L’Eucaristia raccontata ai bambini

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È domenica. Il pranzo da nonna, la domenica, è un’esperienza straordinaria, che non si riesce araccontare in due parole. La tavola è tutta apparecchiata per la festa; la tovaglia bianchissima, i calici per il vino,le candele accese tra i fiori, lì in mezzo alla tavola. Mi piace tanto quel portapane di stoffa, tutto ricamato. Mi sono sempre chiesto perché Nonna tenga tanto al pranzo della domenica. Anche se non ci siamo noi, lei mangia da gran signora. Il menù è una cosa da lasciare senza fiato. Ci sono tre antipasti, un primo, il secondo con contorno e la frutta. Non manca mai neanche il dolce. La pasta che si mangia di domenica è quella che nonna Rina fa con le sue mani; impasta, tira, taglia e cuoce.

− Semplicemente grandioso, nonna! − mi viene spontaneo farle i complimenti appena entro in casa, anche solo sentendo il profumo del sugo. Quando ci sediamo tutti a tavola, sappiamo che stiamo per mangiare un pranzo speciale, che ha un valore un po’ diverso dagli altri. Mi sembra di vedere nonna che all’alba si è messa ai fornelli; sento dentro il cuore tanta gratitudine. Ci sediamo. Tutto è pronto. È il momento.

− Viva il pranzo della domenica − penso tra me e me, certo che potrei cominciare una dieta anche domani, tanto avrò energie da smaltire dopo la mangiata. Nonna prima di mangiare con gli occhi ci dice di alzarci. Lo fa sempre. Poi facciamo insieme il segno della croce. È un segno della croce fatto bene, pensando a che cosa significano i gesti.

− Possiamo mangiare adesso. Questa tavola non è più solo una tavola, e questo cibo non è solo cibo da masticare. C’è qualcosa di più: abbiamo fatto spazio a Dio in mezzo a noi. È quello che sta pensando nonna Rina, lo so; lei non lo dice davvero,ma io lo so… i suoi occhi parlano!

L’appuntamento

(Storiella per bambini)

C’era una volta un santo buono buono, che si chiamava Dimitri. Un giorno, mentre pregava, Gesù gli disse: «Mio caro Dimitri, oggi voglio incontrarmi con te. Troviamoci al piccolo santuario della Santissima Trinità, sulla via per Kiev, a mezzogiorno».

Figuratevi la gioia del buon Dimitri! Non si prese neanche il mantello e partì di corsa. Camminava in fretta, con il cuore che batteva forte, perché aveva un appuntamento con Dio. La strada che portava al santuario era sconnessa e tormentata e non gli era mai sembrata così lunga. Improvvisamente, dove c’era un po’ di discesa, si imbatté in un povero carrettiere che si affannava inutilmente a riportare sulla strada il suo carro che si era semirovesciato nel torrentello che fiancheggiava la strada. Da solo, il pover’uomo non ci sarebbe certamente riuscito.

Dimitri non sapeva proprio che cosa fare: «Devo fermarmi ad aiutare questo pover’uomo in difficoltà o far finta di niente e proseguire velocemente per arrivare al mio unico e imperdibile appuntamento? Dopotutto carrettieri in difficoltà ne incontrerò ancora. Ma mancare all’appuntamento con Dio sarebbe gravissimo. Non mi capiterà mai più nella vita!».

Era veramente dibattuto fra una cosa e l’altra. Fu il suo cuore a decidere.Dimitri si fermò e si affiancò al carrettiere, appoggiò anche lui le spalle al carro, che era finito di traverso nel fosso, e unì i suoi sforzi a quelli dell’uomo che lo ringraziò con gli occhi. Sbuffando e sudando, i due riuscirono a riportare sulla strada le ruote del carro.

Dimitri non sentì neppure i ringraziamenti del carrettiere. Appena il carro fu sulla strada ripartì di corsa verso il suo appuntamento, verso il suo incontro con Dio.
Ma quando, stanco e ansimante, arrivò nel posto convenuto per l’incontro, Dio non c’era.
Forse stanco di aspettare se n’era andato.

Con il cuore spezzato per la delusione, Dimitri si accasciò piangendo sul ciglio della strada. Dopo un po’ passò di là il carrettiere che, vedendolo così abbattuto, si fermò, si sedette sull’erba accanto a lui, lo guardò con occhi pieni di dolce comprensione, trasse dalla bisaccia una pagnotta, la divise in due e gliene porse metà, mormorando: «Dimitri…».

Con l’animo in subbuglio, davanti a quel pane spezzato, Dimitri capì.

Abbracciò quell’uomo piangendo di felicità: «Gesù mio, eri tu! Eri tu il carrettiere! Mi eri venuto incontro…».

Se la tavola sapesse parlare

  • Gesù amava molto i suoi amici e voleva rimanere con loro. Non solo nel ricordo. Voleva che lo sentissero veramente presente, in mezzo a loro. Per questo inventò l’Eucaristia.
  • Nell’Ultima Cena Gesù spiegò che ogni volta che si fossero riuniti per la cena come stavano facendo in quel momento, spezzando il pane e bevendo il vino in suo ricordo, Lui sarebbe stato presente in mezzo a loro in carne e sangue.
  • In questo modo il suo dono, il dono della sua vita e della sua persona, si sarebbe rinnovato ogni volta. Anzi, mangiando quel pane Lui diventa noi e noi diventiamo Lui.
  • Un po’ del pane consacrato viene sempre custodito in quell’armadietto che c’è in tutte le chiese cattoliche e si chiama tabernacolo, perché Gesù vuol essere sempre con noi: perciò accanto c’è sempre una luce rossa accesa.

Pane e vino per noi

Si fa una sosta, ci si ferma; si sta davanti al tabernacolo in silenzio, con l’atteggiamento di chi contempla un mistero; è lo stesso mistero che ogni domenica si rinnova sull’altare. Gesù si fa pane e vino per noi. I ragazzi sono consapevoli che il pane eucaristico è Pane di Vita. Davanti al tabernacolo, insieme al gruppo e alla famiglia, si prega in adorazione.

Grazie, Gesù, perché hai scelto
il pane per farci nutrire di te!
Grazie, Gesù, perché nel pane
ti sei fatto cibo della nostra anima.
Tu, Gesù, sei pane, cibo semplice,
e ci vuoi creature semplici.

Grazie, Gesù, perché hai scelto
il pane che è un alimento vitale
e ci insegni che senza te
non si può vivere!
Grazie, Gesù, perché nel pane
ti sei fatto salvezza per tutti

A cura di Anna Peiretti e Bruno ferrero – Da Dossier Catechista, Marzo 2013