L’insopprimibile potenza del Sacro e l’insperabile impotenza del Crocifisso

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Chi continua a ritenere che il cristianesimo sia fede e non religione avrà forse trovato motivo di ricredersi davanti alle immagini della celebrazione presieduta ieri sera da papa Francesco in piazza San Pietro. Sono immagini che hanno rimarcato appunto la costitutiva dimensione religiosa, che è implicata nella fede cristiana.

Certo: senza la fede, la religione si troverebbe priva dello spirito che la vivifica; tuttavia, nello stesso tempo, senza la religione, la fede si scoprirebbe spogliata del corpo che la rappresenta.
La fede cristiana non si risolve nella pura interiorità della coscienza, e proprio per questo – come la veglia di ieri ha mostrato chiaramente – ha bisogno di esprimersi in simboli religiosi che la rendano percepibile e visibile: il silenzio che provoca, la parola che invoca, il rito che evoca.

Sono simboli che richiamano l’insopprimibile potenza del Sacro, cui la religione da sempre permette di dare figura e ordine. Se ci eravamo illusi di essere ormai entrati senza ritorno in una società post-sacrale, probabilmente ci sorprenderemo disincantati dall’irruzione del Sacro provocata dal dramma della pandemia, che torna a chiederci di saperci misurare con le forze irresistibili della rovina e del riscatto.

Se la fede ci mette in comunione vitale con Dio, è nondimeno la religione che ci abilita a gestire la potenza ambivalente del Sacro, con la sua inarrestabile oscillazione tra il fascinoso e il tremendo. Per questo non è consentito liquidare il dispositivo religioso, neppure all’interno del cristianesimo.

Rimane vero, però, che secondo il Vangelo è pur sempre la fede che salva, non la religione. Durante la celebrazione in piazza San Pietro, ce lo ha ricordato l’icona evocativa del Crocifisso di San Marcello. Gesù impotente inchiodato alla croce richiama come sia da intendere la salvezza nella prospettiva della fede cristiana. Gesù non promette una grazia a buon mercato, non esonera dai problemi, non li risolve per noi, al posto nostro.

Gesù non evita a nessuno l’ingiustizia del male e della morte, che appartiene al lato oscuro della realtà in cui di fatto ci troviamo ad abitare; non la eviterà neppure lui, nell’ora della Croce. Piuttosto, Gesù ci insegna ad attraversare l’ingiustizia del male tenendo fissi gli occhi sulla giustizia del Padre, che è più grande di ogni ingiustizia, anche di quella rappresentata dal male e dalla morte.

L’impotenza del Crocifisso domina la potenza del Sacro e indica l’unica via della salvezza possibile: continuare ostinatamente a sperare contro ogni speranza. «Nella speranza siamo stati salvati» (Romani 8, 24).

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