Preghiera e contemplazione secondo i Ss. Padri del monachesimo – San Gregorio di Nissa

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Purificazione e silenzio per la contemplazione

Gregorio di Nissa, la Verginità:
C. XI. Come si può giungere a concepire la vera bellezza

A causa di questa nostra insufficienza dobbiamo in qualche modo guidare il nostro pensiero verso l’invisibile servendoci di ciò che è conosciuto alle sensazioni. Potremmo arrivare a concepirlo nel modo seguente. Coloro che considerano le cose in maniera superficiale e prescindendo dall’intelligenza, quando vedono presentarsi un uomo o un qualsiasi altro oggetto, si danno pensiero solo di ciò che vedono: la sola vista della mole del corpo basta a far credere loro di conoscere l’uomo in modo completo…. Lo stesso accade nella ricerca del bello: chi è meno intelligente, alla vista di una cosa che ha un’apparenza di bellezza è portato a pensare che sia bello ciò che attira le sensazioni tramite il piacere, e non si preoccupa d’altro; chi ha invece l’occhio dell’anima più puro ed è in grado di guardare le realtà più alte, lascia andare la materia che si trova sotto l’idea del bello e si serve di ciò che vede come di un punto di partenza per giungere alla contemplazione della bellezza intelligibile, partecipando della quale ogni altra cosa diventa ed è chiamata bella…

Esiste per l’anima umana un solo veicolo capace di farla viaggiare verso i cieli, il rendersi simili nell’aspetto alla colomba che scese giù, e le cui ali furono desiderate anche dal profeta David?… Chi è capace di abbandonare tutte le cose umane, siano esse i corpi, le ricchezze, le occupazioni che si riferiscono alla scienza o alle arti o tutto ciò che i costumi e le leggi ritengono buono (il giudizio sul bello erra infatti proprio quando si adotta come criterio la sensazione), prova amore e desiderio solo nei confronti di quell’oggetto che non ha ricevuto da altri la propria bellezza e che è bello non in rapporto ad un’altra cosa ma di per sé, grazie a sé ed in sé, in quanto è costantemente bello: esso non diventa bello in un certo momento per non esserlo più in un altro, ma rimane sempre nello stesso stato, al di sopra qualsiasi aggiunta ed accrescimento, senza essere oggetto ad alcun cambiamento…

C. XII Chi si è purificato è in grado di contemplare in se stesso la bellezza divina

…L’uomo deve preoccuparsi solo di togliere la sporcizia che il vizio ha accumulato in lui e di far risplendere la bellezza della sua anima, prima velata. Penso che nel Vangelo il Signore insegni proprio questo quando dice a coloro che sono in grado di ascoltare «la sapienza comunicata nel mistero»: «il regno di Dio è dentro di voi». La sua parola mostra, a mio parere, come il bene concesso da Dio non sia separato dalla nostra natura né sia situato lontano da coloro che intendono cercarlo, ma si trovi in ciascuno di noi: esso è ignorato e nascosto quando «viene soffocato dagli affanni e dai piaceri della vita»… Il Signore vuole farci pensare proprio a questo quando parla della ricerca della dracma perduta: pur essendo tutte presenti, di nessuna utilità possono essere le rimanenti virtù – chiamate dracme dal Vangelo – se quella sola dracma manca nell’anima rimasta vedova. Per questo il Signore, alludendo forse alla ragione «che illumina gli oggetti nascosti», ci ordina di «accendere innanzitutto la lampada» e di cercare quindi la dracma perduta «nella nostra casa», vale a dire in noi stessi. Con la dracma cercata Egli vuole alludere proprio all’immagine del re, che non è persa del tutto, ma è solo nascosta nello sterco. Per sterco bisogna intendere, a mio parere, la sporcizia prodotta dalla carne: una volta che questa è stata spazzata via ed eliminata da una retta condotta di vita, l’oggetto cercato riappare; allora, l’anima che l’ha ritrovato ha ragione di rallegrarsi e di rendere i vicini partecipi della sua gioia. In effetti, quando la grande immagine del re impressa fin dal principio sulla nostra dracma «da colui che ha formato i nostri cuori ad uno ad uno» vien scoperta ed ha modo di risplendere, allora tutte le facoltà presenti nell’anima – chiamate «vicini» – si voltano sotto l’effetto di quella gioia ed esultanza divina, e rimangono fisse nella contemplazione dell’ineffabile bellezza dell’oggetto trovato. «Rallegratevi con me – dice il Signore – perché ho ritrovato la dracma che avevo perso». Le facoltà dell’anima «vicine», vale a dire presenti in lei -quella razionale, quella concupiscibile, quella che regola il dolore e l’ira e tutte le altre di cui si può pensare dotata l’anima… sono piene di gioia per la scoperta della dracma divina…

Benedetto, Regola monastica, c. VI: Amore del silenzio

Facciamo come dice il profeta: “Ho detto: Custodirò le mie vie per non peccare con la lingua; ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone”.

Se con queste parole egli dimostra che per amore del silenzio bisogna rinunciare anche ai discorsi buoni, quanto più è necessario troncare quelli sconvenienti in vista della pena riserbata al peccato!

Dunque l’importanza del silenzio è tale che persino ai discepoli perfetti bisogna concedere raramente il permesso di parlare, sia pure di argomenti buoni, santi ed edificanti, perché sta scritto:

“Nelle molte parole non eviterai il peccato” e altrove: “Morte e vita sono in potere della lingua”. Se infatti parlare e insegnare é compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare.

Se bisogna chiedere qualcosa al superiore, lo si faccia con grande umiltà e rispettosa sottomissione.

Escludiamo poi sempre e dovunque la trivialità, le frivolezze e le buffonerie e non permettiamo assolutamente che il monaco apra la bocca per discorsi di questo genere.

Imitaz. di Cristo lib I, Consigli per la vita spirituale: c. XX Amore della solitudine e del silenzio

Per molte persone è meglio non essere del tutto esenti da tentazioni ed avere sovente da lottare contro di queste, affinché non siamo troppo sicure di sé, non abbiamo per caso a montare in superbia o addirittura a volgersi sfrenatamente a gioie terrene. Quale buona coscienza manterrebbe colui che non andasse mai cercando le gioie passeggere e non si lasciasse prendere dal mondo! Quale grande pace, quale serenità avrebbe colui che sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando soltanto intorno a ciò che attiene a Dio e alla salute dell’anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in Dio! Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non avrà sottoposto pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi sentire dal profondo del cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il tumulto del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre stanze (Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo troverai nella tua cella; la quale diventa via via sempre più cara, mentre reca noi soltanto a chi vi sta di mal animo. Se, fin dall’inizio della tua venuta in convento, starai nella tua cella, e la custodirai con buona disposizione d’animo, essa diventerà per te un’amica diletta e un conforto molto

Nel silenzio e nella quiete l’anima devota progredisce e apprende il significato nascosto delle Scritture; nel silenzio e nella quiete trova fiumi di lacrime per nettarsi e purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al suo creatore quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se, dunque, uno si sottrae a conoscenti e ad amici, gli si farà vicino Dio, con gli angeli santi. E’ cosa migliore starsene appartato a curare il proprio perfezionamento, che fare miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole, per colui che vive in convento, andar fuori di rado, evitare di apparire, persino schivare la gente. Perché mai vuoi vedere ciò che non puoi avere? “Il mondo passa, e passano i suoi desideri” (1Gv 2,17). I desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma, passato il momento, che cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda dissipazione? Un’uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno di tristezza; una veglia piena di letizia rende l’indomani pieno di amarezza; ogni godimento della carne penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa puoi vedere fuori del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il cielo e la terra e tutti glie elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che cosa altrove potrai vedere, che possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi di poterti saziare pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu vedessi tutte le cose di questo mondo, che cosa sarebbe questo, se non un sogno senza consistenza? Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati e per le tue mancanze. Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi invece a quello che ti ha comandato Iddio. Chiudi dietro di te la tua porta, chiama a te Gesù, il tuo diletto, e resta con lui nella cella; ché una sì grande pace altrove non la troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano, resterai più facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose nuove reca piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento dell’animo.