don Tonino Lasconi – Il Catechista E La Famiglia: “Come Comunicare Il Vangelo Della Speranza”

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Relazione tenuta da don Tonino Lasconi presso la Diocesi Di San Miniato in occasione del 37° Convegno Catechistico il 28/29 Agosto 2008

Prima parte: il catechista

Ho diviso il tema del vostro convegno in due temi molto concreti. Probabilmente vi sembrerà, mentre parlo, di essere andato fuori tema. Stasera alla conclusione della seconda chiacchierata penso che invece vedrete che le cose sono centrate.

Credo che sia importante scendere sotto alle frasi belle (il catechista e la famiglia: come comunicare il Vangelo della speranza), per vedere com’è la realtà. Il catechista, benissimo; ma chi è il catechista? Chi deve essere oggi il catechista? Io ho messo questo sottotitolo: catechista come realtà di una chiesa che sa accogliere. Questo discorso sul catechista che chissà quante volte avete sentito, io avevo pensato di farlo non dalla parte del campanile, cioè dalla parte nostra, dalla parte del parroco, ma partendo dalla parte dei destinatari. I destinatari che sono i bambini e i ragazzi, ma anche i giovani e gli adulti.

Allora, chi sono i nostri bambini? Non in astratto, non stiamo a fare adesso psicologia, pedagogia o sociologia, ma chi sono i no-stri bambini dal punto di vista dell’annuncio del Vangelo. Sono battezzati, però non sono dei piccoli cristiani.

Ho messo queste immagini perché chi ha la mia età o qualche anno di meno magari ricorda, immagini di prima comunione con questa visione un po’ angelica dei bambini e dei ragazzi.

Noi sappiamo che i nostri bambini, se non siamo distratti, non sono dei piccoli cristiani, ma dei grandi pagani. E se non prendiamo coscienza di questo e se non attrezziamo la nostra catechesi, tenendo presente chi sono i destinatari, noi rischiamo di battere le ali invano. Lo sappiamo tutti: chi fa la catechesi lo sa, gran parte dei catechisti e delle catechiste che ha dei bambini dentro casa sa quello che vedono e quello che pensano. Sono grandi pagani, tanto è vero che anche in questo documento a cui io faccio continuo riferimento “La formazione dei catechisti nella comunità cristiana” (è un documento ufficiale, dell’Ufficio Catechistico nazionale) si dice che: “Anche i fanciulli e i ragazzi che sono stati battezzati alla nascita su richiesta delle loro famiglie, hanno bisogno di essere interpellati dall’annuncio del Vangelo nel momento in cui iniziano il loro cammino catechistico. Sempre più spesso, infatti, non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza” (FoCaCoCri 3).

Un primo collegamento con le famiglie. Noi non possiamo pensare ad una famiglia come ce la immaginiamo, come dovrebbe essere. Dobbiamo prendere coscienza della famiglia come è. E chi prende i bambini fin dalla prima o dalla seconda elementare si accorge che gran parte dei bambini non ha ricevuto niente, assolutamente niente, a cominciare dal non saper fare il segno della croce, non sanno il Padre nostro, altre preghiere… Ecco noi dobbiamo prendere coscienza che i nostri bambini sono così.

Mi rendo conto che dovendo andare veloce non posso che darvi degli spunti riguardo alla questione. Cinquant’anni fa, sessant’anni fa, i nostri paesi, le nostre città, San Miniato, San Romano, erano così: società e chiesa statiche, poca cultura (chi riusciva a fare la quinta elementare era considerato un professore), niente informazione (non c’era la televisione, la radio l’avevano il parroco e il farmacista), le tradizioni erano pesanti, c’era un forte potere clericale e c’era una fede tradizionale, cioè una fede che si tramandava da genitori a figli. In questo contesto si nasceva cristiani dalla nascita (se andate a vedere i registri parrocchiali di quegli anni vedete che moltissimi bambini venivano battezzati in ospedale nello stesso giorno della nascita o il giorno dopo), la catechesi veniva fatta con l’imbuto e si era curati dal curato, il parroco, colui che tirava su i cristiani come i fiori o l’insalata dell’orto.

Cos’era il culto? Era il catechismo di Pio X, del quale abbiamo celebrato la festa l’altro giorno, un grande santo e un gran teologo, però per il suo tempo, questa è la cosa importante. Quando Pio X ha fatto fare quel catechismo, ha fatto un’opera eccezionale, perché venendo trasmessi i valori dalla famiglia e dall’ambiente, quel catechismo serviva per razionalizzare i valori già assorbiti. Capiamo però che adoperarlo oggi, quando quei valori non vengono più assorbiti, significa affidarci a delle formule che non tengono assolutamente, che sono come pezzi di carta attaccati sul muro senza la colla.

Poi all’improvviso nella storia del mondo degli ultimi sessant’anni c’è stato un tempo di accelerazioni come non c’è stato prima. Pensate che cento anni fa ci si spostava come a tempi di Gesù Cristo, si comunicava fondamentalmente come ai tempi di Gesù Cristo; pensate a dove è arrivata la mobilità con gli aerei, con i missili, pensate cos’è la comunicazione oggi, pensate ad internet.

Questo è successo nell’ambito di pochissimi anni e questo ci ha spiazzato e purtroppo quante volte ancora non siamo riusciti ad attrezzarci per affrontare la nuova situazione: società in movimento, cultura di massa, informazione in tempo reale, proposte di vita molteplici, libertà di scelta e azione. Questo ha portato ad un nuovo paganesimo.

Vi faccio vedere alcune immagini… ecco il grande sacerdote delle opinioni: io la penso così, tu la pensi così. Basta che non la pensi da cristiano, perché se  da Costanzo  (Maurizio Costanzo Show nrd) qualcuno provava  a  pensare da cristiano non lo faceva parlare più. Pensiamo adesso a internet e ai mass media. C’è un documento della Chiesa, “Comunicazione e Missione” che dice:

“Nulla di ciò che l’uomo di oggi pensa, dice e fa è estraneo ai media e i media esercitano un’influenza, con varie modulazioni, su tutto ciò che l’uomo di oggi pensa, dice e fa”. (Comunicazione e missione, 2). I bambini che fra un mese verranno nelle nostre aule di catechismo, per quell’ora di incontro settimanale, nella testa e nel cuore hanno 3640 ore di televisione. Voi immaginate se in quell’ora il catechista non riesce in qualche modo a entrare in quel mondo, ma gli dice che Gesù è buono, che ci vuole bene, che Dio ci chiama per nome. Un bambino una volta mi ha detto: “Certo, come mi deve chiamare?”. I media sono portatori di una nuova cultura, perché non solo comunicano dei fatti, questa miss, questo calciatore, questa velina, non dicono solo un messaggio di tipo commerciale, ma dicono un’idea di donna, un’idea di uomo, un’idea di denaro, un’idea di valori. E allora cosa succede? Che quando ho cominciato a fare la catechesi io, tutte le ragazzine volevano fare la sarta o la maestra. Adesso provate a trovare bambine che vogliono fare la sarta o la maestra. Tutti voglio fare la velina, oppure la ballerina, oppure la giornalista televisiva.

Allora, un primo momento di riflessione…io ho messo questa immagine che può essere un laico, ma per sicurezza può essere un prete o una suora: “Signore, è cambiato tutto; possibile che solo la catechesi sicut erat in principio et nunc et semper?”. Questa dovrebbe essere la nostra preghiera. Io sono un po’ cattivo – non so se ve ne siete accorti – perché girando l’Italia trovo ancora una catechesi che viene fatta esattamente come quando ero ragazzino io, mentre il mondo è cambiato. E poi non devo andare tanto in giro, perché il mio Vescovo mi ha cambiato di parrocchia quasi due anni fa, due anni a settembre, e nella parrocchia dove sono andato, ho trovato esattamente una catechesi come io ho sempre predicato e scritto che non si deve fare. Noi dobbiamo guardare alla gente, il Signore ci manda ad annunciare il Vangelo alla gente di oggi, al popolo concreto. È stato citato Paolo VI. Paolo VI diceva che la Parola di Dio perde molta della sua efficacia se non parla la lingua di chi ascolta, se non adopera i suoi segni, i suoi simboli, se non interessa i valori concreti del popolo che ci sta davanti.

Allora, in questo contesto di cosa non hanno bisogno i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti? Non hanno bisogno di una catechesi lezione.

Io non riesco a fargli imparare un atto di dolore. Ci sono dei vecchi che m’arrivano col bastone, accompagnati dalla badante, che sanno l’atto di dolore, magari quello con la formula vecchia, e i ragazzini che hanno fatto la Cresima quest’anno e la prima Comunione, quando si vengono a confessare, non si ricordano niente. Questo perché? Perché vivono in un contesto particolare.

Non hanno bisogno di una catechesi e di un Vangelo spiegato come fosse il sussidiario. Guardate che questo paragone l’ho tratto da un documento ufficiale, perché in parrocchia qualche anno fa quando dicevo queste cose qualcuno diceva: ma questa è una improvvisazione. Adesso siccome lo dice un documento ufficiale, voglio vedere! Guardate cosa dice questo documento ufficiale: “Nonostante l’impegno di tanti – e di impegno ce lo abbiamo messo tanto. Guardate, il fatto di avere una chiesa piena, di gente che viene a parlare di catechesi (e molti di voi oggi avete lavorato, avete la famiglia, siete preoccupati di quello che succede a casa) è una cosa bella, è una cosa eccezionale, è una ricchezza in tutta l’Italia che a volte non sappiamo utilizzare appieno – risulta evidente la situazione di grave crisi in cui si trova oggi il processo tradizionale di Iniziazione Cristiana. C’è un forte scarto tra le mete ideali dell’iniziazione, le risorse impiegate e i risultati conseguiti. Per molti ragazzi e ragazze la conclusione del processo di iniziazione coincide praticamente con l’abbandono della vita cristiana” (FoCaCoCri 3).

E la cresima arrivò. Cosa ci dicono i ragazzi? “La cresima l’ho fatta” – e fino a qui poco male – “Ormai sono grande” – e comincia ad essere male. Perché l’idea che gli abbiamo messo in testa (noi e i genitori) è che la religione è una cosa da bambini. “Basta con le vostre bambocciate – molto male – perché il Vangelo, il perdono, … sono delle stupidaggini”. “Adesso comincio a vivere”. È la cosa peggiore, perché escono dalla nostra catechesi con l’idea che la fede in Gesù è contraria alla gioia di vivere. Se per caso arrivano a questa mentalità è difficilissimo recuperarli. E dopo allora noi diciamo in pieno scoraggiamento: “Tanta fatica per niente”. Chi di noi, prete o catechista qualche volta non ha fatto questo commento? Tanta fatica per niente.

Un intermezzo. A quel punto noi diciamo che i ragazzi lasciano la Chiesa, fatta la Cresima se ne vanno. Se però pensiamo al cambiamento che è successo nella vita e a come facciamo la catechesi noi, forse dobbiamo dire: ma sono mai entrati questi ragazzi nella Chiesa? Un ragazzino che ha dodici, tredici, quattordici anni, che fatta la Cresima dice – Oh, adesso comincio a vivere – c’è mai entrato nella Chiesa? Sì, è venuto a Messa qualche volta, al catechismo, ha fatto i Sacramenti, però nella Chiesa come popolo di Dio e di Gesù ci è mai entrato? Guardate, la domanda non è capziosa, perché se non c’è mai entrato la cosa è grave, però dobbiamo cercare il modo perlomeno di fargli assaporare nella catechesi cosa significa essere Chiesa. E qui c’è di nuovo il documento che ci invita: “Lo Spirito chiede oggi alla Chiesa un nuovo atto di fedeltà, che al contempo fedeltà al Vangelo e fedeltà all’uomo. Tale fedeltà ha le connotazioni proprie di una nuova evangelizzazione, ed è dentro questo orizzonte che va ripensato progressivamente il processo di Iniziazione Cristiana, e di conseguenza le caratteristiche del catechista dentro una comunità che inizia alla fede con tutta la sua vita” (FoCaCoCri 4). Questa parola – nuova evangelizzazione – questa esigenza, Giovanni Paolo II l’ha ripetuta migliaia di volte e alla fine nella Novo Millennio Ineunte ha detto: “Quante volte parlammo della nuova evangelizzazione” … come a dirci io ne ho parlato tanto, ma non si è fatto molto. In questa prospettiva la Chiesa italiana promuove il Primo Annuncio e il catecumenato. Altre due parole magiche che però dobbiamo stare attenti a non far rimanere soltanto parole, perché noi italiani siamo bravissimi nel cambiare la realtà, cioè pensiamo di aver cambiato la realtà avendo cambiato le parole. Quando ho cominciato io a lavorare con i ragazzi c’erano gli handicappati, dopo sono spariti, sono arrivati i disabili, adesso non ci sono più nemmeno i disabili, ma ci sono dei diversamente abili, però se c’è da passare la pensione o togliere i sussidi, i Comuni cominciano da quelli. C’è una ragazza che sta sul letto, praticamente ha bisogno di essere imboccata, lavata, vestita, tutto, e il nuovo assessore ai servizi sociali, ha detto che toglierà metà dei sussidi. Capite. Però guai a chiamarli handicappati. Allora attenzione a non cambiare le parole. Il Primo Annuncio non è la prima volta: cari bambini, oggi iniziamo a parlare di Gesù. Oppure – come sempre – aprite il libro a pagina 17. Questo non è il Primo Annuncio.

Il Primo Annuncio è creare nei bambini e nei ragazzi, nei giovani, negli adulti, stupore, curiosità e interesse. Noi facciamo Primo Annuncio se riusciamo a creare in chi ci ascolta lo stupore nei confronti di Gesù, di creare la curiosità e di creare interesse. Questo comporta, lo vedremo dopo, che non possiamo fare la catechesi leggendo i libri della CEI come fossero dei sussidiari, perché alla quarta pagina i bambini non ne possono più e quindi Gesù diventa un incubo. Il catecumenato. Io ne ho viste di esperienze di catecumenato. Non è prendere i nomi antichi e dire facciamo la traditio. Impostare la catechesi a livello di catecumenato vuol dire ripercorrere il cammino del catecumenato antico. Quando la Chiesa era minoranza quali erano le caratteristiche del catecumenato? Prima creare stupore. Dicevano in giro: guardate quelli come si amano. E capite già come il messaggio coinvolga la famiglia, i catechisti, la comunità. Se un bambino, se un ragazzo, se un giovane, non vede una comunità della quale possa dire – guardate come si amano – è difficile passare al secondo scalino. Anche se fai la traditio e gli regali il Credo. Poi c’era la predicazione, la predicazione degli apostoli e dei cristiani avvertita con parole belle, parole nuove, parole buone per me. L’esser tutti fratelli e sorelle era un fatto che rompeva tutta la tradizione antica. Guardate che anche oggi dove il cristianesimo si è attutito o è scomparso il fatto di essere tutti fratelli e sorelle è una grande novità che va detta e va testimoniata. Allora nasceva la voglia di diventare cristiani. Allora uno andava dal Vescovo e diceva: voglio diventare cristiano. L’adulto entrava in un gruppo di catecumeni dove appunto viveva la Scrittura, dove cambiava la vita, e poi riceveva il Battesimo, entrava nella Chiesa, portava la fede nella vita, anche fino al martirio. Allora se noi impostiamo la catechesi a livello di catecumenato non possiamo scavalcare questi punti qui: una catechesi che crei interesse, che crei curiosità. Ci deve essere un modo per scuotere i bambini che hanno visto trentasei ore di televisione. E dire: no, non ha ragione Vasco Rossi, ha ragione Gesù, quello che dice Vasco Rossi non è bello come quello che dice Gesù, il film che avete visto ieri sera non è come dice Gesù. Io non riesco a capire come un catechista in tutto l’anno non faccia mai riferimento a quello che i ragazzini hanno visto in tv. Non riescono a portare la Parola del Signore dentro questo groviglio di messaggi che il ragazzino riceve. Oggi cosa rischiamo di fare noi? Di mettere il carro davanti ai buoi. Allora, viene fuori qualcuno di geniale che dice: smettiamo di battezzare i bambini! Non si può interrompere, sconvolgere la storia. Bisogna dire: battezziamo anche i bambini, però rendiamoci conto di come la situazione è. Allora io non posso pretendere che siccome sei battezzato devi imparare e devi fare… perché quello lì battezzato, poverino, non ne sa niente. Io non posso dire ai genitori dovete venire al catechismo, dovete mandare … perché quelli lì hanno battezzato il figlio se no alla nonna le prendeva un infarto, perché loro ne avrebbero fatto volentieri a meno. Se io prendo coscienza di questo allora comincio ad essere più attento, se non ne prendo coscienza succede che casca l’asino, perché faccio un tipo di lavoro, un tipo di catechesi, un tipo di rapporto con i genitori e con i bambini che è completamente fuori dal tempo. Se una famiglia mi manda i bambini al catechismo ma né il papà né la mamma vengono mai in Chiesa cosa si può fare? Io per primo ringrazio Dio, secondo ringrazio i genitori, però non posso obbligare i genitori a dire: voi dovete venire alla catechesi; loro non ci credono. Né gli posso dire: voi dovete fare catechesi ai vostri figli; che catechismo gli fanno? È due anni che sto in questa nuova parrocchia, ho già assistito a una quindicina di famiglie che si sono disunite. Famiglie giovani anche. Mi portano i figli a catechismo e io ringrazio Dio perché non è mica facile. Non gli posso dire a quei genitori che non possono fare la Comunione voi dovete fare il catechismo ai bambini. Che catechismo gli fanno? Poi ho trovato chi dice: io non faccio più la catechesi ai bambini; io la faccio ai genitori e i genitori la fanno ai figli. Io li chiamo ogni quindici giorni e poi loro fanno la catechesi, con la scheda, etc. l’hanno dopo gli chiesto come era andata. Al primo incontro erano trenta su una cinquantina, al secondo incontro erano quindici, al terzo incontro erano tre. Per cui non ho fatto più la catechesi né ai bambini né ai genitori. Bisogna stare attenti quando si prendono delle iniziative.

Allora di cosa hanno bisogno i bambini e i ragazzi, i giovani e gli adulti? Hanno bisogno di missionari e comunicatori. Dobbiamo diventare missionari e comunicatori. Che differenza c’è? Il catechista insegnante insegna, spiega il libro, il missionario cerca di convertire. Il catechista insegnante parla e poi dice: vediamo se la sai. Il comunicatore si preoccupa che il messaggio penetri. Noi dobbiamo fare questa grossa conversione. Io dico sempre: quando entrate nell’aula dovete immaginare di essere in mezzo a bambini cinesi. Se sono bambini cinesi non gli potete dire aprite il libro che leggiamo. Dovete imparare la lingua, dovete imparare i costumi, dovete capire la loro mentalità, è tutto diverso dalla scuola.

Oggi i nostri bambini, ragazzi, giovani e adulti hanno bisogno di missionari e comunicatori. Guardate cosa dice il documento ufficiale dell’Ufficio Catechistico nazionale: “La prima e fondamentale competenza del catechista è la capacità di annuncio” (FoCaCoCri 28). Importante questo. Questo vuol dire che se un catechista prega sempre, addirittura va in estasi, ma quando ha il gruppo dei ragazzi non riesce a farsi ascoltare, vuol dire che nella Chiesa lui deve cercare un altro impegno. Vuol dire che se una catechista ha dato tutti i suoi beni ai poveri, anche il marito, magari, ma non riesce ad interessare i ragazzini, vuol dire che deve cercare un altro impegno nella Chiesa. Sì; allora, andiamo via tutti? Smettiamo di fare catechismo? No, allora bisogna iniziare a prepararsi a diventare comunicatori, che è diverso. Come faceva Gesù che era un comunicatore eccezionale. Guardate ancora cosa dice il documento ufficiale: “Saper leggere e servirsi in modo adeguato degli strumenti della comunicazione è il minimo oggi richiesto a un buon catechista.” – questo è il documento “Comunicazione e missione, 57” – “Come faceva Gesù,”…vedete Gesù era straordinario.

Ho scelto questo dipinto che è stupendo. Dicono a Gesù: ma tu le tasse non le paghi? E Gesù dice a Pietro: va a prendere un pesce, vi troverai una moneta e paga… “il catechista comunicatore deve saper modulare simboli, parabole, racconti, testimonianze che parlino di una fede libera e responsabile”. “Alla comunicazione della fede è offerta oggi la possibilità di avvalersi di: sussidi audiovisivi, produzioni musicali cinematografiche e televisive, siti religiosi, tutto l’apporto dei registri della comunicazione sociale.” Questo dice sempre un documento dei Vescovi e che vuol dire? Che se in una parrocchia non c’è un proiettore, non c’è uno schermo, non c’è una televisione, non c’è una cassetta, non c’è un dvd, bisogna che si provveda. Abbiamo bisogno anche di questi strumenti. E qui continua: “Il linguaggio verbale e non verbale, le immagini e i suoni, esempi ed evocazioni dai media, nuove metafore della fede, le potenzialità dei media. Per suscitare interessi ed emozioni per rendere la proposta più interessante e immediata”. (Questa è la nostra fede 23). E ancora: “Il catechista è chiamato fare proprio il messaggio, approfondirlo, rifletterlo e rianimarlo dall’interno; scoprire cosa dice a me, su quali realtà mi orienta ed appassiona; domandarsi che cosa dire e come dire e qual è il centro di quello che si vuole comunicare” (FoCaCoCri 29). La nostra preparazione oggi deve essere una preparazione che va a toccare il cuore del la gente. Questo vale anche per noi preti. Quante volte usciamo dalla chiesa e ci ricordiamo di quello che il prete ha detto nella predica? Guardate che la cosa è grave. Perché non esiste in Italia un’agenzia che tutte le domeniche ha la possibilità di avere davanti a sé una massa di gente che ascolta come quella che è nelle nostre chiese. Se non sprechiamo questa opportunità non facciamo di certo quello che dice Paolo come ho detto prima. Non solo predichiamo a chi non ci vuole sentire, ma predichiamo a chi ci vorrebbe sentire, senza farci capire. Questo è un grosso impegno che dobbiamo prendere tutti quanti.

Hanno bisogno di testimoni, di un volto Chiesa bella e coerente. E qui c’è tutta la sfilza di cosa deve essere il catechista: “Un testimone di Cristo, mediatore della parola di Dio, compagno di viaggio, educatore della vita di fede, uomo o donna pienamente inserito nella comunità cristiana e nel contesto culturale e vitale del mondo d’oggi” (FoCaCoCri 2o) . E ancora: “Testimone esemplare della fede, che manifesta una fede “gioiosa”; disponibile a ripercorrere con i fanciulli il cammino dell’ Iniziazione Cristiana e a esprimere con la vita la parola di Dio che annuncia ai fanciulli e ai ragazzi; amico dei fanciulli e dei ragazzi, capace di accoglierli, di ascoltarli, di mettersi al servizio della loro crescita umana e cristiana; maestro che, dopo aver assimilato la parola di Dio, la trasmette con un linguaggio comprensibile ai fanciulli e ai ragazzi e insegna loro a cogliere nella vita quotidiana i “segni” attraverso i quali Dio si manifesta e chiama; educatore che aiuta i fanciulli e i ragazzi ad accogliere la parola di Dio e a rispondere con la preghiera, con atteggiamento di stupore, ammirazione, lode, rispetto, amicizia; costruttore di comunione, inserito attivamente nella comunità ecclesiale, capace di promuovere rapporti di amicizia tra i fanciulli e tra i loro genitori e padrini e di educarli al senso di appartenenza ecclesiale. (FoCaCoCri 21) . Una sfilza così bella che uno dice: ma chi ce la fa? Io la spiego così: i catechisti devono essere cristiani lieti e fieri, generosi, disponibili a rinnovarsi. Io penso che queste esigenze, noi qua dentro, oltre che a sentirle proprie, ce l’abbiamo già, perché comunque se stiamo qui con i ragazzi ci siamo stati, e se stiamo qui siamo disponibili a crescere in queste qualità. Questo deve essere il nostro impegno, un impegno per cercare di entrare nell’animo dei ragazzi che magari se ne andranno lo stesso dopo la Cresima, però probabilmente manterranno dentro un ricordo bello di quando stavano con noi. Questo ricordo bello, nei momenti della vita difficili, può essere quel fattore che li riporta dentro la Chiesa.

Hanno bisogno di una “ChiesaCasa”, calda, amica e paziente. Se le nostre parrocchie fanno solo la messa della domenica – dico a me per primo – dove vedono la Chiesa i bambini e i ragazzi? Se i bambini in Chiesa vengono quando sono ancora obbligati, s’annoiano perché non vengono fatti partecipare, perché non capiscono la predica, perché i canti non sono i canti loro, come fanno ad avere una impressione dentro che susciti stupore nei confronti di Cristo e della Chiesa?

Dice il documento di base: “Prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali” (DB, 20). Perché è così difficile rinnovare la catechesi? Perché rinnovare la catechesi significa rinnovare tutta la pastorale, vuol dire fare della comunità una comunità calda. Non è che è facile, ma un po’ ci si riesce. Vi racconto un esempio personale. Quando sono arrivato nella parrocchia di prima, in centro storico, dove da anni c’era l’abbandono dei ragazzi, non c’era nessun tipo di pastorale, essendo io sempre tra i ragazzi, con l’Azione Cattolica, l’A.C.R., i giovani, mi sono sentito dire dagli adulti, dai nonni: adesso bisogna che riporti i ragazzi in chiesa. Prima di ogni messa anche nei giorni feriali facevo cinque minuti di prove di canto. Ho cominciato dicendo: via prendiamo i libretti e cantiamo. Tutti fermi (abbiamo creato dei cristiani che mi fanno venire una rabbia…). Allora gli ho detto: statemi a sentire, se io stasera avessi portato qui una ventina di vostri figli e nipoti, di fronte ad uno spettacolo così, questi in chiesa non ci sarebbero entrati più. Se vogliamo riportare i ragazzi in chiesa dobbiamo fare una celebrazione calda, accogliente. A forza di stare con i ragazzi mi sono convinto che se non facciamo una pastorale della comunità, sprechiamo gran parte del tempo. Io non so quanti campi scuola ho fatto. Ma quando incontravo i ragazzi in parrocchia (ragazzi che avevano fatto dei campi), molti mi dicevano che la messa non è come quella del campo. Allora non fate più i campi scuola! No, allora cerchiamo di fare in modo che le nostre celebrazioni siano come quelle dei campi scuola. Una comunità della quale i catechisti sono il volto visibile, perché i ragazzini qui di San Romano dove la vedono la Chiesa? La prima visione che hanno è quella dei catechisti. Questo è bello, ci deve rendere anche orgogliosi. Il gruppo dei catechisti è l’immagine concreta di Chiesa che i bambini possono vedere. Ecco perché io personalmente cerco di fare in modo che i catechisti siano tanti. Almeno tre per ogni gruppo. Non è facile però ci si riesce, cercando, chiedendo, perché i bambini devono sentire che c’è un gruppo che vuole bene a loro, che si impegna a stare con loro. Però come possono essere i catechisti volto di Chiesa? Non se ogni catechista fa il catechismo per conto suo, come succede per esempio nella mia parrocchia. Mi sono accorto che se io non ci stavo nemmeno dal lunedì al sabato ogni catechista arrivava, prendeva la sua stanza, ognuno per conto suo. Questo è un impegno concreto che secondo me vale anche per voi, però dovete rafforzare ogni gruppo parrocchiale di catechisti perché ogni catechista si senta catechista di ogni bambino della parrocchia e tutti i catechisti sono catechisti di tutti i bambini della parrocchia. Questo è il primo messaggio che i bambini possono accogliere. Non più, io c’ho la mia classe, tu hai la tua. Bisogna fare in modo di trovare questa sintonia. In particolare questa comunità rappresentata dai catechisti, visibile nei catechisti, deve far fare ai bambini esperienza della Parola di Dio, esperienza della celebrazione, in particolare l’Eucaristia della domenica, esperienza di fraternità e comunione, esperienza della testimonianza nella carità e nel servizio. La catechesi non può essere più una serie di lezioni, ma una serie di esperienze, di Parola di Dio, di celebrazioni, di fraternità, di carità e di servizio. La catechesi deve essere quello che fa una famiglia per educare i bambini. L’esperienza deve far sentire ai bambini la vita della Chiesa. Questo vuol dire superare la catechesi come scuola. Lo so che è difficilissimo. In parrocchia due anni fa chiedevo ai catechisti che il terzo sabato fosse diverso: non dovevano usare il sussidio o stare in classe. Dovevano andare a intervistare il poliziotto, il fornaio, importante era rompere questo meccanismo dei bambini che rivolta alla catechista dicono: maestra.

Qual è il nostro impegno per coinvolgere la famiglia nella catechesi e per fare la catechesi alle famiglie? Dobbiamo cercare di fare una catechesi che riproponga il clima di una famiglia di quaranta anni fa che riusciva a fare capire la preghiera, a far capire la carità, l’ospitalità, deve essere una catechesi esperienza. Dalla dottrina dobbiamo passare all’esperienza.

Ho scelto la foto  di  una passeggiata in montagna. Una  passeggiata in montagna tu non te  la  scordipiù. La spiegazione di una passeggiata in montagna non ti interessa. Una spiegazione sulla preghiera non ti interessa, una bella preghiera fatta insieme, ti rimane dentro. Un’esperienza di carità anche piccola. Ricordo che in una parrocchia di montagna i bambini andavano a trovare con le catechiste una volta al mese quegli anziani che in quel mese finivano gli anni. Gli portavano un cioccolatino, una stupidaggine, per i bambini era un’esperienza fortissima. Questa è la strada che dobbiamo percorrere, altrimenti fra due anni, fra tre anni ci troviamo a dire le stesse identiche cose. Allora, al catechista la scelta. Se fare scacco matto o se farselo fare.

Domande

  1. Il Papa a Bressanone, incontrando i preti, ha detto che quando era giovane prete era austero, molto rigido, poi nel ministero ha amministrato molto di più la misericordia di Dio. Mi è piaciuta molto questa cosa perché nella nostra esperienza a volte c’è il rischio di servirsi del catechismo per stringere, per spremere questi genitori con una serie di ricatti sul dovere. E se ne è parlato anche in un gruppo di studio qui all’assemblea sinodale. Il dogmatismo nella catechesi, al limite sarà un punto di arrivo, mai un punto di partenza. È chiaro che la catechesi esperienziale implica una grande preparazione, ma siamo chiamati ad amministrare la misericordia di Dio. Non veniamo qui a dire: tanto non cambia niente. Don Tonino ci ha messo davanti la bellezza di fare catechesi in una situazione molto precaria, difficile, con molti cambiamenti. Però in questi giorni, seguendo le decisioni del nuovo ministro della scuola sul sette in condotta ho letto un articolo di uno psicologo che dice che i bambini che subiscono anche l’educazione religiosa imposta dalla parrocchia, in fin dei conti se anche questo non passa dentro l’esperienza del ragazzo, lo fa un futuro violento. Il bullismo dei nostri adolescenti, quelli di parrocchia, non importa andare fuori. Chi fa campeggi parrocchiali lo sa come si comportano i ragazzi. Secondo la sua esperienza se l’iniziazione cristiana non è fatta bene può generare delle forme di rifiuto e di rigetto in quel senso lì?

Una seconda osservazione è questa. Quando la mia nonna mi insegnava le preghiere e i genitori ti facevano capire che ti volevano bene, questi erano già atteggiamenti che non avevano bisogno di troppi marchingegni perché di per sé efficaci. Era la comunicazione immediata, quella del cuore, del gesto, dell’abbraccio, quella dello sguardo affettuoso. Io non vorrei che una catechesi troppo ricercata, mettesse da parte in fin dei conti il ragazzo stesso, per cui io prete, io catechista, in fin dei conti non lo amo questo ragazzo e non divento compagno di strada di questa famiglia, ho paura che si pongano mille barriere, ma non passi la vera comunicazione dell’amore e della fede.

  1. C’è presente lacerazione nei gruppi parrocchiali, perché ognuno presume e vuole aver ragione del suo operato. Non va bene.

Si deve seguire una linea della comunità parrocchiale, in sintonia con il parroco, che a volte lascia un po’ andare, e il catechista fa come gli pare.

  1. Credo che quello che lei ci ha detto ci abbia entusiasmato, però per me c’è qualcosa che risulta difficile da conciliare. L’esperienza sicuramente fa rimanere meglio il messaggio, sia nei bambini che nei genitori. Però ci vuole anche del tempo per fare esperienza e ci sono i programmi che vanno portati in fondo. Ci sono dei messaggi che devono passare e delle nozioni che i bambini devono apprendere. Come conciliare le due cose in quaranta minuti alla settimana?
  2. Se dopo stasera una parrocchia decidesse di cambiare l’impostazione scolastica del proprio catechismo, quali sono le tappe che può suggerire per farlo e se ci sono delle cose abbastanza significative, e soprattutto chi forma i catechisti a diventare più missionari e più comunicatori, con un approccio maggiormente esperienziale? Una seconda domanda: quando finisce il catechismo, dopo la cresima, cosa pensa lei del gruppo dopo cresima?

Risposte del relatore

Le cose che ho detto a voi le dico per primo a me, perché mi sono trovato per quasi due anni in tutte le difficoltà che voi vedete. Io l’anno scorso non sono riuscito a fare un incontro con tutte le catechiste della parrocchia.

Parto dalla penultima domanda. Tutto quello che ho detto converge in un’ora, che poi è un’ora tanto per dire, perché c’è quello che arriva tardi, c’è quello che parte prima perché deve andare dal dentista, oppure c’ha la gara di basket, oppure deve andare in piscina. Per cui i genitori stanno fuori con l’orologio, sbuffano se è tardi. Questo è un problema serio. Allora io penso al sassolino nella scarpa, che è piccolissimo, e più è piccolo, più dà fastidio. Allora siccome il tempo è poco, dobbiamo fare in modo che questa ora sia efficace, che rimanga dentro ai ragazzi. Poi deve collegarsi con la messa della domenica, inventandole di tutte per far venire a messa i ragazzi. Credo che anche da voi sia come dappertutto, che al catechismo ci viene quasi la maggioranza, alla messa della domenica nessuno, anche perché i genitori non ce li portano. Io da quando è cominciata l’estate ed è finita la scuola, praticamente fino alla domenica prima che c’erano quattro o cinque ragazzi, non ho visto più un ragazzino. E durante l’anno se non inventi qualcosa, se un gruppo non fa una preghiera, se un gruppo non fa un gesto… praticamente non si smuove niente. Se si riesce a collegare un po’ l’ora di catechismo alla messa domenicale, con quelli che ci vengono, cercando di farli venire non imponendo, cercando di interessarli, promuovendo anche delle esperienze di carità, allora anche i genitori si interessano, e questo lo ritengo un buon segno. In parrocchia ho circa centocinquanta bambini tra la prima elementare e la prima media, quando mi è andata bene – eccetto che negli incontri per la comunione e per la cresima in cui si parla del vestito, dei fiori e delle fotografie (lì c’erano quasi tutti) – ce n’erano trenta, venticinque. Se però fai un’iniziativa di carità, un po’ di genitori si interessano, alcuni che non vengono mai in chiesa dicono: ma guarda un po’ questa è una cosa che mi piace. Cioè se facciamo una catechesi che è basata sui gesti e sulla vita, si riesce a coinvolgere un po’ anche i genitori, e questo fa anche un po’ da recupero perché qualcuno dice: ai tempi miei la parrocchia non era così, il prete comandava tutto, ai tempi miei la messa non era così, non c’era il canto… se io nella piccola ora faccio cose che i bambini sopportano malvolentieri, è chiaro che poi non vengono. Bisogna fare in modo che quel momento sia interessante, efficace. Per essere efficace deve essere comunicativo. Allora anche la formula che devono imparare, il brano del Vangelo che devono conoscere, io glielo posso spiegare con il libro, ma glielo posso far vedere con una videocassetta, posso invitarli a riscriverlo nella storia del paese. Ovviamente c’è bisogno di tornare ad imparare delle cose. Il mio vescovo si meravigliava che nessuno sapesse chi fosse Zaccheo. Le nozze di Cana. Nessuno sapeva delle nozze di Cana. Allora, c’è bisogno di dargli anche dei contenuti, dobbiamo trovare però il modo che non sia lo stile di lettura, spiegazione, disegnino, di cui sono arcistufi. Quest’ora di catechismo la devo sfruttare al meglio. Il catechista e la catechista non vuole bene ai ragazzi se fa loro delle carezze o gli regala la caramella (al minimo semmai un gelato o la pizza!) . Il primo amore del catechista è fare un’ora di incontro in cui i bambini non si annoiano. Sarà successo a tutti di aver azzeccato il mezzo, l’ora è volata via, e qualcuno ha detto: è già finito?

Oggi il catechista è uno che ha un ministero nella Chiesa fondamentale. In tutta Italia i bambini e i ragazzi conoscono il Vangelo, conoscono Gesù solo attraverso il catechista. Perché noi preti non abbiamo spesso il tempo e la possibilità di stare con loro. E in Italia c’è un sacco di gente come voi che è disponibile. L’importante è non far sentire che di loro non ci interessa e per questo fine anche delle iniziative collaterali di gioco, di comunione, di fraternità sono importanti.

Io seguivo questa pratica: li chiamavo, li richiamavo, scrivevo le lettere a casa, una volta ce ne venivano cinque, una volta dodici, talvolta nessuno, però quelli che non c’erano venuti io li richiamavo spesso, non volevo farli sentire abbandonati. Devono sentire che a me interessa di loro. Può darsi che alla quinta volta vengano.

O il dopocresima cambia i ritmi del catechismo oppure i ragazzini vanno via. Io la Cresima l’ho fatta, non devo venire più al catechismo. I catechisti devono essere una realtà che i ragazzi possono vedere. Anche alla messa. Devono stare insieme ai ragazzi. Perché magari i genitori ce li portano, li lasciano lì e poi vanno a casa. Anche perché è difficile. Una mamma che lavora tutta la settimana, alla domenica ha un sacco di cose da fare in casa.

Chi prepara i catechisti mi avete chiesto prima. Un po’ li prepara il parroco, se può. Questo è il compito più impegnativo dell’Ufficio Catechistico, dare stimoli, dare sussidi, fare incontri, e poi siccome a volte il parroco non può, oppure lascia stare nel senso che la catechesi va bene anche se va avanti come è sempre andata, io credo molto nell’autoformazione, nel gruppo dei catechisti che studia insieme i sussidi, che matura la preparazione attraverso le esperienze. Sul sito della Paoline poi si può trovare un forum su come proporre le esperienze della fede anche in maniera giocosa. Non per fare il gioco al posto del catechismo, ma fare qualche volta la catechesi giocata. Ribadiscono comunque che alla base ci sono i bambini e il gruppo dei catechisti che si propone loro come volto ed esperienza di Chiesa. Poi ovviamente si può valorizzare chi sa fare i canti, chi sa fare teatro, chi sa fare i burattini, chi sa fare le foto, chi sa usare il computer, e quando ci si mette insieme le iniziative vengono fuori. E poi dalle iniziative si riesce a coinvolgere anche i genitori. Se c’è un’esperienza, se c’è un teatro per i ragazzi, ci sono le madri che accettano di fare i costumi, i papà che accettano di fare l’impianto, pian piano si crea questo movimento per cui quell’ora risicata di catechismo, praticamente si dilata, e permette – questo è il mio impegno – di fare dei bambini della parrocchia quello che sono i figli dentro la famiglia. Sono coloro che stimolano i genitori a rinnovarsi: i genitori vestono come i figli e non vestono come i nonni. Questo è difficile ovviamente, però è possibile.