Card. Gianfranco Ravasi – Vecchi e giovani insieme

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«Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di ragazzi e ragazze che si divertiranno nelle sue piazze». Questo idillio – che, purtroppo, si è realizzato solo in parte a Gerusalemme e nelle nostre città, divenute talora preda dell’ansia per gli attentati – è dipinto dal profeta Zaccaria descrivendo l’èra messianica (8,4-5). È un quadro che poniamo a suggello del nostro itinerario nel mondo giovanile della Bibbia.

Il grande poeta tedesco Goethe nelle sue Massime e riflessioni realisticamente ricordava che «se è vero che la giovinezza è un difetto, ce ne correggiamo in fretta». E maliziosamente il celebre filosofo Aristotele osservava nella sua opera Retorica che «i giovani non sono sospettosi perché di male non ne hanno visto molto; sono fiduciosi perché non hanno avuto ancora il tempo di essere ingannati». Insomma, giovani e vecchi appartengono alla stessa esperienza umana, anche se in tappe diverse. E in qualche caso le tappe si invertono, tanto da avere – come affermava Petrarca nel suo Trionfo della pudicizia – «pensier canuti in giovenil etate».

Noi ora concluderemo il nostro percorso cercando di unire le mani delle diverse generazioni e delle classi differenti in un rito di lode a Dio, come suggerisce il Salmista: «I re della terra e i popoli tutti, i governanti e i giudici della terra, i giovani e le ragazze, i vecchi insieme ai bambini lodino il nome del Signore» (Salmo 148,11-13). Anzi, il profeta Geremia, che aveva visto la tragica fine di Gerusalemme e l’esilio del popolo a Babilonia, continuava a sperare in un futuro in cui «la ragazza gioirà danzando e insieme i giovani e i vecchi» (31,13).

Con la fiducia che «i nostri figli siano come piante cresciute bene fin dalla giovinezza e le nostre figlie come colonne d’angolo, scolpite per adornare un palazzo» (Salmo 144,12), si potrà auspicare quello che il profeta Isaia sognava per Gerusalemme: «Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che non giunga a pienezza dei suoi giorni, perché il più giovane morirà a cento anni» (65,20). Un orizzonte luminoso, quindi, che è alla base della speranza messianica e del giorno in cui Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Isaia 25,8; Apocalisse 21,4).

Ma la Bibbia è realistica e sa che la storia umana, prima di approdare alla meta in cui «Dio sarà tutto in tutti» (1Corinzi 15,28), deve percorrere un lungo itinerario accidentato. Ci sono giovani traviati e ribelli, infelici e amareggiati, si incontrano tra loro vittime e assassini. Leopardi confessa che «agli anni miei anche negaro i fati la giovinezza » (nel canto A Silvia). Ed è vero quello che avevano ripetuto altri poeti: «Il frutto della giovinezza – scriveva già nel VII secolo a.C. il poeta greco Mimnermo – precipita come la luce del giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato, è meglio la morte che la vita».

Secoli dopo il nostro Metastasio nel dramma Alcide al bivio (1760) ripeteva: «È la vita un ore da goderne sul mattino: sorge vago, ma vicino a quel sorgere è il cader». Potremmo continuare a lungo, ma non si deve ignorare che dalle pagine bibliche emergono figure gioiose e generose che ci hanno insegnato una verità spesso ignorata: «Vecchiaia veneranda non è quella longeva né si misura con gli anni… [Il giovane], giunto in breve alla perfezione, ha conseguito la pienezza di tutta una vita» (Sapienza 4,8.13).

Fonte: Famiglia Cristiana