don Fabio Rosini – «Quante volte dovrò perdonargli?» (Mt 18, 21)

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L’argomento è centrale: se uno non sa di questo argomento, se non ha dimestichezza nell’ambito del perdono, della misericordia, non sa di cristianesimo. Gesù Cristo è misericordia ed io, molto indegnamente, in questo luogo, provo a dire quel poco che so ed il molto poco che ho imparato a saper fare secondo la Parola di Cristo… perché in questo siamo tutti principianti, per questo dobbiamo sempre imparare da capo, per questo dobbiamo sempre ricominciare.

La frase che, fondamentalmente, mi è stato chiesto di commentare, è la frase: «Quante volte dovrò perdonare a mio fratello?».

Questa frase si trova al versetto 21 del cap. 18 del Vangelo di Matteo. Allora, la inquadriamo un pochino perché, all’interno di un sistema, non si dovrebbe mai leggere il testo se non si legge anche il contesto; è importante capire un po’ perché c’è questa domanda da parte di Pietro, che è, appunto, colui, che pronuncia questa frase.

Il Vangelo di Matteo è organizzato su cinque grandi discorsi, cinque capisaldi, che organizzano il materiale di tutto il Vangelo. In questo ambito, quello che succede, è che siamo nel discorso così detto ecclesiastico, il primo grande discorso, al cap. 5°: è il discorso della Montagna, è il sermone per eccellenza di nostro Signore Gesù Cristo, la Sua programmazione del Regno dei Cieli, il più bello, il più magniloquente dei discorsi, che Gesù ci lascia.

Poi, al cap. 10°, avremo il discorso missionario e, al cap. 13°, il discorso parabolico, cioè le parabole; quindi, arriviamo a questo nostro discorso, che è il discorso ecclesiastico.

In questo discorso noi abbiamo una trattazione di temi che riguardano la relazione fraterna. Comincia dal fatto che c’è un problema di rivalità, dice: «In verità vi dico: se non vi cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Il più grande nel regno dei cieli è chi si fa piccolo come questo bambino; e chi accoglie nel mio nome un bambino come questo, accoglie me». É importante una lettura completa del capitolo, per entrare, poi, nell’argomento.

«In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Chi, dunque, è più grande nel Regno dei Cieli?”».

Allora, tutto parte da un problema: “chi è più grande”. Quando si è insieme, subito bisogna stabilire chi è il meglio. Il problema è, visto che stiamo parlando del Regno dei Cieli, chi è il più grande… Infatti, immagino che nei vostri gruppi ecclesiali non avete questo problema: mai c’è il problema di chi comanda, di chi è più importante…, mai!

«Gesù, chiama a sé un bambino lo pone in mezzo a loro e dice: In verità vi dico: se non vi convertite e diventerete come dei bambini non entrerete proprio nel Regno dei Cieli, perciò, chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei Cieli».

Qui la corsa è all’incontrario, cioè è una corsa a farsi piccoli, a farsi ridimensionare dal Regno dei Cieli, che richiede tutto il contrario di una logica di autoaffermazione.

Continuo: «…e chi accoglie nel mio nome un bambino come questo accoglie me». Arriva un bimbo ed è arrivato Dio….

«Chi, invece, scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata dall’asino e fosse gettato negli abissi del mare». Quanto è duro! Scandalizzare un piccolo… gravissimo!

Attenzione però, scandalizzare un piccolo non vuol dire semplicemente, per esempio, far riferimento a certe porcherie che certi cristiani possono fare e che sono tragica cronaca, cose di cui, guardate, con quanta durezza il Signore ne parla…; no, non vuol dire solamente questo.

Scandalo, nella etimologia della parola greca, indica contrapposizione: quando due cose sbattono l’una contro l’altra. Dunque l’idea dello scandalo, non è tanto l’idea del fatto di andare sui giornali, no; scandalo è quando si creano contrapposizioni, ed ancor di più, quando si mette nel cuore di un piccolo la rivalità, il fatto di dover primeggiare.

Immagino che, grazie a Dio, nessuno di voi abbia detto a suo figlio “fatti valere, sii il primo” o abbia messo nel cuore di un bambino la rivalità. “Devi essere primo, devi superare gli altri”…, mai successo di creare faziosità?… Meglio mettersi una macina al collo e buttarsi nel mare che mettere nel cuore di un bambino la rivalità.

Dice ancora: «…è inevitabile che avvengano scandali, ma guai a l’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo». E’ inevitabile, la gente rivaleggia, la gente crea partiti, demonizzazioni.

Purtroppo è inevitabile, perché l’uomo crede di avere il compito di superare il prossimo, di sentirsi migliore del prossimo. Quello strano gusto che abbiamo a parlar male dell’altro…, è perché quando tiri giù l’altro ti elevi tu; parlar male degli altri è un modo per consolarsi, cioè “io farò schifo, ma tu fai più schifo di me”.

«E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo che per colpa del quale avviene lo scandalo…
…Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo…».

Noi pensiamo spesso che questa parola riguardi un po’ la purezza e vari altri peccati, no; qui si sta parlando dello scandalo, cioè delle contrapposizioni, della rivalità tra fratelli.

Se la tua mano o il tuo piede dà occasione agli altri di creare antagonismi, taglialo: meglio tagliare via un tuo membro, piuttosto che tagliare un fratello…; sta entrando nell’argomento. … È meglio entrare nella vita monco o zoppo che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno, nel luogo che spetta a chi crea antagonismi.

«…e se il tuo occhio è occasione di scandalo, cavalo, gettalo via da te, è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco».

Giovanni Crisostomo dice: Ma perché hai i denti?… Per acciaccare la lingua, per questo Dio ti ha donato i denti, cioè per non dire stupidaggini, per non dire cattiverie, per non emettere giudizi: meglio che la tua lingua sanguini piuttosto che sia l’origine di una maldicenza, l’origine di una cattiveria che contrappone le persone.

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei Cieli».

Infatti, è venuto il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto…; attenzione perché più è piccolo e più è sicuro che il suo angelo veda il volto di Dio; che bella espressione per dire quanto il più piccolo e il più facilmente disprezzabile sia prezioso agli occhi di Dio!

Per continuare, «…se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una non lascerà forse le novantanove sui monti per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di ritrovarla, in verità vi dico, si rallegrerà più per quella che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro: non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli». La va a cercare!

La Chiesa è chiamata ad esercitare la misericordia, è chiamata ad esercitare la speranza rispetto ad ogni uomo, perché in ogni uomo, anche nel più torbido, nel più corrotto, c’è una pecora perduta. In ogni uomo c’è qualche cosa di perduto da ritrovare, anche colui che noi potremmo definire il peggiore, Dio lo sta cercando.

Molto spesso i grandi malfattori della terra erano dei potenziali santi, che non si sono fatti ritrovare, che hanno rinnegato; andavano cercati meglio. Hitler, sicuramente poteva essere un santo, Stalin poteva essere un uomo di Dio. Dentro ad ogni uomo c’è una pecora perduta, perché non c’è nessuno nato per caso, «tutto ami di ciò che hai creato, nulla disprezzi di ciò che hai creato».

Il nostro Padre Celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli; qui veniamo e ci avviciniamo sempre di più all’argomento in questione.

«Se tuo fratello commette una colpa va e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolta avrai guadagnato tuo fratello; se, invece, non ti ascolta, prendi ancora con te una o due persone, affinché la cosa sia regolata sulla parola di due o tre testimoni; se rifiuta di ascoltarli, dillo all’assemblea, se non vuole ascoltare nemmeno l’assemblea, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo».

E’ impressionante come questo testo sia un grande malinteso. Per esempio, in questo testo c’è chi ci legge l’opportunità che la Chiesa possa anche esercitare, in certi casi, la scomunica. No, letto molto accuratamente non si può leggere questo, ci sono testi di San Paolo che parlano della scomunica. Qui si parla di un’altra cosa: ha appena detto che non vuole che si perda neanche uno solo dei fratelli, anche il più disprezzabile…; se tuo fratello commette una colpa va e ammoniscilo, perché la misericordia non è menzogna ed ipocrisia…, «misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno», dice il salmo, e cioè il Messia è Colui che fa incontrare la verità e la misericordia, è quell’esercizio della misericordia nella verità, della caritas in veritate, della verità nella misericordia e viceversa.

Io dico sempre agli sposi che, quando devono fare lo scrutinio pubblico prima di celebrare il sacramento, gli si fanno tre domande e loro devono riconoscere e dire pubblicamente: di essere arrivati in piena libertà e senza alcuna costrizione e pienamente consapevoli del significato della loro decisione; la seconda domanda è: «siete disposti ad amarvi, onorarvi l’un l’altro per tutta la vita». Perché “onorarvi”? Non bastava “amarvi”?

É perché l’amore non è un atto così, quando uno erutta amore a casaccio questo si chiama sentimentalismo. L’amore ha bisogno di disciplina, l’amore è un atto intelligente, non è un sentimento, è anche un sentimento; l’amore è il bene dell’altro ed il bene dell’altro può essere, certe volte, o impazienza o stare zitti…; se una persona ti ama ci tiene a te. Se un amico pensa che ho sbagliato qualcosa me lo dice ed io sento affetto in quello che dice. Se un tuo amico commette una colpa va e ammoniscilo, diglielo: la prima misericordia è questa. Se si tace la verità è che si ama più il quieto vivere che il fratello, perché nel momento in cui si è disposti ad ammonire lo sbaglio del fratello lo si ama di più che la propria faccia, disposti anche ad essere rifiutati da lui.

Attenti perché nella correzione fraterna ci vuole equilibrio: c’è anche chi ti corregge sempre, anche quando non c’è bisogno, ti dicono tutto quello che pensano… e il problema è che sono loro che giudicano, che è un altro discorso.

Il problema è qui, come la giriamo, stiamo parlando di qualcosa che non è che ora ti dico due norme e tu le applichi; essere cattolici, essere cristiani è un assetto che non è una regola…, è lo Spirito Santo che ti guida e che ogni momento ti può cambiare strategia… Alla fine, la legge fondamentale è il bene dell’altro, che implica cambio di strategia costante: un giorno bisogna menarlo, un giorno bisogna accarezzarlo, quello che lui può sostenere, comunque costruire; il punto è: sempre costruire. Sempre, sempre essere propositivi. Se vai e anche con molta semplicità, molta delicatezza, con tono pacato dici qualcosa all’altro, ma dentro non c’è lo spirito di edificazione, l’altro si sente semplicemente giudicato, categorizzato, etichettato da quello che gli dici. Non serve a niente; con queste cose non si bara e non si imparano con una conferenza…; queste cose sono l’amore, l’aspetto più nobile dell’amore e l’unico aspetto pienamente autentico dell’amore è la misericordia. Non sono cose che “ho capito, le faccio”…, ma implicano un cambiamento costante, implicano preghiera, implicano certe consapevolezze, che adesso piano, piano vengono fuori.

«Allora, va e ammoniscilo, se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello, se non ti ascolterà prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni», cioè fatti aiutare, «se non ti ascolta dillo all’assemblea, dillo alla Chiesa», ma la cosa più interessante è che «se non ascolterà neanche l’assemblea sia per te come un pagano e un pubblicano». Perché? Come è un pagano e un pubblicano? Tutti pensano che il significato sia l’abbandono, il metterlo fuori, ma a me non sembra che sia questa la categoria del pagano e del pubblicano.

Ricordo quello che insegnava il grande cristologo Jean Galot nelle sue lezioni alla Gregoriana e al Concilio Vaticano II°: cos’è un pag ano e un pubblicano? È la categoria di coloro che devi amare così come sono, i nemici, coloro che non si convertono, sono quelli per i quali si dà la vita.

Ti ascolta? Parlagli; non t’ascolta? Trova qualcuno che ti aiuti; non ti ascolta ancora? A questo punto, dai la vita per lui, perché con alcune persone bisogna parlare di Cristo, ma con altre bisogna essere Gesù Cristo.

Alcune persone possono collaborare ed aiutarti per amare, altre vanno amate e basta. Ti lasci crocifiggere e prendi il peso dei loro peccati: questo è un pagano ed un pubblicano e bisogna amarli così come sono. Gesù ha provato a convertire Giuda, anche con parole dure, non ci è riuscito… ed allora lo ama: «Amico per questo sei qui», gli dice quando lo va a prendere al Getsemani; non lo caccia…, ma gli dice: «amico sei qui», la tua missione è questa, mi aiuti a mostrare l’amore. Ci sarà sempre Giuda nell’assemblea, ci sarà sempre Giuda nella Chiesa… A turno siamo un po’ tutti Giuda e non ce ne rendiamo neanche conto quando ci succede…, in quel giorno siamo il pagano e il pubblicano inconvertibile, da amare.

«Perché tutto quello che legherete sulla terra sarà legato anche in Cielo e ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in Cielo»: vuol dire che la Chiesa ha un potere meraviglioso di fare cose del Cielo. Cosa lega la Chiesa? Lega le persone nel matrimonio, scioglie i peccati…, sono tutti atti positivi.

La parola che dice nel vangelo di Giovanni al momento della Resurrezione: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi», non vuol dire che voi spadroneggiate il materiale del perdono ma… ricevete lo Spirito Santo, coloro a cui rimetterete i peccati saranno rimessi, gli sarà cambiata la vita, sarà tolto il fardello del peccato…, perché quando ad un uomo gli togli il fardello del peccato, gli cambi la vita. Tutti noi portiamo sul groppone il fardello delle nostre cretinate ed il perdono di Dio non è semplicemente un fatto affettivo che Dio ti ha perdonato, no; è che ti cambia, il perdono di Dio è quella capacità di farti nuovo. Noi diciamo misericordia dalla parola cor – cordis che è il cuore, ma, in ebraico, si dice rakhamim; l’amore misericordioso di Dio, in ebraico, sarebbe l’amore della rakhamim di Dio, dalla radice rekhem che, anziché indicare il cuore come nella parola misericordia, indica l’utero, rekhem, in ebraico, vuol dire utero.

Vuol dire non quell’organo senziente che batte più veloce perché palpita per te, no; ma quell’organo, l’unico che esista, che genera la vita.

La misericordia di Dio vuol dire essere rigenerati, «crediamo in un solo battesimo per il perdono dei peccati», che cosa vuol dire? Che crediamo nel sacramento della rigenerazione, che crea uomini nuovi. Il perdono di Dio cambia; mentre nella misericordia il concetto è che cambia chi ce l’aveva con te e ti ha perdonato – ma forse tu resti lo stesso citrullo di prima -, nel concetto ebraico di misericordia, invece, cambia chi è perdonato, i tuoi peccati sono assolti… Ed allora, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, ma a chi non li rimetterete resteranno non rimessi; l’atto è vostro, siete voi che non li rimettete, cioè voi avete una missione e se compirete questa missione cambierete le persone, gli darete la vita nuova ma, se non lo farete queste rimarranno poverette come sono.

È un discorso di responsabilità, cioè i cristiani hanno la capacità – e non solo i sacerdoti ma tutti i cristiani – di far presente ciò che Dio scioglie nel cielo e, sciogliendolo anche sulla terra, di cambiare le persone.

Se non sono i cristiani a parlare del perdono di Dio, ma chi lo può fare? Nessun altro. Se non li rimetterete resteranno non rimessi.

«In verità vi dico, se due di voi sulla terra si accorderanno per domandare qualunque cosa al Padre mio che è nei Cieli, ve la concederà, perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome Io sono in mezzo a loro».

Il centro della frase, sottolineata dalla seconda parte: «se due di voi sulla terra si accorderanno per domandare qualcosa»…, è l’accordo; è l’accordo la loro forza; «…perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome»…, è il nome di Cristo che ci unisce, è lì la forza; il fatto è che la forza della preghiera è la comunione, cioè la relazione di unità.

Passa come discorso ecclesiastico perché sta parlando della Chiesa: è una chiamata alla comunione, una comunione ordinata, intelligente. Ognuno ha il proprio ministero e si chiama comunione gerarchica – “Hierarchica communio” è la definizione tecnica -, ed indica quel luogo dove ognuno ha il proprio posto, la propria missione ed è questo che diventa la potenza della preghiera della Chiesa. Accordarsi, avere lo stesso cuore, “corcordis”, avere comunione autentica.

Avendo capito il discorso – non come noi che i discorsi precedenti li abbiamo fatti diventare delle accuse -, Pietro si avvicinò e chiese: «Signore quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me».

Quante volte dovrò perdonare?

Quante volte dovrò perdonare mio marito che mi manca di carità gravemente? Quante volte dovrò perdonare mio padre che mi ferisce? Quante volte dovrò perdonare un mio collega di lavoro che mi fa un’ingiustizia? Quante volte dovrò perdonare i tradimenti, le slealtà, le ferite?

Pietro chiede: «fino a sette volte?». E’ tantissimo!

Tuo marito ti potrà tradire sette volte? Quando lo hai sposato gli hai promesso di essergli fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia…, il che significa che quando tu per me sei malattia, cioè mi fai ammalare, io ti sarò fedele…, anche quando mi darai dolore.

L’amore è vero se è senza condizioni. “Io ti amo però…”, allora tu mi ami solamente a condizione. L’amore è un atto unilaterale, non è che ami perché l’altro ti ama, l’amore non si deve pretendere da nessuno.

Perdonare sette volte è tantissimo, ma proprio tanto; ma Gesù risponde: «non ti dico fino a sette ma settanta volte sette». È tantissimo!… È chiaro che è paradossale, ma non c’è limite al perdono, non esiste nessun caso in cui sia sbagliato perdonare; bisogna perdonare sempre, vuol dire che non esiste una volta che hai colmato la misura.

Per comprendere meglio, vi è una parabola: «Il Regno dei cieli è simile ad un Re che vuole fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti se ne presenta uno che gli era debitore di diecimila talenti; non avendo costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui, con la moglie ed i figli e con quanto possedeva e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, così lo supplicava: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, incontrò un altro servo come lui che gli doveva 100 denari e afferratolo lo soffocava dicendogli: “Paga quel che devi”. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”.

Egli non lo volle esaudire, andò e lo fece gettare in carcere fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone lo fece chiamare e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il tuo debito perché mi hai supplicato, non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno? Io ho avuto pietà di te!”. E sdegnato il padrone lo dette in mano agli aguzzini finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Cerchiamo di capire, perché in questo testo vi sono degli enigmi.

Pensiamo, questo servo, appena uscito dal padrone, afferra per il collo il suo collega: perché si comporta così? Ci deve essere una spiegazione a questa parabola che è paradossale.

La domanda che noi ci dobbiamo fare è: ma perché questo uomo si comporta così? Appena uscito con un debito condonato, lui prende per il collo uno che a sua volta gli deve un debito. Dobbiamo capire! Ma – per capire – ci dobbiamo porre un’altra domanda: perché, invece, il padrone a lui lo ha perdonato? Viene da rispondere: perché questo lo prega; infatti, il padrone nella parabola lo dice: “Ti ho condonato il debito perché mi hai pregato”.

Il padrone è generoso in una maniera un po’ sorprendente…, certo è Dio… Tutto giusto, ma la parabola deve avere una sua coerenza, deve essere una storia possibile…

«Cominciati i conti gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti…» (dovete sapere che un talento è 33 Kg di oro, pensate un po’ a 10.000 talenti! 33 Kg d’oro…, alla quotazione di qualche mese fa siamo circa sui 28 € al grammo, questo vuol dire che 1 Kg d’oro sono 28.000€; quindi vuol dire che un talento, che sono 33 Kg d’oro, sono all’incirca 925.650 €, 10.000 talenti sono 9.257.000.000 di €, più o meno 18 mila miliardi di lire).

Stiamo parlando di una manovra finanziaria. È stato calcolato più o meno quanto era l’erario di tutta la Palestina e questa cifra corrisponde a un terzo dell’erario dell’intera Palestina riscosso dai romani al tempo. Il debito è spaventoso, enorme…

Dice che lui prega, ma non è esatto: «…allora quel servo gettatosi a terra lo supplicava: “Signore, abbi pazienza con me, e ti restituirò ogni cosa”».

Riuscite a sentire la paradossalità della frase: secondo voi è una preghiera questa?

«Signore abbi pazienza con me»: il problema non è mio è tuo che non hai pazienza, se tu ce l’hai io ti restituirò tutto.

Tutto? 9.257.000.000 euro? Non dice: “proverò a restituire una parte del debito”, ma dice di poter restituire tutto; avvertite quanta saccenza e superbia c’è in questa preghiera?

Ricordo che avevo un parente che chiedeva sempre denaro in prestito e ricordo mio padre, sconsolato, che diceva sempre: “Ma sai che mi ha detto pure stavolta: ‘questo non è un regalo, questo è un prestito perché te lo restituisco’; e mentre lui dice così, tu stai pensando: “Ma che mi restituisci, ho deciso di darti questi soldi; basta, mi offendi se mi dici così, perché vuoi stare alla pari con me”.

Se uno è riuscito a fare 10.000 talenti di debito, 9.257.000.000 di euro, vuol dire che il tuo sistema di vita è sbagliato, sei uno che fa debiti e tutti i soldi che ti si danno ti vengono dati a fondo perduto. Sono soldi persi con te, ma tu non accetti questo discorso.

Come i tossicodipendenti che dicono: “Io smetto con la droga quando voglio!”, ma tu sai benissimo che un tossicodipendente si può aiutare quando lui ti dirà: “Non ce la faccio da solo, aiutatemi”.

Quando uno gioca d’azzardo, si potrà aiutare quando lui ti dirà: “Sono un malato, aiutatemi”.

Mi devo mettere sotto obbedienza, sotto disciplina, perché stiamo parlando dei debiti…; «rimetti a noi i nostri debiti»…, stiamo parlando dei peccati.

Per quanto si dia da fare, dice un Salmo, un uomo non può pagare la sua vita.

Bisogna entrare in una logica: c’è un debito che nessuno può pagare e non possiamo dire: “se mi do da fare mi rimetto in paro”, perché i nostri peccati hanno una legge intrinseca…, una volta che li hai fatti non è vero che rimedi, si può cambiare atteggiamento, si può iniziare a fare il bene, ma il male fatto rimane. Attenti.

Mi impressiona quando porto i giovani alle Grotte di Frasassi, ogni tanto qualcuno allunga la mano per toccare una stalattite o stalagmite e il grasso che sta sulla mano blocca la crescita della concrezione…; per essere come sono ci sono voluti migliaia di anni, da quel momento in cui è stata toccata essa non cresce più perché il grasso della mano impedisce al carbonato di calcio di solidificarsi e piano, piano, diventano nere. Quanti imbecilli hanno allungato le mani per bloccare le stalattiti e le stalagmiti che ci hanno messo migliaia e migliaia di anni a formarsi per creare quello spettacolo meraviglioso!

Così, questo uomo si rifiuta di accogliere un’istanza, una situazione: cioè, che i nostri peccati non si rimediano. Il male fatto non si rimedia. Se ammazzi un uomo, Dio ti perdona, la moglie ti perdona, ma quell’uomo resta morto, e questo è un fatto che resta nella tua vita.

Se un giorno avete umiliato un bambino, questo gli rimarrà per tutta la vita; se tu un giorno hai tradito tua moglie, lei ti ha perdonato e tu hai cambiato vita, tu l’hai umiliata…, ed ogni tanto lei si intristisce. Perché? Perché nel suo cuore si riaffaccia il dolore della vostra intimità violata.

Una cosa importante è che il perdono costa sangue a chi lo dà e a chi lo riceve, se no non ha la sua efficacia. Essere perdonati è umiliante; osservate come fa Gesù con Pietro: lo incontra da risorto e gli domanda: “Pietro mi ami tu?” e Pietro sicuro gli risponde: “Certo

Signore che ti amo”, e il Signore: “Pasci le mie pecorelle”; per tre volte il Signore gli pone la stessa domanda e alla terza volta Pietro si intristisce, rispondendogli: “Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo”. Perchè il Signore glielo domanda tre volte? Perché per tre volte Pietro lo ha rinnegato. Gesù lo tortura fino ad arrivare a quella tristezza…, la tristezza di dire: per tre volte ti ho rinnegato, tu sai che ora ti amo, ma non ti ho amato sempre.

«Tardi ti amai», dice Sant’Agostino, …è portare un dolore nel cuore.

Francesco piangeva; abbiamo una delle poche riproduzioni di Francesco in cui si asciuga le lacrime, è una delle riproduzioni più antiche, credo fatta quando il Santo era ancora in vita. Le fonti parlano di questa frase, che non è attribuibile direttamente a Francesco, però ne mostra bene lo spirito: “Piango l’amore non amato”. Piangere l’amore non amato, piangere il proprio peccato… è una cosa importante!

Pietro deve diventare triste. Giuseppe per perdonare i suoi fratelli li tortura: li fa andare, tornare, non si fa riconoscere subito; lui li ha perdonati ma sono loro che devono capire…, e capiscono solo quando Giuda dice ai fratelli: “Ora ci ritorna addosso quello che abbiamo fatto; ma non vi ricordate il fratello che abbiamo venduto?”.

È importante patire la propria impotenza di fronte al male fatto, è importante che questa tristezza entri nel nostro cuore, è importante che noi ricordiamo che sono sempre diecimila talenti i nostri peccati, cioè non possiamo pagare, nessuno di noi può dire: “abbi pazienza con me, e rimedio tutto!”… Ma che rimedio e rimedio, quello che è perso è perso, quello che è rotto è rotto. Quante volte Dio deve riaggiustare la nostra vita e ricominciare da capo… E dobbiamo pensare anche al bene che non abbiamo fatto, pure questo è peccato, anzi, i peccati veri sono quelli di omissione.

Come è facile parlare con te quando hai riconosciuto il tuo errore, come sei tenero con gli altri quel giorno, come sei disposto a guardare gli altri con dolcezza, come ti arrabbi meno.

Chesterton diceva: «I giovani sono innocenti e amano la giustizia, i vecchi sono colpevoli ed amano la misericordia». La saggezza dovrebbe farti avere questo senso di un debito impagabile, un debito che non pagherai.

Noi cristiani non siamo chiamati a non fare il male ma siamo chiamati a fare il bene. Ripeto che i grandi peccati sono quelli di omissione. C’è qualcosa di bello che dovevamo fare e che non abbiamo fatto e quello manca: la parola che non hai detto, la pazienza che non hai esercitato, il servizio che non hai fatto con amore.

È importante questa tristezza. Perché? Dove voglio arrivare? Voglio arrivare ad un punto ben preciso.

«Quante volte dovrò perdonare a mio fratello?». E’ interessante: “dovrò”. Il dovere qui può avere due colori: è una legge che mi obbliga a farlo… e sembrerebbe questa la domanda. Gesù vuole rovesciare l’argomento: “Dovrò” perché sono costretto, “dovrò” perché non posso fare altrimenti, non è un problema di legge è un problema di urgenza e devo perdonare.

Lasciamo ancora in sospeso il discorso.

Dobbiamo dire, ancora, un altro pezzo della parabola.

Perché questo uomo esce e prende per il collo colui che gli doveva 100 denari?

Ricordate la parabola della vigna, il salario di una giornata di lavoro era 1 denaro, quindi 100 denari sono tre mesi abbondanti di lavoro.

Concretamente, 1 denaro a quel tempo era 3,4 gr d’argento, l’argento sta a 460 euro al kg, il che vuol dire che 1 denaro è equivalente a 1 euro e mezzo. 100 denari vanno da un minimo di 156 e ad un massimo, che sembrerebbe il più corretto, di 1.500 euro, dieci volte tanto. Tre mesi di salario di un bracciante povero, di uno che prende 500 euro al mese.

Perché lo prende per il collo, lui che ha appena detto al padrone: “Abbi pazienza con me, ti rifonderò il debito”. Quando il padrone lo ha perdonato, lui non ha capito che è stato perdonato perché, non essendo in grado di risarcire il debito contratto in quanto cattivo amministratore, potesse diventare tramite il perdono un uomo felice, allegro e in grado di rimettere i debiti agli altri. Ma questo servo non ha capito la lezione, non ha la tristezza che è necessaria per ricevere il perdono. Noi abbiamo sempre detto che per ricevere il perdono dei peccati è necessario il pentimento. “Pathos”, tradotto anche “afflizione”…, ci vuole dolore ed è da quel dolore che si pesca un tesoro meraviglioso. Entra nel baratro di quel dolore, serve.

Giuseppe tortura i fratelli finché non entrano nel dolore.

Natan va da Davide a raccontargli la storia di quell’uomo perché Davide si addolori… e allora quindi lo può perdonare.

Gesù tortura Piero finché Pietro non diventa triste ed allora gli dirà: quando eri giovane facevi ciò che ti pareva, ora che sei diventato adulto mi obbedirai; mi ubbidirai non perché, come pensavi prima, sei forte, ma perché stai davanti a me umilmente. Stai davanti a me come chi è stato perdonato.

Mi impressiona il Padre nostro: “Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Il problema è che io non perdono perché sono tanto buono da perdonare, perdono perché devo, non mi posso permettere altro, perché io devo essere perdonato.

Arrivo al punto. Fratelli e sorelle cari, se abbiamo un problema di misericordia col prossimo con frasi del tipo: “non riesco a perdonare”…, “devo perdonare”…, stiamo ancora nell’inganno e molto lontani dalla verità. Io che ti parlo non ho il problema di perdonare, io ho il problema di essere perdonato; finché il nostro problema non è quello, finché ragioniamo da creditori come facciamo a dire il Padre nostro?

Se il padrone fa i conti con te, mi pare che il tuo debito sia di 10.000 talenti, uguale al debito mio.

Perdonare è una salvezza, perché è l’unica maniera per rispondere ai nostri peccati. Se il tuo problema è perdonare, vuol dire che il processo è ancora molto lungo per te…, perché tu credi che il perdono sia una elargizione, tu sei buono e l’altro è cattivo e tu lo perdoni.

Tu sei cattivo e hai nel perdono da esercitare verso il prossimo la tua occasione per rispondere, un pochino, al male che hai fatto con il perdono. «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi», dice Davide nel Salmo, dopo aver riconosciuto il suo peccato.

Il perdono non è una cosa che si deve forzare a manifestare, sorge con la coscienza della propria povertà.

Qualcuno potrebbe dire: “Io faccio peccati più piccoli degli altri”, ma se così parli la nobiltà di Dio ti è molto estranea ed io ti rispondo così: “dice il Vangelo: ‘perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?’”. Togli prima la trave dal tuo occhio, e così dopo ci potrai vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.

Ma perché il peccato dell’atro è sempre pagliuzza ed il mio sempre trave?

È una questione molto semplice. Io non mi condannerò per i peccati degli altri ma solo per i miei; saranno i miei peccati che mi manderanno fuori della grazia, i miei sono il mio problema. I peccati altrui mi fanno soffrire, ma non è ciò che entra dalla bocca che contamina l’uomo, dice il Vangelo, ma ciò che esce dal cuore sporca l’uomo. Se tu sei veramente innocente, il peccato dell’altro non ti entra dentro, resta suo. Quando ti entra dentro? Quando diventa un male tuo? Quando lo corrispondi.

Allora noi abbiamo l’urgenza di perdonare e Dio ci manda persone che esercitano nei nostri confronti la nostra possibilità di vivere il Suo perdono: “Signore, grazie, che mi dai questa occasione!”

C’è un detto dei Padri del deserto: ci sono due monaci, uno accanto all’altro, ed ogni tanto vanno in città per vendere i loro cesti di vimini. Ogni volta che ci vanno, c’è un tizio che va da uno di questi monaci e lo offende mortalmente. Il monaco, tranquillo, lo ringrazia; il suo compagno, ad un certo punto, gli chiede perché ringrazi colui che tanto lo ha offeso ed il monaco risponde che lo dovrebbe pagare perché gli permette di vivere il perdono dei peccati.

Bisognerebbe pagare colui che ci fa del male, perché in quel caso c’è la tua occasione…, che i tuoi peccati vengano perdonati. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Quante volte dovrò perdonare?

Nella nostra esperienza di tutti i giorni…, normalmente sono un iroso, uno che reagisce male…: prego sempre con intensità il II° mistero do loroso dove Gesù viene catturato e flagellato alla colonna e gli chiedo: “quando mi darai mitezza, quando risponderò mitemente alle persone, come tu mi rispondi mitemente?”. Offendi un uomo e vediamo come ti risponde, anche se è un uomo che prega sempre; tu prova ad offenderlo e vedrai quale è la sua reazione: sarà violenta, risponderà male e se tirerà fuori dal suo sacco ciò che ha dentro veramente, la giustizia, rabbia, allora non ha capito il perdono.

Dobbiamo pregare costantemente perché Dio ci dia una reazione mite come il Signore Gesù Cristo, perché i nostri conti con Dio non sono in pareggio; non so come voi siete messi, ma se Dio facesse i conti con me, io non me la cavo.

Se Dio applicasse con me i conti come deve, come sono, mi fulmina davanti a voi, perché è quello che mi merito, e non parlo per parlare; i miei peccati sono molto concreti, sono brutti e, nel passato, quando guardo la croce, vedo le mie impronte digitali, vedo come ho lasciato alcune persone della mia vita, come ho ferito e sono stato freddo con alcuni, quello che ho fatto a mio fratello e via dicendo.

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.

È misericordioso chi cerca misericordia, esercita il perdono chi cerca perdono; la misericordia nasce dalla coscienza della nostra povertà, del nostro debito, di un debito impagabile; se noi fossimo nella verità, se noi – semplicemente quelli che siamo qui – fossimo nella pura e semplice verità, oggi chi ci incontra incontrerebbe solo tenerezza, solo misericordia, solo benevolenza… perché siamo tutti molto indietro coi conti!

Testo della catechesi – non rivista dall’autore – così come abbiamo potuto riprenderlo dalla viva voce (N.d.R).

Catechesi tenuta al convegno “Dalla Misericordia al Perdono” del 5-8 febbraio 2011 di Collevalenza.

Fonte