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card. Gianfranco Ravasi – Per il regno sono scelti gli “scartati”

In quella solenne omelia che è la Lettera agli Ebrei – un testo così denso teologicamente e raffinato letterariamente da costituire un arduo esercizio di lettura e di meditazione – c’è una suggestiva definizione di tutti coloro che partecipano alla «nuova alleanza» di cui è mediatore Gesù. Essi sono designati in greco come kekleménoi, cioè “i chiamati” (9,15). Proprio per questo il Sinodo dei vescovi che ora si celebra ha un orizzonte il più ampio possibile. Non è solo la vocazione dei Dodici, dei loro successori, dei ministri ordinati, dei religiosi a essere oggetto di riflessione e di impegno pastorale.

Sono tutti i credenti in Cristo a essere coinvolti perché – sempre secondo la Lettera agli Ebrei – egli «non si è vergognato di chiamarli fratelli» (2,11). C’è, quindi, una vocazione primaria alla fede che è aperta a tutti, a giudei e a pagani, come sottolinea Paolo (Romani 9,24), a uomini e donne di tutte le etnie e culture. È interessante notare che l’Apostolo ha adottato il termine greco klésis, “chiamata, vocazione”, presente 11 volte nel Nuovo Testamento (prevalentemente nell’epistolario paolino), per indicare la nuova condizione, lo statuto, la dignità dei credenti.

C’è, dunque, una duplicità di chiamata da parte di Dio. La sua prima voce è universale, si rivolge a tutte le persone perché egli vuole che «siano salvate e giungano alla conoscenza della verità» (1Timoteo 2,5). C’è, però, un’altra voce più “personalizzata” che riguarda il percorso che nella vita ciascuno dovrà affrontare: è quella strada che si deve scoprire con il «discernimento», cioè con l’ascolto e la verifica, e sulla quale si procede poi con i propri carismi, cioè con i doni individuali ricevuti da Dio, anche se sembrano modesti e quasi insignificanti.

Infatti Paolo, scrivendo ai Corinzi, li invita a «considerare la vostra chiamata: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili» (I,1,26). Ma è proprio questa la paradossale scelta di Dio che costruisce il suo Regno di pace, amore e giustizia attraverso gli “scarti” apparenti della società. È suggestivo questo vocabolo, caro a papa Francesco, perché in italiano deriva da “quarto”: è togliere una parte da un quadrato, è appunto uno “squartare”, un atto lacerante.

La chiamata divina è destinata a ricomporre in unità quel quadrato proprio attraverso la parte emarginata e umiliata – gli stolti, i deboli, gli ignobili e i disprezzati, coloro che sono considerati un nulla, come si esprime subito dopo l’Apostolo – ma che è preziosa agli occhi di Dio. Le molteplici vicende di vocazione che abbiamo narrate ormai da mesi nella nostra rubrica riflettono proprio questa caratteristica: la storia della salvezza non è una marcia trionfale di un’armata invincibile; è, invece, il lento e faticoso avanzare nel deserto talora con i piedi insanguinati, con la presenza di ciechi, zoppi e storpi, tutti però desiderosi e capaci di condurre avanti il popolo di Dio fino alla meta finale. In questa folla «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo» (Galati 3,28).

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