Il Padre Nostro spiegato da: Cipriano di Cartagine

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CIPRIANO DI CARTAGINE

Cipriano nacque probabilmente a Cartagine verso il 200/210, si convertì al cristianesimo intorno al 246 e fu battezzato. Nel 248/249 divenne Vescovo di Cartagine. Durante la persecuzione di Decio (250) egli si tenne nascosto per lungo tempo fuori Cartagine, pur continuando a mantenere rapporti con la sua comunità. Di fronte alla richiesta avanzata da coloro che durante la persecuzione avevano rinnegato la fede, di rientrare nella comunità, Cipriano fu decisamente intransigente negando il consenso a riconciliare subito costoro a richiesta dei confessori e determinando in tal modo un partito di malcontenti capeggiato dal diacono Felicissimo e appoggiato dai preti che a suo tempo si erano opposti all’elezione a Vescovo di Cipriano: tra questi un certo Novato, prete cartaginese, recatosi a Roma. appoggiò lo scisma di Novaziano. Tornato a Cartagine nel 251, Cipriano convocò un sinodo in cui fu stabilito un lungo periodo di penitenza proporzionato alla gravità della colpa per coloro che durante le persecuzioni avevano abiurato la fede cristiana (“lapsi”). Tuttavia costoro potevano essere riammessi all’Eucaristia anche prima della scadenza del termine se fosse scoppiata una nuova persecuzione. Grazie alla decisone di Cipriano, lo scisma rimase senza importanza. Durante la peste del 252/254, Cipriano si adoperò instancabilmente al fine di alleviare le pene della comunità cristiana, colpita da nuovi patimenti e da nuove persecuzioni. Durante gli ultimi anni della sua vita, Cipriano. come già Tertulliano, sostenne, in contrasto con Roma (papa Stefano), una lunga disputa sulla validità del battesimo somministrato per mano di eretici: egli, in ciò sostenuto da tre concili tenutisi a Cartagine sull’argomento, ne sostenne l’invalidità, rimanendo fermo sulle sue posizioni in polemica con papa Stefano. Anche Sant’Agostino, durante la disputa con i donatisti, prese le difese di Cipriano.

Cipriano morì martire, sotto la persecuzione di Valeriano, il 14 settembre 258. Cipriano, tutto teso a privilegiare la pratica e l’azione più che il pensiero, fu uno scrittore non eccezionalmente profondo per novità di pensiero: influenzato da Tertulliano, seppe tuttavia evitarne le posizioni estremiste a questi proprie. Prima dell’avvento di Sant’Agostino, fu senz’altro il più autorevole tra gli scrittori ecclesiastici latini. Da segnalare, a questo proposito, l’operetta “ad Donatum” in cui, poco dopo aver ricevuto il battesimo, descrive entusiasticamente l’azione rinnovatrice che il sacramento aveva prodotto in lui: è, in pratica, un preludio alle “Confessioni” di Sant’Agostino. Da ricordare anche la concezione di Cipriano del primato di Pietro per cui egli non riconosce a quest’ultimo una potestà sugli altri apostoli: il primato di Pietro è un grado preminente di onore, nel senso di `primus inter pares”. Cipriano, in definitiva, non attribuì alla Chiesa di Roma una funzione primaria di mantenimento dell’unità e quindi pretese che Roma non si immischiasse negli affari della sua diocesi. Ciò è dimostrato ampiamente nella questione del battesimo degli eretici. Per Cipriano l’unità della Chiesa doveva essere assicurata dall’amore fraterno prodotto dallo Spirito Santo e dall’accordo dei vescovi tra di loro. Il conflitto fu assai duro ed il papa Stefano lottò strenuamente perchi il primato di Roma fosse definitivamente affermato sulle altre chiese locali. Il commento al “Padre nostro” è contenuto nel “de orazione dominica”.

Preghiamo, fratelli, come Gesù ci ha insegnato. La preghiera sale a Dio gradita: gli è familiare, perché in essa il Padre riconosce la parole del proprio Figlio. Gesù, presso Dio, è l’avvocato dei nostri peccati e, quindi, quando un peccatore prega, usa le parole che gli ha consigliato il suo avvocato. È  proprio per il fatto;’che Gesù ci ha esortato a rivolgerci al Padre nel suo nome per essere esauditi nei nostri desideri che tanto più efficace sarà per noi la preghiera se la formuliamo con le stesse parole suggeriteci dal Figlio. Inoltre Gesù valorizza la portata sociale della preghiera: non ha voluto, infatti, che noi pregassimo individualmente solo per noi stessi ma che concepissimo le nostre richieste come pubbliche e comunitarie. Nòn diciamo, infatti, Padre “mio” che sei nei cieli, oppure “dammi” il “mio” pane quotidiano o, da ultimo, rimetti il “mio” peccato e “liberami” dal male; ma preghiamo per tutto il popolo in quanto, con la preghiera, siamo tutti una cosa sola. È questa l’unità che ci ha insegnato Gesù Cristo: ha voluto che ciascuno di noi preghi per tutti così come Lui ci ha riunito in sé nella preghiera. Questa dimensióne sociale della preghiera era ben presente ai tre giovani nella fornace che, pur non essendo stati iniziati da Gesù Cristo alla preghiera, tuttavia lodavano e benedivano Dio “a una sola voce” (Dn. 3, 51). Questo della Scrittura è un esempio da imitare. La preghiera dei tre giovani fu efficace e potente nei confronti di Dio: Egli, di fronte ad una supplica umile e semplice, è debolissimo e si sente obbligato. “Tutti questi” (gli apostoli) “erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (Atti 1, 14). È la “concordia” che, nella preghiera, esprime, allo stesso tempo, ardore ed unità. Dio riunisce nella sua casa coloro che, avendo uno stesso spirito, pregano insieme, gli uni con gli altri.

Padre nostro che sei nei cieli

Come sono grandi e numerose le ricchezze contenute nella preghiera di Gesù! In poche parole di inesauribile intensità spirituale è racchiusa una completa sintesi teologica tanto da costituire la preghiera ideale. È detto: “Pregate così: Padre nostro che sei nei cieli”. L’uomo nuovo, rinato per mezzo della grazia santificante che gli ha conferito la stessa natura di Dio, riconosce la paternità di Dio e lo invoca. “A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv. 1, 12). Costoro che hanno ricevuto gratuitamente la natura divina, credono in Dio, gli rendono grazie e riconoscono la loro figliolanza nei suoi confronti. Questa affermazione di paternità è, allo stesso tempo, rinuncia al padre carnale e riconoscimento dell’unicità del Padre celeste. Sta scritto, infatti: “a lui che dice del padre e della madre: io non li ho visti; che non riconosce i suoi fratelli ed ignora i suoi figli. Essi osservarono la tua parola e custodiscono la tua alleanza” (Deut. 33, 9). Lo stesso Gesù del resto ci esorta a non chiamare alcuno sulla terra con il nome di “Padre”, in quanto il nostro vero Padre è solo quello’ celeste. E proprio Gesù che esorta perentoriamente il discepolo a lasciare ai morti la sepoltura dei morti (Mt. 8, 22). Il discepolo parlava di un padre defunto mentre il Dio dei credenti è un Padre vivo. Non basta, per essere consapevoli della paternità di Dio, invocare comunitariamente il Padre celeste: quando diciamo “Padre Nostro” noi intendiamo Padre di tutti i credenti che sono stati santificati da Lui e sono rinati per mezzo della grazia spirituale da Lui donata. Costoro, infatti, hanno cominciato ad essere figli di Dio. Questo suona a biasimo e critica per i giudei. Infatti costoro non hanno tenuto in nessun conto la parola dei profeti che aveva annunziato loro l’avvento del Cristo, ma anzi li hanno messi a morte. E per questo non possono più chiamare Dio, “Padre”. Afferma l’Apostolo Giovanni (8, 44): “Voi che avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui”. Ma già il profeta Isaia aveva gridato l’indignazione di Dio (1, 2  4): “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue riconosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce ed il mio popolo non comprende. Guai, gente peccatrice, popolo carico di iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo di Israele”. Noi cristiani preghiamo il “Padre nostro” quasi biasimando i giudei: infatti, Dio ha cominciato ad essere “nostro” Padre da quando ha cessato di essere il “loro” che l’hanno abbandonato. Il popolo traditore non può più essere figlio, come lo schiavo: questi non dimora sempre nella casa del Padre, al contrario del Figlio che vi dimora sempre. Coloro a cui furono rimessi i peccati meritano il titolo di figli e ricevono la promessa di Dio, secondo quanto ha detto Gesù: “in verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv. 8, 34). Grande è la misericordia di Dio e grandi sono il suo favore e la sua bontà: Egli ci permette di stare alla Sua presenza pregandolo con tale confidenza da poterlo chiamare “Padre”: e come Gesù Cristo i Figlio di Dio, anche noi lo siamo. È stato lo stesso Gesù ad incoraggiarci a chiamare Dio, “Padre”; altrimenti nessuno di noi avrebbe mai osato pronunciare questa parola e rivolgersi a Dio in questo modo. Ma se Dio è nostro Padre, non dobbiamo dimenticare di essere suoi figli e quindi di dover comportarci come tali. Se noi ci compiaciamo di Dio, come del nostro Padre, anche Lui si compiacerà di noi, come Suoi figli. La nostra condotta non deve tradire la nuova natura che Dio ci ha donato: se abbiamo lo Spirito di Dio dobbiamo compiere opere di Dio. San Paolo afferma a questo proposito (1V’ Cor. 6, 18  19): “0 non sapete… che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo”.

Sia santificato il Tuo nome

È chiaro che questa petizione non significa che il nome di Dio debba essere santificato con le nostre preghiere quanto che il nome di Dio venga santificato in noi. Come si potrebbe, infatti, santificare Dio se è proprio Dio che santifica? In conformità alla Sua Parola: “Sarete santi, perché io, il Signore, sono santo…” (Lev. 20. 26), noi, che abbiamo ricevuto la santità con il battesimo, preghiamo Dio per poter continuare ad essere santi. Questa richiesta la rinnoviamo quotidianamente. È necessario, infatti, per noi santificarci ogni giorno in quanto ogni giorno cadiamo in peccato e dobbiamo quindi purificarci con.una santificazione ininterrotta. Questa santificazione non ci proviene dalla nostre forze ma da Dio: infatti, l’Apostolo Paolo (1″ Cor. 6, 9 11) afferma: “non illudetevi, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!”. Proprio per il fatto che abbiamo ricevuto la santificazione in nome del Signore nostro Gesù Cristo, che noi preghiamo ogni giorno affinché questa santità dimori in noi. Come Gesù raccomanda all’uomo che aveva guarito di non peccare più (Gv. 5, 14), così anche noi rinnoviamo in continuo la nostra richiesta a Dio e Lo preghiamo di poter conservare, con il Suo aiuto, la santità che abbiamo da Lui ricevuto gratuitamente.

Venga il Tuo regno

Nello stesso modo in cui abbiamo chiesto che il Suo nome venga santificato in noi, così supplichiamolo che Egli realizzi il Suo regno in noi. Può, infatti, Dio non regnare? E può forse iniziare quello che è sempre esistito e mai finirà? La nostra petizione, quindi, tende a garantirci l’avvento del regno conquistato per noi dal sangue di Gesù Cristo: in questo regno noi regneremo sotto la sovranità di Gesù Cristo. Tutto ciò secondo la promessa formulata da Gesù: “venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt. 25, 34), Ma il “regno di Dio”, fratelli, si identifica con Gesù Cristo in persona e ciò perché Lui è la nostra resurrezione — in Lui, infatti, risuscitiamo — e quindi può senz’altro essere il “regno di Dio”, giacché in Lui un giorno regneranno.: A ragion veduta, quindi, noi chiediamo il regno di Dio; cioè il regno dei cieli, che comprende anche quello della terra, sebbene colui che ha disprezzato il mondo con i suoi onori ed i suoi regni ed è entrato completamente senza riserve nella volontà di Dio rimettendo tutto a Lui, non aspiri ai regni della terra ma a quelli del cielo. Noi abbiamo bisogno di pregare incessantemente pena la perdita del regno dei cieli così come è accaduto ai giudei, i quali, pur avendo ricevuto per primi la promessa, la persero, così come ricorda io stesso Signore Gesù Cristo: “Ora io vi, dico che molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt. 8, 11). È chiaro che nei “figli del regno” individua i giudei che persero tale loro prerogativa non appena cessarono di essere figli di Dio. Quando cessò la paternità di Dio per loro, cessò per loro anche il regno. È per questo che noi cristiani, che riconosciamo nella preghiera la paternità di Dio, dobbiamo supplicarlo perché il Suo regno si realizzi in noi.

Sia fatta la Tua volontà sulla terra come in cielo

Con questa terza petizione, noi non auguriamo a Dio di fare ciò che vuole ma lo preghiamo perchi ci aiuti a fare la Sua volontà. Chi infatti può impedire a Dio di fare ciò che vuole? Noi, invece, ingannati dal demonio, possiamo continuamente opporci alla volontà di Dio: è per questo che, consapevoli. dell’insufficienza delle nostre risorse e, quindi, dell’inutilità dei nostri sforzi, chiediamo il Suo aiuto per fare la Sua volontà. Lo stesso Gesù rivela la debolezza della natura umana, quando, nell’orto degli ulivi, dice: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” (Mt. 26, 39), ma, per dimostrare ai discepoli la sua totale dipendenza dalla volontà del Padre, aggiunge: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua volontà” (Lc. 22, 42). E ancora…:” perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato” (Gv. 6, 38). Se il Figlio ha fatto la volontà del Padre fino all’estremo sacrificio della croce, come, a maggior ragione, dovrà farla il servo, secondo l’esortazione dell’Apostolo Giovanni: “Non amate né il mondo né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non ci viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà del Padre mio rimane in eterno” (1^ Gv. 2, 15 17). Chi vuole vivere eternamente, deve fare la volontà di Dio che è eterno. Gesù Cristo ha fatto e ci ha insegnato a fare la volontà di Dio. Egli è stato umile nella sua condotta, saldo nella fede, contenuto nel parlare, giusto nelle sue azioni, misericordioso nell’agire, disciplinato nei costumi, non ha arrecato pregiudizio ma ha sopportato l’ingiustizia, ha conservato la pace con il prossimo ed ha amato Dio con tutto il cuore; ha amato Dio in quanto Padre e lo ha temuto in quanto Dio. Allo stesso modo noi preferiamo Cristo sopra ogni altra cosa; come Egli ci ha preferiti in tutto, così noi crediamo totalmente al Suo amore ed abbracciamo la Croce con coraggio e nella fiducia che Egli non ci abbandonerà. E ancora: testimoniamo con coraggio al mondo il Suo amore, entriamo con fiducia nelle difficoltà della vita ed accettiamo la Croce certi della Sua resurrezione. Tutto ciò significa essere coeredi di Cristo, cioè compiere il comandamento di Dio ed eseguire la Sua volontà. Noi chiediamo che la volontà di Dio sia fatta in terra così come è fatta nel cielo, perché sia il cielo che la terra stanno a significare la completa realizzazione della nostra salvezza. Infatti noi stessi siamo cielo e terra: il corpo appartiene a questa, lo spirito a quello. Perciò preghiamo che nel nostro corpo e nella nostra anima si compia la volontà di Dio. Noi viviamo quotidianamente il conflitto che c’è tra il corpo e l’anima: l’anima tende al cielo e cerca Dio, il corpo cerca quello che è della terra o del mondo. In presenza di queste lotte noi preghiamo Dio che metta d’accordo il corpo e lo spirito e che quindi, finalmente, la Sua volontà si compia sia nel corpo che nello Spirito. A questo proposito San Paolo afferma: “La carne, infatti, ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizia, discordie, gelosia, dissensi, derisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito è invece amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal. 5, 17  23). È chiaro quindi perché noi tutti i giorni invochiamo che la volontà di Dio sia fatta in terra come lo è in cielo: così avvenendo, le cose della terra cederanno il posto a quelle del cielo e quindi lo Spirito e tutte le cose di Dio avranno il sopravvento. Fratelli cari, queste parole del Padre Nostro nascondono ancora un altro significato. Il Signore ci esorta a pregare per i nostri nemici, cioè per coloro che sono della terra e non volgono il loro sguardo al cielo: ebbene preghiamo affinché anche costoro possano compiere la volontà di Dio alla quale Gesù si è sottomesso per la salvezza di tutta l’umanità. Cristo chiama i suoi discepoli non più “terra” ma “sale della terra”: San Paolo dice che, mentre il primo uomo è stato plasmato con il fango della terra, il secondo, l’uomo Cristo Gesù, discende dal cielo ed è fatto di cielo. Come il Padre manda il sole sia sopra i buoni che sopra i cattivi e regala la pioggia tanto ai giusti che agli ingiusti, così anche Cristo ci invita a pregare per tutti gli uomini. In noi, uomini celesti grazie alla fede, si compie la volontà di Dio; preghiamo che anche sulla terra, cioè presso i non credenti, avvenga altrettanto. Sta a noi chiedere che, compiendosi la volontà di Dio, coloro che per la prima nascita sono terreni, con la seconda nascita, dall’acqua e dallo spirito, divengano celesti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Queste parole devono essere intese sia in senso spirituale che materiale: infatti ambedue le interpretazioni contribuiscono alla nostra salvezza. Il nostro vero pane di vita è Cristo; e questo pane non appartiene a tutti ma è nostro, vale a dire di coloro che chiamano Dio, “Padre”. Come Dio è Padre di coloro che hanno fede, così noi, chiedendo il pane, chiediamo Cristo che è pane di coloro che costituiscono il Suo corpo, cioè la Chiesa. È per ottenere questo pane che noi preghiamo incessantemente affinché non accada che, mentre apparteniamo a Cristo e riceviamo quotidianamente l’eucaristia a nutrimento della nostra salvezza, per una qualche colpa dovessimo rinunciare alla comunione con il Suo corpo ed il Suo sangue. Se noi ci astenessimo dalla comunione, ci priveremmo del pane del cielo: infatti Lui stesso ci ammonisce: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno ed il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv. 6, 51). Egli dice questo per affermare che vivono solo coloro che, tendendo le mani in croce per ricevere il Suo corpo (1), prendono l’Eucaristia nella comunione; di qui la necessità di pregare affinché coloro che si allontanano dalla comunione con il corpo ed il sangue del Signore, non abbandonino definitivamente la via della salvezza. Il Signore ci mette in guardia: “In verità, in verità, vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il Suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv. 6, 53). Deve essere, quindi, nostro pensiero costante chiedere di poter ricevere quotidianamente il Cristo, al fine di vivere in Lui senza mai allontanarci dalla Sua grazia e dalla Sua Chiesa. Ma possiamo dare a questa petizione anche un’altra interpretazione: pur di avere la fede, noi abbiamo rinunciato alle ricchezze ed alle seduzioni del mondo e perciò ci accontentiamo di domandare al Signore il semplice nutrimento giornaliero, secondo quanto Lui stesso ci ha consigliato: “così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc. 14, 13). Chi dunque segue l’ammonimento del Signore e diventa suo discepolo, ha diritto a chiedere il cibo quotidiano, con l’avvertenza però di non preoccuparsi di quello che mangerà domani. È lo stesso Gesù, infatti, a dirci: “non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini” (Mt. 6, 34). È proprio quindi per il fatto che non ci si deve preoccupare per il domani che si chiede a Dio giorno per giorno il cibo necessario. Non è conforme al Vangelo, invece, supplicare l’avvento del regno di Dio e desiderare ardentemente una lunga vita tra le ricchezze del mondo. Ascoltiamo a questo ‘proposito l’ammonimento che San Paolo (1^ Tim. 6, 7  10) ci dà per fortificare la nostra fede e vivificare la nostra speranza: “infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario, quelli che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro, infatti, è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori”.

 Il Cristo ci insegna che le ricchezze sono molto pericolose in quanto, con il loro aspetto seducente, ingannano l’uomo e lo inducono in errore. A quell’uomo che si compiaceva delle sue ricchezze e si vantava dei suoi raccolti, Dio controbatte: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Lc. 12, 20). Questo uomo stolto che si insuperbisce dei suoi abbondanti raccolti e programma la sua vita futura, non aveva compreso la precarietà della sua situazione ed il fatto che di lì a poco doveva morire. Il Signore, di contro, afferma che perfetto è colui che vende tutti i suoi beni, li dà ai poveri e si costruisce un tesoro in cielo. E aggiunge che se vogliamo seguire le sue orme dobbiamo liberarci da tutti gli affanni e le preoccupazioni del mondo, rinunciando ai nostri beni, offrendoli a Dio a simbolo dell’offerta di tutti noi stessi. È per poter fare questo che egli ci insegna la preghiera.

Il pane quotidiano non può mancare sulla tavola del giusto, perché sta scritto: “Il Signore non lascia patire la fame al giusto…” (Pro. 10, 3). E ancora: “Sono stato fanciullo ed ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato né i suoi figli mendicare il pane” (Sal. 37, 25). E ancora: “Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt. 6, 31  33). A quelli che cercano il regno di Dio, Gesù promette che verrà loro dato il sovrappiù: tutto, infatti, appartiene a Dio e a colui che possiede Dio, nella misura in cui si dà a Dio, nulla manca. Allo stesso modo Daniele, ricolmo dello Spirito Santo, ricevette il cibo da Dio e lo mangiò tra leoni feroci ed affamati. Allo stesso modo Elia che, durante il viaggio e la persecuzione, fu sostenuto da Dio che inviò gli uccelli del cielo a servirlo ed a portargli il cibo necessario. Questo ci ammonisce sulla durezza della malizia umana: le belve diventano mansuete, gli uccelli recano il nutrimento, ma gli uomini preparano trappole ed esercitano la loro crudeltà!

(1) Allusione al modo con cui si distribuiva allora la comunione: l’officiante deponeva il pane consacrato sul palmo della mano destra incrociata sulla sinistra, Poi, il fedele si comunicava da sé.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Dopo aver pregato per la nostra sussistenza, domandiamo il perdono dei peccati. Colui che Dio nutre, vive in Dio e non si preoccupa solo della vita temporale ma soprattutto di quella eterna a cui può tendere solo se Dio perdona i suoi peccati.111 Signore li chiama “debiti” secondo quanto è detto nel Vangelo: “…io ti ho condonato tutti i debiti perché mi hai pregato” (Mt. 18, 32). Il Signore, invitandoci a pregare per i nostri peccati, ci rammenta la nostra natura di peccatori e, affinché nessuno si alieni credendosi giusto e si compiaccia come se fosse perfetto, Egli ci ricorda i nostri peccati proprio nel momento in cui ci obbliga a pregare quotidianamente. L’Apostolo Giovanni (1″ Gv. 1,8  9) ci ammonisce: “se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa”. Giovanni ci mostra due cose: la prima, che dobbiamo pregare per i nostri peccati e quindi chiedere il perdono; la seconda, che il Signore è pronto a perdonare i peccati, secondo la promessa. Infatti, Gesù che ci insegna a pregare per i nostri peccati, ci promette, allo stesso tempo, il perdono e la misericordia. Ma il perdono del Signore è subordinato a quello ché noi concediamo a coloro che ci sono debitori. Noi, quindi, non possiamo chiedere il perdono di Dio se poi, a nostra volta, non perdoniamo il nostro prossimo. Dice, infatti: “perché con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati e con la misura con la quale misurate, sarete misurati ” (Mt. 7, 2). Il servo che, perdonato dal padrone, non volle perdonare a sua volta il compagno, venne gettato in prigione; ciò significa che colui che, perdonato, non perdona, perde irrimediabilmente la remissione dei debiti ottenuta dal Signore. Egli è rigorosissimo su questo punto: “Quando vi Mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi il vostro peccato” (Mc. 11, 25 20). Ognuno nel giorno del giudizio sarà giudicato secondo la sua condotta: subirà quello che avrà fatto subire. Dio ci esorta a conservare la pace e la concordia nella Sua casa ed a vivere in coerenza con la natura divina che ci ha donato. Chi ha ricevuto lo Spirito di Dio è portatore di unità e non fautore di divisione; colui che vive in disunione con i propri fratelli viene allontanato dall’altare finché non si sarà riconciliato.

L’offerta più gradita a Dio è l’unità di tutto il suo popolo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Anche nel sacrificio di Abele e Caino, Dio non considerava le offerte, ma i cuori: i doni erano bene accetti se lo spirito del donatore era buono. Il sacrificio di Abele era offerto con anima pura e insegna a coloro che donano la necessità di presentarsi al Signore con il timore di Dio, con un cuore semplice, con il senso della giustizia, con la concordia e con la pace. Con questo spirito Abele diventò lui stesso sacrificio e, offrendo sé stesso, meritò di diventare la prima testimonianza del martirio. Con il suo sangue, egli ha anticipato la passione di Gesù Cristo, avendo egli stesso il medesimo spirito di giustizia e di pace del Signore. In tal modo Abele siederà accanto a Cristo giudice nel giorno del Giudizio. Chi non ha questo spirito, invece, e non vive in comunione con i propri fratelli è condannato e, anche se si facesse uccidere in nome di Cristo, non sarebbe meno colpevole per il fatto di aver seminato discordia tra il suo prossimo e di non aver amato i suoi fratelli. Sta scritto, infatti, che chi odia il fratello è un omicida ed un omicida non entra nel regno dei cieli. Chi imita Giuda non può stare con Cristo. Questo è un peccato terribile che nemmeno il martirio può cancellare!

Non indurci in tentazione

Noi desideriamo che Dio non permetta che siamo indotti in tentazione ed Egli ci garantisce che il demonio nulla può contro di noi senza il Suo permesso. In questa petizione tutto il nostro ardore si rivolge a Dio in quanto il potere del demonio dipende dal potere di Dio. Ciò è dimostrato dalla Scrittura dove è detto: “Nabucodonosor, re di Babilonia, giunse presso la città (Gerusalemme) mentre i suoi ufficiali la assediavano” (2 Re 24, 11). Sempre secondo la Scrittura, il demonio ha tanto più potere su di noi quanto più grandi sono i nostri peccati: “Chi abbandonò Giacobbe al saccheggio, Israele ai predoni? Non è stato forse il Signore contro cui peccarono, per le cui vie non vollero camminare, la cui legge non osservarono? Egli perciò ha riversato su di esso la sua ira ardente e la violenza della guerra. L’ira divina lo ha avvolto nelle sue fiamme senza che egli se ne accorgesse, lo ha bruciato, senza che vi facesse attenzione” (Is. .42, 24 25). Ed a proposito di Salomone che peccava, sta scritto che Dio suscitò satana contro di lui. Nel caso di Salomone, Dio accorda il potere al demonio per castigare il re per il suo peccato; nel caso di Giobbe, invece, il potere al demonio è concesso da Dio per glorificare il giusto che viene sottomesso alla prova. Infatti il Signore dice a Satana: “Ecco quanto possiede è in tuo potere ma non stendere la tua mano su di lui” (Gb. 1, 12). Anche durante la Sua Passione, Gesù ricorda a Pilato che il potere da lui esercitato ha origini divine e che non esisterebbe se Dio non lo avesse consentito. Quindi, in conclusione, quando preghiamo per non cadere in tentazione, ricordiamoci della nostra debolezza e non attribuiamo alle nostre forze la fedeltà o la fede che dimostriamo. Non dimentichiamo, infatti, l’insegnamento di Gesù nel Getsemani: ” Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mc. 14, 38). È questa professione di umiltà che Gesù ci raccomanda per poter ottenere dal Padre quanto domandiamo.

Ma liberaci dal male

Questa petizione conclusiva riassume brevemente quelle che precedono: infatti, chiede la liberazione da tutto ciò che il demonio può macchinare contro di noi. Tuttavia siamo coscienti del fatto che, di fronte ad un’implorazione così pressante, il Signore accorda il Suo aiuto potente.

Con la richiesta di liberarci dal male non abbiamo più nulla da domandare. Abbiamo Dio per protettore: che cosa possiamo temere? La preghiera del Signore è bellissima: essa racchiude tutte le nostre possibili richieste. A proposito della maestà di Dio, Isaia, pieno di Spirito Santo, aveva annunciato: “In quel giorno il resto di Israele ed i superstiti della casa di Giacobbe non si appoggeranno più su chi li ha percossi ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo di Israele, con lealtà” (Is. 10, 20). Il Signore Gesù che è venuto per tutti gli uomini ha riassunto all’essenziale i concetti fondamentali della nostra salvezza: in tal modo anche gli ignoranti possono comprenderli e ricordarli.

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