Anna Maria Menin – L’Avvento

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L’avvento è il tempo dell’attesa di un Dio che si fa uomo, che si fa così piccolo da essere accolto solo dai piccoli e dai poveri. Il tempo presente si gioca tutto nell’accoglienza di questo Dio che, dopo essere entrato nella storia più di 2000 anni fa, continua a venire sulle strade del mondo in ogni uomo, donna, bambino.

L’ha detto Lui stesso: “chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me”. (Mt 18,5). Si è identificato e chiede di essere riconosciuto in un bambino! Sta a dire nel più piccolo, quello che non conta. “Bambino” è sinonimo di ogni povero, emarginato, straniero, rifiutato, “scartato”, per usare il linguaggio di Papa Francesco, che è anche il linguaggio del Vangelo. Gesù stesso infatti si è riconosciuto in quella “pietra scartata” dai costruttori che è divenuta testata d’angolo (cfr Mc, 12,10); è apparso come straniero tra i suoi, considerato come una presenza estranea, pericolosa, da eliminare a causa del suo insegnamento e dei suoi gesti di accoglienza nei confronti di coloro che erano ai margini della vita sociale e religiosa.

Il pensiero va immediatamente alla sfida enorme che ci viene dall’emergenza “immigrazione”, che ci mette in crisi come singoli e come comunità umana. Siamo messi in questione innanzitutto come uomini, perché l’altro da accogliere è uguale a noi in dignità e diritti. Come discepoli di Gesù non possiamo evitare di chiederci da che parte stiamo noi, in questo mondo in cui sono tutt’altre le voci che gridano più forte sull’onda della paura, del sospetto, del pregiudizio, del rifiuto, in cui ci si ostina a costruire muri anziché ponti. Ma perché è tanto difficile aprire la mente, il cuore, le mani all’accoglienza e riconoscere in tutte queste persone che fuggono da situazioni di guerra, di ingiustizia, di povertà, degli uomini e delle donne come noi, che hanno lo stesso valore, lo stesso diritto di esistere e di trovare condizioni degne di una vita umana?

Perché facciamo così fatica a riconoscerci fratelli? Siamo caduti nell’illusione che sia l’avere e il perseguimento del proprio benessere e sicurezza personale a scapito degli altri e del bene comune, a salvarci e a dare senso alla nostra esistenza. Così ci sentiamo minacciati ogni volta che qualcuno viene a chiederci di sedersi alla nostra mensa, di condividere con lui il pane della fraternità universale; abbiamo paura che ci porti via qualcosa, che diminuisca le nostre possibilità di vita.

E’ un individualismo che ci toglie il respiro e uccide la speranza di un futuro migliore per l’umanità, ci rende ciechi anche di fronte alle nuove opportunità che, attraverso queste sfide, la storia ci apre davanti. Per noi cristiani questo Avvento è il tempo propizio per misurarci proprio sugli atteggiamenti dell’accoglienza e dell’apertura verso chi è più nel bisogno. Tutta l’umanità vive la grande attesa di una salvezza che risponda alle aspirazioni più profonde del cuore umano, dei singoli, dei popoli, dell’intero creato.

Gesù ci indica una strada percorribile da tutti: quella del riconoscerci e accoglierci come fratelli. Ma bisogna scendere dal “trono” del nostro egoismo e farci piccoli. E accogliendo i più piccoli dei nostri fratelli ci capiterà di incontrare Lui, il vero “atteso delle genti”.

A cura di Anna Maria Menin, secolare Comboniana