Nel suo messaggio Urbi et Orbi della Pasqua del 2007 Benedetto XVI proponeva una riflessione tanto intensa quanto attuale: «Ciascuno di noi può essere tentato dall’incredulità di Tommaso. Il dolore, il male, le ingiustizie, la morte, specialmente quando colpiscono gli innocenti – ad esempio, i bambini vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e della fame – non mettono forse a dura prova la nostra fede?

Eppure paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita. Tommaso ha ricevuto dal Signore e, a sua volta, ha trasmesso alla Chiesa il dono di una fede provata dalla passione e morte di Gesù e confermata dall’incontro con Lui risorto. Una fede che era quasi morta ed è rinata grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano. “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24), è questo l’annuncio che Pietro rivolgeva ai primi convertiti. Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: “Mio Signore e mio Dio”. Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede».

Nella domenica della Divina Misericordia, ottava di Pasqua, la comunità credente sperimenta ancora una volta, nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane e nella comunione fraterna, la presenza del Signore Risorto che con la sua vittoria pasquale ha manifestato pienamente e per sempre la vittoria della misericordia di Dio sul peccato dell’uomo.
Amico Aspertini, pittore bolognese del Rinascimento, ha realizzato un disegno oggi conservato al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi di Firenze in cui sono raffigurate soltanto tre figure. Innanzitutto il Cristo che tiene nella mano sinistra un libro mentre alza il braccio destro e con l’indice della mano indica il cielo.

Gesù Risorto mostra il suo costato squarciato all’apostolo Tommaso che si era rifiutato di credere nella sua risurrezione dai morti testimoniata dalle donne che avevano visitato il sepolcro. L’apostolo, secondo personaggio del disegno acquerellato, è intento a toccare il costato di Cristo a cui si avvicina con il suo volto, quasi a voler penetrare nella ferita con lo sguardo e il desiderio. Un angelo, nel frattempo, è accovacciato dietro a Cristo. Colpisce l’intimità della scena.

L’artista, infatti, ha reso con sapienza e con pochi tratti l’esperienza vissuta dall’apostolo nel suo personale incontro con il Risorto, luce che sorge come l’aurora sulle tenebre del mondo (cf. Is 58,8), il quale dopo la sua risurrezione si mostrò ai suoi discepoli vivo. Scrive S. Agostino: «Il Signore nostro salvatore, deposto il corpo e poi ripresolo, dopo la sua risurrezione da morte si mostrò vivo ai discepoli che avevano perso ogni speranza in lui al momento della morte. Ritornò [in mezzo a loro] in maniera da poter essere visto con i loro occhi e toccato con le loro mani, costruendo così la loro fede e mostrando la verità» (Discorso 265).

La Chiesa, nata dal costato squarciato di Cristo sulla croce, si nutre della fede pasquale e benedice Dio e Padre del Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia l’ha rigenerata, «mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1Pt 1,3-4), e dinnanzi al Risorto ancora una volta con Tommaso proclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).