Mons. Nunzio Galantino – La leggerezza dell’amore disinteressato

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Sono ancora bianche e quindi tutte da scrivere tante delle pagine del libro della vita aperto davanti a noi.

Davanti a singoli, Istituzioni e davanti a un Paese come il nostro, sempre alla ricerca di equilibri meno precari, di progettualità credibili e di motivazioni forti per nutrire la speranza di uomini e donne che hanno troppi motivi per cedere alla tentazione di fermarsi.

Personalmente guardo quelle pagine da scrivere con la voglia di non lasciar passare invano le opportunità che mi si aprono dinanzi. Con il desiderio di non lasciarmi fermare dalla realtà, spesso dura, ma di volerla abitare perché mi sento a pieno titolo parte di essa. E con la certezza che la strada da percorrere non è fatta solo di fango che rende faticoso l’incedere. Una strada lungo la quale è possibile scorgere semi pronti a fiorire e piante pronte a dare ristoro nei momenti di fatica. Quante iniziative attendono ancora quelle pagine bianche.

Quante parole possono farle vibrare di sentimenti nobili, ma purtroppo anche di vergognose ingiurie. Quanti tentativi possono testimoniare il desiderio di non arrendersi e di volersi sottrarre alla morsa della paura sempre incombente.

Ma, le iniziative non velleitarie camminano sulle gambe di persone consapevoli, le parole sensate escono da cuori pacificati e sono espressione di volontà mai dome.

Non si cambia infatti il mondo distruggendolo, ma abbracciandolo; non lo si salva solo con degli ideali e dei programmi né solo con il senso del dovere. Il mondo lo salva la passione di chi è capace di vivere profondamente la realtà senza mistificarla. La realtà nella quale si è inseriti non quella cui si aspira solo per non spendersi con dedizione. E nemmeno la realtà favolistica che affascina soltanto gli sconfitti della vita o i cacciatori di consensi a tutti i costi.

Quelli che fanno fatica a star dietro al vero e al nuovo che si fa strada. Il mondo lo salva la passione di chi è capace di sentirsi parte della propria realtà, anche quella che piace meno, anche quella che consideriamo deviazione e che condanniamo senza riserve, come l’uccisione e il vilipendio del corpo di una ragazza o la voglia di farsi giustizia da sé, semmai col “nobile” intento di vendicare qualcuno. Penso ci sia bisogno di altro. C’è bisogno di assunzione di responsabilità.

Non certo di parole che trasudano violenza e che tendono a giustificare il male.

Non invidio, ma nemmeno riesco ad apprezzare la sicurezza di chi, armato di schemi immodificabili ha la condanna facile e si rifiuta di capire. Peggio quando questi schemi esibiscono etichette religiose con tanto di esclusiva. Penso piuttosto che, soprattutto se cristiani, come il Signore Risorto dovremmo sentire il sussulto di chi aspira alla vita, guardare al cuore di chi cerca un porto che accolga e plachi la sua solitudine, la sua disperazione e, qualche volta, anche la sua cattiveria. Dovremmo entrare anche noi nel Cenacolo con mani e cuore aperti. Segnati da ferite, frutto soltanto di una passione e di un amore senza limiti. E, come Lui, aprirci a una vita che non conosce chiusure, né limiti né tramonti né confini. Far parlare la vita. E la vita, in un mondo appesantito da interessi e chiusure insopportabili, ci chiede di essere ragionevolmente semplici e leggeri, di vivere un amore e una passione disinteressati. Potessimo tornare semplici e concreti come tanti uomini e donne che non nascondono la fatica, neanche quella dei propri sentimenti. Quando raggiungeremo la libertà di vivere e camminare senza interessi nascosti; quando vivremo per la strada, nelle case, sotto il cielo pieni di fiducia; quando useremo parole semplici che vengono dal cuore e il cuore raggiungono, allora, solo allora, potremo sentirci leggeri. Sentiremo la leggerezza del viandante ristorato, pronto a proseguire il viaggio… con gli altri, senza sentirli come concorrenti o avversari.
Maria Zambrano ci consiglia, nel nostro viaggio, lungo questa strada in salita e stretta, di «sollevare il cuore, di tenerlo in alto perché non sprofondi, perché non ci sfugga». Per tenerlo sollevato bisogna prenderlo tra le mani, il cuore, e non aver paura di guardare cosa c’è dentro e camminare ancora e ancora. Per poter, alla prossima tappa, di nuovo abbracciare ed essere abbracciati. Conosco uomini e donne che cercano, giorno per giorno, di riempire così le pagine bianche del libro della loro vita. Chissà quanto vantaggio ricaveremmo tutti se a questi uomini e a queste donne dessimo più credito offrendo loro la possibilità di parlarci e di raccontarci la loro storia. Quella che ispira i loro giorni e i loro progetti. Dobbiamo invece registrare che, con sempre maggiore frequenza, lo spazio della comunicazione è offerto ad altri. Spesso, cattivi maestri esperti nel camuffare interessi e progetti di piccolo cabotaggio. Lo so, quando il clima si fa pesante intorno a noi, sarebbe più facile pronunziare parole violente. Troverebbero più ascolto. Ma davvero è questo che fa crescere in consapevolezza e in partecipazione un popolo?

Fonte
Il Sole 24 Ore – Testimonianze dai confini – 17 febbraio 2018