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don Luigi Maria Epicoco – “Chi cercate?”

Catechesi di don Luigi Maria Epicoco

“Chi cercate?” – Gv 1, 38

Il vangelo che abbiamo ascoltato questa sera inizia con un fatto molto strano. Un fatto strano che ha un nome e un cognome: questo fatto strano si chiama Giovanni Battista. E lo è perché Giovanni Battista esercitava una misteriosa attrattiva nei confronti delle persone. Tutte le persone che incrociavano Giovanni Battista si sentivano assolutamente attratte da lui, come una calamita. Allora uno dice “Che cosa mai di interessante dice Giovanni, finché tutta questa gente lo va a cercare, lo va a scovare nel deserto”. Non era un uomo che andava a cercare lui le persone, ma erano le persone che cercavano lui. E più si allontanava nel deserto, per ritirarsi nel deserto, e più era costretto a fare un gesto molto semplice, far entrare la gente nell’acqua, battezzarla. Lui dirà “quest’acqua vi lava da qualcosa, ma non vi da quello che conta perché verrà uno dopo di me che non vi laverà con l’acqua, ma con il fuoco”.

Ma che cosa dirà di così interessante Giovanni Battista?

Se noi ci atteniamo al vangelo non c’è quasi niente di interessante, perché le cose che dice sono le cose che sentiamo costantemente ripetere dalle persone che ci vogliono bene. La predicazione di Giovanni Battista sembra la predicazione di una madre, di un padre o di qualcuno che tiene a noi: “Comportati bene, cambia testa, convertiti, ravvediti, smetti di fare cose sbagliate”. Cose che tutti noi sappiamo, cose che sentiamo costantemente ripeterci da tutte le persone intorno a noi. E allora, perché Giovanni Battista era così attraente? Se non erano i suoi argomenti a essere il suo pezzo forte, sapete perché? Perché non era interessante quello che diceva Giovanni Battista, era interessante il fatto che era lui a dirlo, era lui la cosa più interessante. Perché Giovanni è un fatto strano, Giovanni nasce già come qualcosa di strano. Nasce come un figlio inaspettato di una coppia sterile, che ormai non sperava più di avere un figlio. Nasce nella vecchiaia e sterilità di Zaccaria e Elisabetta, e si porta addosso un destino che nemmeno i genitori riescono a comprendere ma lo accolgono con tutta la fedeltà e il mistero. Questo bambino fin dall’inizio è accolto. Quando nascerà, il padre muto non potrà dargli un nome. Allora tutti i parenti accorrono per dargli un nome, un nome che possa rientrare nella tradizione famigliare. Ma vi ricordate? Elisabetta si impunta: “Si chiamerà Giovanni!”. I parenti non accettano tutto questo, finché il padre prende una tavoletta e scrive: “Giovanni è il suo nome”. Credo che sia una delle pagine del Vangelo più belle perché abbiamo la testimonianza di due santi, che non sono santi perché non hanno mai dubitato, Zaccaria è muto proprio perché ha dubitato. Sono Santi perché sono disposti ad accogliere tutto quello che non capiscono, sono disposti a fare spazio nella loro vita a questa parola che a volte ci atterrisce e al mistero. Accettano che Giovanni sia qualcosa di più grande dei loro ragionamenti. Accettano che Giovanni non sia solo il compimento della loro attesa, ma che il destino di questo bambino sia un destino molto più grande. Quando Zaccaria scrive “Giovanni è il suo nome” sta rispettando l’unicità di questo figlio. È un figlio unico, diverso, straordinario, strano. E Giovanni cresce come un ragazzo strano.

Ma la bella notizia di questa storia, del motivo per cui ho voluto iniziare fermandomi semplicemente su questo fatto strano di Giovanni credo che sia una indicazione per ciascuno di noi. Nessuno può capire qualcosa del Vangelo finché non parte dalla sua parte strana. Dalla sua parte misteriosa, da una parte che non è massificabile, da una parte che non si capisce, da una parte che la teologia definisce unicità.

È interessante.

Passiamo la maggior parte della nostra vita a sentirci parte di qualcuno e di qualcosa. Passiamo la maggior parte della nostra vita cercando di non sentirci soli. Però poi a un certo punto ci rendiamo conto che per essere felici, dobbiamo essere diversi. Dobbiamo essere, noi stessi, dobbiamo scoprire chi siamo davvero. E che non basta essere quello che gli altri si aspettano da noi, non basta essere il compimento delle attese dei genitori, degli educatori, delle persone che abbiamo intorno. C’è una parte strana di noi, misteriosa, che deve emergere. E finché non emerge c’è qualcosa di incompleto in noi. Qualcosa di simile succede anche nella vita di San Luigi. Lui cresce con addosso già una storia scritta. Lui nasce e deve interpretare quello che gli altri hanno già deciso di lui. Lui che è il primo figlio dei Gonzaga, lui deve ereditare quello che la famiglia per secoli e secoli ha costruito. Lui ha già una storia scritta.

Ma a un certo punto Luigi si rende conto che non può più essere quello che gli altri hanno stabilito. Comincia a essere strano, a preoccupare i genitori, forse l’avranno fatto visitare anche da qualche medico per diversi motivi. Il primo perché sapete che nella sua vita a un certo punto c’er ala paura della peste, e allora lo allontanano, iniziano a mandarlo in giro per le forti. Ma dietro questo gesto c’era il tentativo del padre di allontanare la stranezza di questo figlio che faceva cose strane. Pregava, digiunava, si prendeva degli spazi di penitenza. Ma che problema poteva avere questo figlio? Quanto è strano Luigi…

Vedete Luigi tentava di dire anche usando la propria fede, anche usando la gestualità del suo essere Cristiano, che non poteva accontentarsi di essere semplicemente il compimento del sogno del padre. Che gli stava troppo stretta semplicemente l’armatura del primo figlio, lui voleva essere qualcosa che nemmeno lui sapeva fino in fondo, ma che avvertiva dover cercare nel fondo di sé stesso. È così che le persone diventano interessanti e tremendamente attraenti. Ti accorgi quando ti trovi davanti a persone uniche. Quando ti trovi davanti a persone come tutti gli altri, alla massa non c’è nessuna attrazione e queste persone che sono massa possono soltanto sedurci, comprare la nostra attenzione e farlo in tanti modi. Ma invece chi è pienamente sé stesso, chi non ha paura di essere diverso, chi accetta di essere strano, chi vuole difendere con tutto sé stesso il mistero del motivo per cui è venuto al mondo, in un’unica parola, chi impara a essere unico…diventa attraente. Questa è la storia di Giovanni. Giovanni non diceva nulla di interessante, era lui interessante. Per questo il suo gesto era carico di significato, perché tutti avvertivano che questa era una persona significativa, era una persona che indicava con tutta la sua vita. Giovanni è un indicativo, è un presente indicativo. La sua presenza indica qualcosa. Tutta la sua vita è un indicare qualcosa. Tutti cercano qualcosa e cercando lui indica qualcos’altro.

Io credo che questo sia molto buono e dobbiamo ricordarcelo, perché in tempi come i nostri, in cui ci dicono che dobbiamo imparare di nuovo ad annunciare il vangelo, che dobbiamo imparare a essere segno di questo vangelo nel mondo. Il problema è che non dobbiamo essere ferrati su tutto quanto teologicamente la nostra fede dice, la teologia ci serve tantissimo, sapere la dottrina ci aiuta tano. Ma ciò che ci rende interessanti agli occhi del mondo, ci rende attraenti, è quando a un certo punto la gente incontrando noi incontra qualcuno che ha deciso di essere sé stesso. Uno che ha preso come misura la propria unicità. Io credo che questa sia la prima forma di evangelizzazione nei confronti delle persone che abbiamo intorno. Il mondo ci vuole pecore e noi magari possiamo anche essere delle pecore, nere però. Dobbiamo essere profondamente noi stessi, e questo risveglierà a un certo punto un’attrazione nei confronti degli altri. Gli altri ci cercheranno non perché noi abbiamo delle risposte ma perché gli ricordiamo qualcosa che loro si sono persi per strada. Forse non è capitato così anche a ciascuno di noi? Forse non è capitato anche a noi che ci ha colpito qualcuno che veramente aveva qualcosa che gli altri non avevano?

Solo così riusciamo a capire questo brano del vangelo, che non ha nessuno argomento, se non dei verbi significativi: “Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e fissando lo sguardo su Gesù che passava disse…”, “Fissando lo sguardo su Gesù che passava”, lo sguardo di Giovanni… Come vedeva Giovanni? Perché è interessante il suo modo di guardare? I suoi discepoli ricevono da lui qualcosa semplicemente guardando come lui guarda. La cosa che li convince è lo sguardo di questa persona, la maniera che lui ha di guardare le cose. La maniera di guardare di Giovanni è la maniera di chi fissa ciò che conta, l’essenziale. Sapete qual è la produzione di questa parola? È la purezza. Ed è una di quelle caratteristiche che noi diamo sempre al nostro San Luigi. Solo che non confiniamo questa caratteristica solo a un lato, quello affettivo, e non ci accorgiamo che lo sguardo puro, la purezza, è la capacità di saper guardare ciò che conta. Immaginate che noi abbiamo decine, centinaia di pulsioni, sappiamo guardare in questo marasma di pulsioni ciò che conta? Ci passano centinaia di pensieri, a volte belli, a volte tremendi, a volte sono pensieri angelici, a volte sono pensieri diabolici, in mezzo a questa folla di pensieri sappiamo fissare lo sguardo sull’unico pensiero che conta? In mezzo alla folla sappiamo accorgerci del dettaglio? Siamo capaci di questo dettaglio? Questa è la purezza, è la capacità di tutta la nostra persona di saper puntare a ciò che conta: esattamente come fa Giovanni. Nella folla delle persone intorno, o nella desolazione del deserto, si accorge di Gesù dall’altra parte, gli altri non se ne accorgono ma lui fissa lo sguardo su di lui. Questo vangelo ci sta dicendo: “Noi siamo capaci di fissare lo sguardo su ciò conta? Siamo capaci di purezza? Siamo capaci come Luigi di sapere al di là di tutto l’ambaradam delle corti, di tutto quello che può essere il fumo del potere, tutto quello che la vita e il mondo può darti? Riesci ad accorgerti invece di ciò che conta? Questa è la purezza. Ma tu non puoi fare niente di questo fuori di te, finché non sei capace di farlo dentro di te. Questa è una cosa bellissima che ci ha insegnato il Cristianesimo: tutto il mondo si può cambiare, mail mondo deve essere cambiato ha un unico punto di partenza, io. Io posso anche mettere mani al buio del mondo, se sono capace di mettere mani al buio che mi abita. Io posso dire una parola buona sul mondo se sono capace di prendere il bene che c’è dentro di me, di saper educarmi, di saper fare la fatica di scegliere ciò che conta, di saper combattere per questo. Il Cristianesimo non è regressivo, anzi, il cristianesimo ci aiuta ad esprimere un potenziale, perché ci insegna ad usare questo potenziale. Luigi non è un frustrato che reprime dentro di sé delle pulsioni, ma è l’unico forse, in quell’epoca in cui ciascuno era schiavo di qualunque cosa gli passava per la testa e per la pancia, sapeva scegliere. E questo lo rende strano agli occhi degli altri. È strano perché è normale. Come oggi. Se tu sei normale, sei strano. È vero che qualcuno che da vicino nessuno è normale. Ma è questa normalità di questo sguardo, questa capacità di saper guardare così, “fissando lo sguardo su Gesù che passava disse: ecco l’agnello di Dio”. Prosegue il Vangelo “I suoi discepoli, sentendolo parlare così seguirono Gesù”. Se la prima cosa su cui ci siamo fermati è lo sguardo di Giovanni, permettetemi di fermarmi su un altro verbo “sentendolo parlare così”. L’abbiamo detto prima. C’è un fuoco al fondo delle parole di Giovanni. Alla fine dei discorsi di Giovanni se qualcuno magari domandava alla gente “che ha detto”, tutti potevano rispondere “non lo so, ma sento che era vero!”. Si sente il fuoco. Ma a noi forse non mancano parole così, parole di fuoco, parole appassionate? Noi che siamo figli dell’illuminismo e siccome abbiamo chiari tutti i ragionamenti… non sono i ragionamenti a muovere il mondo. Quella passione, il fuoco, e il fuoco si accende con il fuoco, il segreto di Giovanni sta in un’unica cosa: Giovanni crede in quello che dice, non l’ha solo capito, ci crede! Ed è un interrogativo per ciascuno di noi, perché abbiamo chiare tante cose nella testa, ma la mia domanda questa sera è: “Noi ci crediamo a quello che abbiamo capito?” Non basta capirlo… si sente subito se una persona vi sta dicendo una cosa semplicemente perché l’ha capita, o perché ci crede. Le parole che lasciano il segno sono le parole in cui ci si crede, in cui si pone tutta la nostra fiducia. Penso che sia un lavoro di riconciliazione profonda dentro di noi. Se da una parte la purezza e la capacità di sapere aggiustare il nostro sguardo, di saper fissare lo sguardo su ciò che conta, la parola di Giovanni ci spinge a dire se le nostre parola sono riconciliate con noi, se ciò che diciamo, se quello che spieghiamo, è degno di fede perché ci crediamo per primi. Sapete, molti di voi magari venite a messa la domenica ma uscendo fuori dalle nostre chiese la domenica, qualcuno vi dicesse “ma tu credi veramente che Gesù è risorto, è veramente risorto, che non è una storia simbolica che ci dice che la vita è una cosa bella, che continua da un’altra parte, ma che è veramente risorto? Ma tu ci credi?” non se l’hai capito, se ci credi. Io non posso rispondere a questa domanda, so soltanto che da questa domanda forse la nostra fede potrebbe diventare più credibile, e si avverte quanto è credibile. Perché è credibile quando diventa il fuoco delle parole di Giovanni. La gente scoppiava a piangere davanti a lui, decideva di cambiare vita, o faceva semplicemente quello che facevano questi discepoli: sentendolo parlare si misero a seguire Gesù.

Vi ho raccontato tutta questa storia di Giovanni per dirvi che dietro a quest’uomo non ci siamo solo noi, forse c’è l’immagine più bella che cos’è la chiesa. La chiesa non è Cristo, la chiesa non è una risposta, la chiesa non è una meta, la chiesa dovrebbe semplicemente far venire voglia di Cristo, la chiesa dovrebbe farci venire voglia di metterci in cammino, la chiesa dovrebbe essere colei che ci educa ad avere uno sguardo così, che ci trasmette una passione, parole così parole che ci mettono in cammino, parole che ci costringono a cercarlo, non parole che fanno concluder ei nostri viaggi, che dicono “qui avete trovato quello che stavate cercando”. No, sono parole che iniziano dei percorsi che ci mettono in crisi, parole che ci tolgono dalle nostre paci apparenti, parole che ci tolgono la stabilità dei nostri ragionamenti perché chi si mette in viaggio è sempre precario, ma non si arriva da nessuna parte se non si fa nessun viaggio.

L’incontro con la chiesa per noi, non è l’incontro con quello che stiamo cercando, ma è la possibilità di avere il desiderio di cercare questo qualcosa. L’incontro con la chiesa non è l’incontro con la risposta ma con la possibilità della domanda. Viviamo in un mondo in cui siamo quasi impauriti dalle domande, dove nessuno più invece ci dice “tu ti puoi permettere di avere una domanda”. Questa è la chiesa, Giovanni non dice sono io il messia, sono io il Cristo, ma tutta la sua vita è dire ai suoi discepoli “voi vi potete permettere di avere una domanda, vi potete permettere di cercare Gesù”. Quanto sarebbe bello se le nostre esperienze piccole o grandi che siano, i nostri momenti di preghiera, i nostri incontri, il nostro essere chiesa ci spingessero a seguirlo, a rimetterci in cammino, a far aumentare in maniera esponenziale le domande, con le fede di fondo che esiste una risposta. Ma questa risposta non ce l’abbiamo noi e non siamo noi, perché questa risposta è Cristo. E noi come Giovanni siamo relativi a lui, ma non siamo lui. Siamo indicativo, ma non siamo lui. Noi abbiamo sempre a che fare con Giovanni, abbiamo sempre a che fare con la chiesa, con chi ciò ricorda ciò che conta… “sentendolo parlare così cominciarono a seguirlo”. Se le nostre esperienze di chiesa, anche se sono perfette, anche se funzionano, che tutto è programmato se non ci spingono a seguirlo non servono. Sono esperienze di intrattenimento, ma questo non è la chiesa, perché la chiesa non trattiene e non intrattiene…la chiesa spinge, spinge fuori! La messa finisce con un verbo in levare, “andate in pace”. Non dice “restiamo qua tranquilli rimaniamo nella pace”. Ogni tanto ci vuole qualcuno che ci dice “calma!”. NO! “ANDATE IN PACE!”. Quanto è bello che la chiesa italiana, anche attraverso la persona di Papa Francesco abbia pensato a questo percorso: fare a piedi ciò che in realtà dovremmo fare dentro ciascuno di noi. Che cosa serve la chiesa se non semplicemente ad aiutarti a metterti in cammino, con la certezza che in questo cammino incontri Qualcuno. Anche in questo caso con un nome proprio. Perché avere fede non significa avere semplicemente avere fede in una qualunque risposta, in un senso alto dell’esistenza, in qualcosa che si nasconde al di la del cielo, per noi la risposta ha un nome e un cognome: è GESU! E sentite come accade questo incontro: “Gesù allora si voltò, e vedendo che lo seguivano disse << Chi cercate? >> risposero << Rabbi, dove abiti?>>.

È interessante questa cosa, tu incontri Cristo e dici “se io incontro Cristo ho incontrato la risposta”. Invece incontri Cristo e incontri uno che in una maniera fastidiosa di dice “Che vuoi? che cerchi?”. L’incontro della fede inizia con una consapevolezza di una felicità che tutti stiamo cercando dentro di noi. Ma finche qualcuno non ti fa la domanda, finché qualcuno non te lo dice esplicitamente, tu non lo sai. Tu ti muovi quasi spinto inconsciamente da qualcosa, incontrare Cristo significa incontrare uno che dice “Si ma che vuoi? Che cosa stai cercando? Perché stai con questa ragazza? Perché vuoi fare una famiglia? Perché vuoi fare il prete? Perché vuoi fare il medico? Perché vuoi fare qualunque cosa? Perché ti svegli la mattina? CHE COSA STAI CERCANDO?

Voi sapete che la maggior parte della nostra vita cerchiamo di non farci questa domanda. Di vivere ma senza domandarci questa cosa, perché abbiamo paura della risposta. Forse abbiamo paura che non esista una risposta. E le persone ci servono per non pensare a questa domanda. Quella ragazza, quel ragazzo ci servono per non pensare a questa domanda. Una famiglia la faccio perché tutti fanno una famiglia, esattamente per non farmi questa domanda. Ma si può vivere così? Nessuno può dire di avere incontrato Cristo finché non incontra qualcuno da amare e, incontrando qualcuno o qualcosa da fare, si sente trafitto da questa domanda “che cosa sto cercando veramente?”.

Quando ci dicono che dobbiamo imparare a pregare, non ci stanno dicendo che dobbiamo imparare nuove parole, nuove formule, ma che dobbiamo imparare a darci il tempo di lasciarci trafiggere da questa domanda. Il tempo di sentire dentro di noi il dolore, la paura, la vertigine, e se non c’è una risposta, se niente ha un significato? Vi siete domandati perché ai tempi nostri abbiamo così difficoltà a fare delle scelte? Perché abbiamo così difficoltà a scegliere delle cose definite, o delle cose grandi? Cerchiamo sempre cose molto piccole e molto gestibili. Noi non siamo fatti per cose piccole e gestibili, non siamo fatti per accontentarci, noi siamo fatti per cose grandi, immense, per la felicità. Io rifletto spesso che viviamo in un tempo in cui abbiamo paura di dire a una persona “ti voglio amare per sempre” e viviamo il tempo in cui ci tatuiamo il corpo con delle scritture indelebili. Che cos’è quel tatuaggio se non un grido? Un grido di un per sempre che a volte non riusciamo a scegliere con la nostra libertà, perciò lo portiamo sul nostro corpo. Non voglio fare la morale a ciò che facciamo, voglio semplicemente dire che è ineludibile questa domanda e noi troviamo diecimila modi per dire che abbiamo bisogno di cose grandi, di cose definitive, di cose che riempiano la nostra esistenza. Tu incontri Cristo, quando incontri questa crisi, non quando incontri qualcuno che ti dice “vieni qua che ti do un bell’abbraccio”. Gesù è esattamente uno che prima di darti un qualsiasi abbraccio di chiede “che cosa stai cercando?”. Non è un rifugio, è un trampolino. Ed è molto bello che la risposta di questi discepoli non è una risposta da manuale e che loro abbiano trovato il modo di essere all’altezza di questa domanda. <<Che cercate?>> e loro risposero <<Rabbi, dove abiti?>> che tradotto significa “siamo stanchi delle parole, delle teorie, vogliamo l’esperienza”. Uno vi può spiegare in tutti i modi e con tutte le parole che cos’è l’amore, ma arriva un momento in cui tu vuoi essere amato e vuoi amare. Uno può partecipare a diecimila corsi sulla spiritualità della coppia, ma a un certo punto vuole incontrare qualcuno. Uno può spiegarti come bisognerebbe far ei genitori, ma a un certo punto tu desideri dei figli. Noi abbiamo bisogno di fatti. E arriva un momento in cui dnetro di noi questo domandiamo al signore: non vogliamo più le parole, non vogliamo più le teorie, vogliamo un fatto, un’esperienza, non vogliamo più incontrarti come catechismo, come teoria, vogliamo incontrarti come esperienza. Non vogliamo incontrarti come trasmissione di valori, di idee, di comandamenti che sono tutte cose buone, ma non sono ancora Cristo! Io voglio capire cosa c’entri con me quando sono davanti al Santissimo e quando sono sotto alla doccia. Quando sono nei banchi di una chiesa e quando sono al supermercato. Io voglio capire cosa c’entri tu e cosa c’entra questa esperienza con tutto quello che faccio, non solo con una parte della nostra vita. Noi vogliamo sapere dove abiti, vogliamo dove ci dai una cosa che non abbiamo tu: la bellezza del quotidiano, non la noia della routine. Vogliamo la bellezza delle cose di ogni giorno. Dove la troviamo?

Ecco quando cerchiamo Cristo noi stiamo cercando uno che ci dia un’esperienza, ma dobbiamo essere disposti a questa esperienza. Per questo Gesù a questa domanda risponde con un’indicazione precisa <<Venite e vedrete>>. Non dice << vedete e poi venite>>. Dice “Venite e vedrete”. Non è uno che ti dice “ora ti faccio vedere la fotografia del paesaggio che si vede sopra il Gran Sasso e poi sali” è uno che ti dice “Sali e vedi il panorama” Sei disposto a fare qualcosa? Se tu sei disposto a fare qualcosa, io ti prometto che vedrai. Ma noi vogliamo sempre uno che ci indica quello dovremmo vedere, e poi fare le cose. Questa è una cosa orribile. È leggere i romanzi dall’ultimo capitolo: dimmi come va a finire e poi vediamo se leggo il libro, dimmi come finisce il film e vediamo se vengo al cinema, dimmi qual è la fine di stagione del Trono di Spade poi vediamo se mi vedo 6/7 stagioni. Se uno fa qualcosa del genere con voi vi ha tolto il bello della vita. Ma paradossalmente noi non siamo più disposti di fare la fatica di fare un viaggio in noi. Ci accontentiamo che qualcun altro ci dica le cose. E pensiamo che ce le debba dire il papa, il vescovo, il papà, la mamma, i nostri professori, “gentilmente diteci come va a finire, poi vediamo se vogliamo fare questo viaggio”. Ma questo non è il cammino della fede, non è il cristianesimo. Il cristianesimo è “venite e vedrete”. Venite e vedrete.

Pensate a Luigi, ma quando ha lasciato casa, quando ha rinunciato al suon nome, quando ha lasciato tutto, perché lo ha fatto? Tenete in mente questa domanda: perché lo ha fatto? Se tu lo guardi semplicemente con gli occhi del mondo, tu dici “questo è pazzo”. Ma Gesù ci spiega questa pazzia, ce la spiega con due parabole. A un certo punto ci dice: “Il regno di Dio è come un uomo che trova un tesoro nascosto in un campo”. Quando trova questo tesoro, lo seppellisce ancora, vende tutto quello che ha e compra quel campo. Il regno di Dio è simile a un uomo che cerca terre preziose. Quando ha trovato la terra preziosa vende tutto e compra la terra preziosa. Che cosa voglio dirvi con tutto questo usando le parabole che Gesù ci ha raccontato? La vita vale la pena soltanto se tu sei disposto a rischiare qualcosa, se sei disposto al rischio, a dar via tutto per una cosa che capisci essere la più importante. Ma se tu trovi un tesoro nascosto, ma non vuoi lasciare gli altri campi e chiedi “c’è un modo per uso frutto di questo tesoro senza lasciare gli altri campi?” NO! Ciò che conta vale il rischio di perdere tutto il resto, e uno che ti guarda da fuori ti dice “questo è pazzo a vendere tutto per un piccolo appezzamento di terra!”. Ma questi che ne sanno del tesoro nascosto? Succede sempre tra i ragazzi quando a un certo punto uno si innamora seriamente di una ragazza e gli altri dicono “ma questo è scemo, si è fatto intrappolare da una, potrebbe averne centro”. Ma che ne sanno loro? Che cosa ne sanno di che cos’è veramente l’amore quando tu l’incontro? Che sei disposto a lasciare le altre migliaia di donne per quell’unica donna…Ed è così per ogni ambito della nostra vita. È stato così anche nella vita di Luigi, quando ha capito che ciò che contava non era lì… e che uno può deporre la corona, può deporre i titoli, può cedere la primo genitura a un altro, può essere considerato matto dagli altri (e Santo dopo, dopo la morte, dopo), in quel momento essere un problema per la famiglia, per tutti, per i gesuiti stessi che lo devono accogliere: è troppo ingombrate il figlio dei Gonzaga. Ma come si fa a fermare una persona che ha trovato il tesoro nascosto nel campo? Ma voi ce l’avete il tesoro nascosto? Ce l’avete la terra preziosa? Questo vuole dirci la chiesa quando ci dice che ognuno di noi ha una vocazione. Non vi sta dicendo che dovete fare i preti o sposarvi…vi sta semplicemente dicendo che la vita vale la pena per qualcosa che vi fa escludere tutto il resto, in una maniera matta, esagerata. Tutti abbiamo una vocazione. L’avete trovata? O avete trovato un compromesso? O state cercando un compromesso?

Vedete che percorso ci fa fare questo vangelo? Tu pensavi di trovare risposte, certezze, rassicurazioni e invece trovi domande, crisi, cammini, tesori per cui fare investimenti, sguardi da cambiare, parole da ritrovare, vite in cui si sceglie. Luigi lasciò tutto per il meglio. Qual è il nostro meglio? Nessuno può rispondere a questa domanda, se non ciascuno vivendo la propria vita e accorgendosi di ciò che sta accadendo dentro la propria vita. E poi tutto arriva al clou di questo vangelo, che può sembrare semplicemente una annotazione marginale, come la maggior parte dei racconti del vangelo, sono fatti di dettagli che tu diresti “sono di riempimento”. Nel vangelo nulla è di riempimento”. E questo brano finisce così: “Uno dei due che aveva udito le parole di Giovanni era Andrea, fratello di Simon Pietro”. Ricordatevi che ci troviamo all’inizio del vangelo di Giovanni e questa annotazione ci sta dicendo che tutto quel caos che scoppierà da quel momento in poi nasce quel pomeriggio alle 4, e nasce a un certo punto perché due persone incontrano Lui, che in realtà sono fratelli di altre due persone a cui loro parleranno, e che loro a loro volta si intrecceranno in amicizie, rapporti, in una serie di eventi che sembrano fortuiti e casuali ma che a un certo punto ci accorgiamo essere la chiesa. Sapete come agisce lo spirito per farci essere qui dopo duemila anni? Se noi siamo qui questa sera è per questo pomeriggio, per un intreccio misterioso di amicizie, conoscenze e passaparola. Questo è il miracolo che ci ha donato Cristo: che le nostre amicizie possono legare qualcosa di immenso, il Vangelo! Fargli attraversare tutta la storia, la parola buona, il tuo sorriso, il tuo messaggio, il tuo sms, la tua iniziativa non è qualcosa di banale, quando la leggi in quest’ottica. Anche tu hai un fratello, un amico, un qualcuno, un conoscente, uno che incontri…Dovremmo di nuovo tornare a guardare con occhi nuovi che cos’è questa chiesa, se non un intreccio di umanità, dove non esiste il caso, ma la provvidenza, che attraversa la nostra libertà, che ci provoca, che domanda il nostro si, che domanda a ciascuno di noi di essere unici, irripetibili, che ci domanda di non essere Giovanni Battista, di non essere Luigi Gonzaga. Questo è un errore immenso: pensare che essere santi significa essere come Luigi. Luigi è stato come Luigi. Noi possiamo imitarlo se ciascuno di noi prende sul serio sé stesso, il mistero di sé stesso.

Vorrei concludere forse con lo stesso mistero che c’è davanti all’orizzonte degli occhi di Luigi. Lascia la sua famiglia, pensa di aver trovato la sua strada, va a Roma, comincia il suo nuovo Noviziato, tornerà in famiglia per risolvere alcuni problemi, torna a Roma, prende ancora più seriamente la sua strada, il suo cammino, sogna di diventare prete, magari missionario, di aiutare, di annunciare, di soccorrere, di essere un segno di consolazione, uno che da completamente la vita per Cristo. Si ritrova invece in una Roma che è attraversata dalla peste. La peste apparentemente non ha niente di Teologico, non ha niente di romantico. La gente muore, a migliaia muoiono, ricchi e poveri. Luigi è li. Cerca di fare la tua parte, e continua a sognare qualcosa per la sua vita. Non certo di diventare papa, cardinale o vescovo, ma semplicemente di servire il Signore con tutta la sua vita. Ma non si immagina come sarà. Poi un giorno, un mattino, incrocia un moribondo…chissà quanti moribondi a Roma in quel periodo. Gli chiede di fare qualcosa di incosciente, di caricarselo sulle spalle, di portarlo al loro ospedaletto. Poche ore dopo quel moribondo sarà morto. A lui comincia a venire la febbre, la febbre alta. I suoi confratelli capiscono che ha avuto un contagio, della stessa malattia. E ora? Che ne sarà di quei sogni? Che ne sarà di tutto quello mi ero immaginato? La notizia arriva anche alla sua famiglia. E noi sappiamo, dall’ultima lettera che Luigi scrive alla Madre, che pensava di aver capito tutto, cioè che non aveva capito niente. E che il Signore l’aveva stupito. Lui si immaginava una vita spesa per chissà quanti anni nel nome del Signore e invece si accorge che a 23 anni il signore l’ha portato già nel porto, alla fine di un percorso. Il Signore lo fissa negli occhi attraverso questa malattia e gli dice “Luigi tu mi ami? Sei disposto a morire per me?” Luigi aveva scampata più volte nella sua vita le malattie, aveva rischiato più volte di morire. Questa volta no. Non c’è scampo per Luigi. E il suo si è quello che ce lo fa ricordare fino ad oggi.

Vorrei lasciarvi esattamente con il si di Luigi, che ci dice un’unica cosa: “Che cercate?” ci ha detto il Signore nel vangelo di oggi. E noi vorremmo dirgli: “Signore cerchiamo un motivo, un solo motivo per cui dare la vita, per cui morire. Dacci un motivo per cui morire e avremo dato un senso a tutta la nostra vita”.

Catechesi in occasione del 450° anniversario della nascita di San Luigi

Basilica di San Luigi, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Giovedì 28 giugno 2018

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