervescenza sentimentale fino all’esibizionismo. Un altro modo di presiedere consiste nel dare importanza soprattutto all’annuncio della Parola (l’omelia), insistendo su temi d’attualità, sulla funzione critica della fede, sulla denuncia e sulla testimonianza. Il prete emerge qui nel suo ministero profetico, con il rischio però di sfruttare il rito come occasione per una predica che colpisce, in modo da far dire agli ascoltatori: «Che bella Messa!». Alcuni celebranti sono legati a un forte senso del dovere e delle regole: la Liturgia è un ufficio da compiere fedelmente in conformità a ciò che prescrive la Chiesa. In questi casi il presidente rischia di essere staccato, ingessato, preciso, esposto al formalismo, con l’adozione di un tono ieratico ma inespressivo. Chi presiede non deve mai dimenticare che in lui opera e agisce Cristo.

 

Alla luce di quanto detto, in questa seconda settimana di Avvento sarà bene realizzare una celebrazione comunitaria della Riconciliazione affinché come Maria, lsaia, Giovanni il Precursore, Giuseppe il giusto ed i pastori, tutti siamo pronti ad accogliere e riconoscere il Salvatore con cuore puro, come terra buona e disponibile. Il “suono” della Parola di Dio che viene dall’alto e discende sulla Comunità radunata dispone il cuore delle singole persone alla celebrazione del Sacramento, affinché nella conversione e nel perdono dei peccati tutti possano ritrovare la leggerezza per poter salire ed essere voce di quella Parola che salva e riaccende la speranza. Gioia e penitenza, speranza e conversione sono l’invito paradossale dell’Avvento, la condizione e l’occasione offerta alla Chiesa per salire e recare la lieta notizia del Vangelo di Gesù, speranza del mondo. Non si aspettino gli ultimissimi giorni prima di Natale per celebrare la Riconciliazione!!!

 

La processione con il Libro dei Vangeli (non il Lezionario!!!) accompagnato dai ceri e incensato evidenzia come questa Parola che invita alla conversione chieda a noi ascolto, accoglienza e adesione.

 

Naturalmente, se Domenica scorsa si è acceso il primo cero della corona di Avvento, oggi bisogna accendere il secondo, nello stesso modo e nello stesso momento in cui si è acceso il primo.

 

In questa Domenica, richiamando la missione del Battista, sarà opportuno sostituire l’Atto penitenziale con il rito di aspersione con l’acqua benedetta.

Terza domenica di Avvento

Questa Domenica è chiamata “Gaudete”, dalla prima parola dell’antifona d’ingresso. Come la Domenica “Laetare” a metà della Quaresima, anche questa Domenica doveva dare ai fedeli un po’ di respiro dalle rinunce e penitenze che venivano praticate in Avvento. Oggi, come sappiamo, l’Avvento è stato ri-scoperto non come tempo penitenziale, ma come tempo di attesa, di gioia: non si tratta, quindi, di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze (e l’atmosfera festaiola dei negozi e della televisione lo conferma fin troppo), ma di dare all’attesa il colore della gioia, anziché quello della mestizia. La serietà e la sobrietà che la Chiesa ci propone nel tempo di Avvento non devono diventare tristezza.

L’annuncio che il Signore è vicino risuona anche oggi come un monito a cambiare le condotte di vita non coerenti con la sua venuta. Ma è anche un annuncio che solleva il nostro sguardo verso l’alto e che non può non generare in noi grande gioia. Occorre non ingannare noi stessi: la gioia cristiana non è un atteggiamento passivo, che chiude su noi stessi e si esaurisce in una sensazione di piacere, ma è piuttosto la gioia di chi si sente chiamato a collaborare ad un progetto di trasfigurazione del mondo, un compito che è fonte di senso e di responsabilità, un senso della vita che diventa testimonianza. In questo modo la vicinanza del Signore, vissuta con autenticità, ci rende segni credibili di fronte al mondo.

Il tempo di Avvento è ormai inoltrato e dal punto di vista sociale sembra già arrivato il Natale, poiché i giorni iniziano a popolarsi di eventi e appuntamenti nei quali confluiscono sia i rituali natalizi presenti in diversi luoghi sociali, sia i rituali di chiusura dell’anno civile. Il clima generale percepito, quindi, possiede già una certa atmosfera che è bene cogliere, leggere in profondità e illuminare con la luce del Vangelo. Il desiderio del­la festa e l’esperienza della gioia sono molto affini: si fa festa per cercare la gioia e quando si vive la gioia si fa festa. Il cristiane­simo ha molto da dire e da dare sulla gioia, anche se purtroppo la percezione diffusa è diversa dall’autentico spirito cristiano. L’atteggiamento e l’esperienza della gioia ci donano un’altra indicazione su come vivere l’attesa del Signore. Ogni lettura bi­blica può costituire uno sfondo per declinare l’invito alla gioia dell’attesa e all’attesa della gioia.

L’intreccio anche verbale delle due esperienze esprime come sia l’attesa sia la gioia suggerite dalla fede siano entrambe innervate dalla La gioia dell’attesa nasce dalla speranza di un incontro e l’attesa della gioia nasce dalla speranza di un dono sorprendente di pienezza, oltre ogni aspettativa, che inve­ce inquina la gioia e la riduce in frantumi di delusione. L’attesa e la gioia nascono dall’esperienza di una presenza e di una pro­messa, anch’esse annodate a doppio filo per cui incontriamo la presenza di una promessa (il Dio-con-noi) e la promessa di una presenza, per sempre (il Dio-che-viene).

I testi biblici ed eucologici di questa Domenica sono effettivamente traboccanti di parole come gioia, letizia, esultanza… Sarà opportuno valorizzare questi spunti per eliminare l’equivoco che vede la fede e la spiritualità cristiana come lontane dalla gioia o, addirittura, nemiche di essa. Oltre a eliminare gli equivoci, poi, è importantissimo aiutare i fedeli a essere sempre più consapevoli dell’importanza della gioia nella vita cristiana. Certo, non esiste il dovere di essere felici: casomai è una certa mentalità mondana che spinge le persone a mostrarsi sempre “su di giri” e a nascondere tristezze e dispiaceri. Per il cristiano, però, la gioia interiore è segno della presenza dello Spirito Santo, anche in mezzo a sofferenze, prove, dolori.

Per quale motivo rallegrarsi? La vita cristiana non è fondata sul dolore e sull’angoscia, anche se una certa spiritualità in passato puntava molto sull’abnegazione e sulla rinuncia. Oggi si evidenzia maggiormente la gioia: «Fratelli, siate sempre lieti… Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (Fil 4,4). Paolo si trova in prigione e nonostante la sua precaria situazione, scrive una lettera ai Filippesi ponendo l’accento sul tema della gioia, vista come segno e frutto della fede e della speranza. È una gioia “nel Signore”, che trova le fondamenta nella certezza che il Signore è vicino (v. antifona d’ingresso). È una gioia dalle caratteristiche precise: non è fine a sé stessa, ma si apre agli altri sotto forma di bontà; non si lascia sopraffare dalle preoccupazioni: «Non angustiatevi per nulla» (Fil 4,6), non perché non esistano più, ma perché non hanno più la forza di mettere in questione una sicurezza fondata sul Signore e sulla sua fedeltà. È una gioia che apre al futuro e conduce alla pienezza della pace, della vita eterna. Anche il profeta Isaia attraverso il dono dello Spirito (Prima Lettura) è inviato a portare il lieto annunzio ai poveri, perché il Signore fa germogliare la giustizia e la lode. E’ un lieto annuncio quello che viene portato ai miseri e lo stesso inviato (Messia) gioisce perché attraverso di lui il Signore ha reso pos­sibile la sua opera. E’ la gioia del Battista che dà testimonianza alla luce e riconosce la grandezza di Colui che deve venire ed è già in mezzo agli uomini. È la gioia dei discepoli che formano una comunità. La letizia, la preghiera, l’ascolto delle profezie, il discernimento cristiano sono gli atteggiamenti che la contraddi­stinguono. E, nonostante conflitti e persecuzioni, sperimentano cosa sia la pace, quella pace che non è sinonimo di tranquillità, ma di pienezza che investe ogni aspetto dell’esistenza.

L’Avvento è il tempo della gioia spirituale durante il quale si cammina con lo sguardo rivolto in avanti, il tempo del risveglio che favorisce l’apertura del cuore a Cristo che viene. Ci sono ostacoli che non permettono di accogliere il Signore: l’egoismo, il non sapere gioire per le piccole cose quotidiane, la distrazione e la superficialità, la mancata disponibilità all’accoglienza, la sfiducia e i pregiudizi, la poca gratuità… Paolo infonde speranza con queste parole: «Pregate ininterrottamente… Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male» (Seconda Lettura). Nell’affidarsi e nell’abbandonarsi a Dio Padre nascono la serenità, la gioia e la pace del cuore. Ciò che i cristiani sanno dare al mondo non si misura con il metro dell’efficacia delle organizzazioni, ma in base a uno stile di vita nuovo che infonde speranza, elargisce gioia e estromette la tristezza. Diceva san Filippo Neri: «Tristezza e malinconia fuori di casa mia». La fede e la gioia che caratterizzano la vita di ogni credente devono far nascere il desiderio di aderire ogni giorno alla volontà del Signore ed esprimere la bellezza di essere cristiani. Perché i ragazzi e i giovani sentono la “pesantezza” di essere battezzati e cresimati? Perché davanti a loro non c’è sempre la serenità di vivere e testimoniare la fede. L’appartenenza a una Comunità cristiana, alcune volte, lascia trasparire la noia nel partecipare alla celebrazione domenicale e l’assenza dell’entusiasmo di incontrarsi con il Risorto e con i fratelli. L’Avvento, e con esso tutta la nostra vita, sia sempre un cammino di gioia.

L’intervento di Gesù nella storia genera attorno a sé un’atmosfera di entusiasmo e di gioia. Gesù è l’iniziatore definitivo di questa gioia che viene dall’alto e che è dono dei Padre: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1 Gv 4,10). Il “Magnificat” della Vergine Maria esprime meravigliosamente la tonalità fondamentale della gioia cristiana (Salmo responsoriale). Però occorre non ingannarsi: il rendimento di grazie non è l’atteggiamento passivo di uno che riconosca soltanto che tutto gli viene dall’alto; è la gioia di chi scopre di essere chiamato a contribuire all’edificazione del mondo, nella prospettiva stupendamente sintetizzata dal II Prefazio dell’Avvento: «Lo stesso Signore, che ci dona di prepararci con gioia al mistero del suo Natale, ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella sua lode». Il cristiano sente di vivere sulla terra un’esistenza uguale a quella di qualsiasi altro uomo, ma di avere in più una certezza di salvezza ed un senso della storia che gli permettono di riconoscere in tutti gli avvenimenti il Regno che viene. Questo gli procura una gioia profonda che egli testimonia non fuggendo la propria condizione ma considerandola come una tappa della venuta del Signore. Diventa così il segno reale della venuta del Signore.

Cosa significa tutto ciò per noi, per le nostre Comunità? Il cristiano, rinnovando il memoriale del sacrificio della croce, è convinto che il suo comportamento di mitezza e di bontà manifesta la venuta del Signore nel mondo; rinuncia, perciò, a dare testimonianza di Dio nella potenza e nel trionfalismo delle istituzioni. La Celebrazione Eucaristica, inoltre, non può dar luogo solo ad una gioia puramente umana di un incontro fra uomini già fratelli per affinità di razza, di ambiente sociale o di interessi comuni; occorre aprire le nostre Comunità eucaristiche alle ricchezze della diversità umana. La gioia allora sarà forse meno spontanea, ma più vera.

Se la sacrestia è ben fornita, oggi è una delle due occasioni dell’anno perché il celebrante indossi i paramenti rosacei e per adornare l’altare, il tabernacolo e le altre parti della chiesa con il colore delicato e festoso che rappresenta e comunica la gioia.

Naturalmente, se nelle due Domeniche precedenti sono stati accesi i primi due ceri della corona di Avvento, oggi bisogna accendere il terzo, nello stesso modo e nello stesso momento in cui sono stati accesi il primo ed il secondo.

Oggi, 17 Dicembre, ha inizio l’ottavario di preparazione al Natale del Signore. Giorno dopo giorno, la Liturgia eucaristica e delle Ore ci fa celebrare i “titoli messianici” del Salvatore, quelli con cui è stato annunciato dai profeti nei tempi antichi; inoltre, ci fa ascoltare le profezie e gli eventi che hanno preparato la sua venuta. Di per sé non c’è bisogno di inventare altro per una solida, oggettiva, stupenda preparazione al Natale (tipo novene, ecc.)! Anche nelle case i testi della Liturgia di ogni giorno siano letti e condivisi, così da esserne istruiti e guidati. Così, prepariamo il nostro cuore a celebrare con spirito di fede la Nascita del Salvatore, tentando di fuggire le tentazioni di mercato e di consumismo che caratterizzano questi giorni. Puntiamo la nostra attenzione sul “Festeggiato” e non sulla festa!!!

E’ opportuno indicare alcuni impegni concreti di solidarietà, proposti come Comunità, da compiere in vista del Natale (visita agli anziani/ammalati, consegna degli auguri alle famiglie, adozione di una famiglia bisognosa, sostegno ad un’opera missionaria…).

Si invitino i fedeli a pensare alla celebrazione della Riconciliazione in prossimità del Natale, offrendo loro, ovviamente, il luogo e l’orario in cui i ministri sono disponibili… senza aspettare gli ultimi giorni!!!

Secondo una assodata tradizione, i bambini delle città di Roma sono accompagnati ogni anno in questa Terza Domenica di Avvento in piazza San Pietro per partecipare alla preghiera dell’Angelus con il Papa, il quale benedice i Bambinelli che ognuno collocherà nel proprio presepe. Perché non pensare di coinvolgere in questa Domenica anche i bambini delle nostre Comunità, invitandoli a portare il Bambinello che collocheranno nel loro presepe, che sarà benedetto al termine della Celebrazione Eucaristica?

L’Esortazione apostolica del grande Papa il beato Paolo VI “Gaudete in Domino” rimane sempre il migliore strumento per comprendere appieno la “Gioia cristiana” e per attualizzare questa Terza Domenica del tempo di Avvento. Così come l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, “Evangelii gaudium”, che propone proprio come introduzione una bella meditazione sulla gioia cristiana.

A cura di Antonio Paolo Pinizzotto